Tunisia: la silenziosa regressione democratica

Perché la Tunisia sta incedendo verso una regressione democratica? Il Paese nordafricano, chiamato fino ad alcuni anni fa “la sentinella d’Europa”, non tanto per la posizione geografica e il ruolo metaforico di sorveglianza, ma per alcuni aspetti della società che tratteggiavano affinità con i Paesi della sponda opposta, oggi è sulla rotta inversa a quella che un tempo la collocava all’avanguardia delle riforme politiche e delle prospettive sul rispetto e le libertà individuali e collettive. Così la cosiddetta ottimisticamente “Primavera araba”, suggellata il 14 gennaio 2011 con la fuga del presidente Zine El Abidine Ben Ali, al potere dal 1987, oggi non è solo lontana dal punto di vista dello scorrere del tempo, ma è abissalmente distante dagli obiettivi dello spirito per cui era nata. Il Paese, da luglio 2021, quando il presidente Kaïs Saïed ha rimosso il suo primo ministro e sospeso il Parlamento prima di eleggere un Assemblea con poteri quasi azzerati, ha dato il via ad un processo dove il sistema giudiziario non è più un contrappeso al potere politico, ma uno strumento di disciplina politica, contrapponendo la giustizia ad una illimitata concentrazione di potere e la legge al potere arbitrario.

Così una delle prime vittime della regressione democratica è la libertà di espressione, da qualunque sorgente scaturisca, e si è evidenziata con i numerosi arresti che hanno caratterizzato, in questi ultimi anni, lo scenario liberticida tunisino. Infatti l’arresto e la detenzione di diverse personalità del mondo dei media e politico che hanno osato  pubblicare o rilasciare dichiarazioni sui social media e sui media tradizionali, ha rimarcato una criticità non solo limitata alla libertà di opinione, ma ha manifestato un forte segnale di difficoltà globale, dove la parte dei giudizi rivolti al presidente è solo l’aspetto più palese di un sistema socio-politico dalle fondamenta traballanti. Tuttavia la sempre più complessa gestione del potere da parte di Saïed, a fine settimana scorsa ha dato un segno di apertura e indulgenza che può avere più di una interpretazione. Infatti il presidente ha voluto emanare una grazia presidenziale per Ahmed Saïdani, un deputato parlamentare che a febbraio era stato condannato ad otto mesi di carcere a causa delle critiche espresse sui social media contro Saïed. L’amnistia concessa dal presidente della Repubblica è entrata in vigore il 26 maggio in occasione della festività abramitica musulmana di Eid al-Adha. Saïdani a seguito di una serie di sopralluoghi nelle aree e nelle città colpite, a gennaio 2026, da eventi atmosferici di grave entità, piogge torrenziali e alluvioni, aveva definito Saïed come “il comandante supremo dei servizi igienico-sanitari e del drenaggio delle acque piovane”. Ma la valutazione della entità della condanna deve essere letta sulla invalicabile linea rossa che delimita la sacralità del potere auto donatosi dal presidente, supportato dall’utilizzo della magistratura come sistema di disciplina agente su dettato politico, e sulla necessità di frenare ogni forma di critica contro il potere presidenziale, creando un sistema di deterrenza generalizzato. Anche la grazia concessa non casualmente per la “festa del sacrificio”, fa parte della ostentazione del potere del ‘residente.

Così in questo scenario dove è palpabile un disagio globale, la recente enigmatica dichiarazione del Ministero della Difesa ha sollevato scalpore e perplessità nel Paese. Una comunicazione, rilasciata il 21 di maggio, dal significato inconfutabile, dove si sottolinea il “rifiuto” da parte del Ministero della Difesa a “farsi coinvolgere in discussioni e gare di potere volte a mettere in discussione la neutralità e indipendenza della istituzione governativa”. Il Ministero in questione è una colonna portante della stabilità di ogni Stato, ma in alcuni contesti è l’istituzione architrave che garantisce la durata del Governo; inoltre la “voce ministeriale sta destando molti interrogativi perché è inusuale che si esprima su tematiche come quelle enunciate. Il Ministero della Difesa nazionale, nel rafforzare il ruolo di Ente al servizio dei “migliori interessi della Nazione”, ha così rappresentato la posizione distaccata dei propri ufficiali e delle Forze armate in questioni e controversie che possono portare ad una crescita della discussioni sulla neutralità del Dicastero. Tuttavia come è comprensibile solo il concetto generale è stato reso chiaro, infatti non sono specificati i fatti che hanno scaturito la presa di posizione ministeriale, né gli eventuali “attori”, né tantomeno i contesti.

La realtà è che tale situazione arriva in un ambito sociale segnato da una forte repressione, da una economia vacillante, con un sistema politico caratterizzato da un deterioramento crescente e dove il dissenso è colpito ferocemente. Comunque in questi ultimi giorni Kais Saïed ha manifestato nuovamente la sua frustrazione per l’incapacità del governo di contenere la crisi. Una incapacità che attribuisce non tanto a se stesso ma al suo entourage, avvertendo di avere esaurito consigli, avvertimenti e ammonimenti, con minaccia di agire direttamente, rafforzando così la percezione pubblica di divisioni all’interno del Governo. Una crepa all’interno del potere di Saïed? Se consideriamo l’apparente coincidenza della dichiarazione del Ministero della Difesa, si potrebbero anche delineare scenari che non escluderebbero il consueto e collaudato cambiamento governativo senza elezioni. Una sorta di “Torbidi tunisini”, che con i storici “Torbidi moscoviti” (1598-1613), hanno in comune almeno l’ambiguo scenario.

Aggiornato il 03 giugno 2026 alle ore 09:52