Trump, Lula e i Bolsonaro

Il Brasile che resiste alla diplomazia muscolare americana

Il viaggio di Flávio Bolsonaro a Washington, culminato nell’incontro alla Casa Bianca con Donald Trump, racconta molto più di una semplice operazione elettorale. Rivela la crisi strategica del bolsonarismo, l’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti e Brasile e il limite della diplomazia coercitiva praticata dall’amministrazione Trump nei confronti dei partner latinoamericani.

Il tentativo del senatore brasiliano di rilanciare la propria candidatura presidenziale attraverso una foto nello Studio Ovale arriva infatti nel momento peggiore possibile: scandali interni, sondaggi in calo e un’opinione pubblica che appare meno disponibile rispetto al passato a trasformare Jair Bolsonaro in un martire politico.

L’operazione era chiara. Flávio Bolsonaro voleva presentarsi agli elettori conservatori brasiliani come il candidato capace di mantenere un canale privilegiato con il presidente degli Stati Uniti. La destra brasiliana continua, infatti, a considerare Trump il principale riferimento internazionale del fronte sovranista globale. Ma il punto politico più interessante è che l’incontro, pur mediaticamente utile, arriva dopo mesi nei quali la strategia americana sul Brasile ha prodotto risultati opposti rispetto a quelli desiderati.

Negli ultimi mesi Trump aveva cercato apertamente di influenzare il quadro politico e giudiziario brasiliano per favorire Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni per il suo coinvolgimento nel tentativo di sovvertire l’esito delle elezioni del 2022. Prima erano arrivate le minacce commerciali, con l’ipotesi di dazi punitivi contro le esportazioni brasiliane. Poi le pressioni diplomatiche e infine le sanzioni contro il giudice Alexandre de Moraes, figura centrale delle inchieste sul tentato golpe bolsonarista.

È stato un approccio aggressivo, tipicamente trumpiano: usare commercio, tariffe e pressione politica per ottenere concessioni istituzionali da un paese alleato. Ma il Brasile non è Panama né un piccolo Stato dipendente dalla protezione americana. È la principale potenza latino-americana, membro dei BRICS, grande esportatore agricolo, partner energetico e attore sempre più rilevante nella filiera globale delle terre rare e dei minerali critici.

Il risultato è che la linea dura americana ha finito per rafforzare Lula. Il presidente brasiliano ha gestito la crisi con freddezza istituzionale, difendendo apertamente la magistratura e rivendicando la sovranità democratica del Brasile. Invece di apparire isolato, Lula è riuscito a trasformarsi nel difensore delle istituzioni contro le interferenze straniere. Un passaggio che ha consolidato la sua immagine moderata sia all’interno sia all’estero.

Occorre riconoscere un dato: la separazione dei poteri e l’autonomia della magistratura restano pilastri non negoziabili di qualsiasi democrazia costituzionale. La condanna di Jair Bolsonaro può dividere politicamente, ma delegittimare l’intero sistema giudiziario brasiliano o utilizzare strumenti economici per condizionarlo rappresenta un precedente pericoloso. Anche per Washington. Questo non significa che il rapporto tra Stati Uniti e Brasile sia destinato a deteriorarsi. Al contrario. Proprio il fallimento della strategia muscolare ha spinto Trump verso una linea più pragmatica. L’incontro con Lula al summit ASEAN in Malaysia e il successivo riavvicinamento commerciale dimostrano che gli interessi strategici hanno prevalso sulla solidarietà ideologica verso Bolsonaro.

Il vero dossier oggi è quello delle terre rare. Gli Stati Uniti hanno bisogno di ridurre la dipendenza dalla Cina sulle materie prime critiche necessarie per semiconduttori, batterie, intelligenza artificiale e industria militare avanzata. Il Brasile possiede enormi risorse minerarie ma non dispone ancora delle tecnologie industriali necessarie per sfruttarle pienamente. Qui nasce una convergenza strategica naturale tra Washington e Brasilia. È questo il cuore della nuova relazione bilaterale: meno ideologia, più realismo economico. Trump ha compreso che perdere il Brasile significherebbe consegnare definitivamente l’America Latina all’influenza cinese. Lula, dal canto suo, sa che mantenere un equilibrio tra Stati Uniti, Cina ed Europa rafforza l’autonomia strategica brasiliana.

In questo quadro, il viaggio di Flávio Bolsonaro assume quasi un carattere simbolico. Più che segnare il ritorno del trumpismo tropicale, certifica il ridimensionamento del progetto bolsonarista. La fotografia con Trump può mobilitare una parte dell’elettorato conservatore, ma difficilmente basta a cancellare gli scandali interni o a invertire una tendenza elettorale che oggi favorisce Lula.

Il Brasile sembra entrare in una nuova fase politica: meno polarizzazione ideologica internazionale e più centralità geopolitica autonoma. È una trasformazione che interessa direttamente anche l’Europa. Perché un Brasile stabile, democratico e aperto alla cooperazione occidentale resta un partner fondamentale per le filiere energetiche, alimentari e minerarie del futuro.

La lezione, in fondo, è semplice. Le grandi democrazie emergenti non accettano più relazioni gerarchiche. Nemmeno dagli Stati Uniti. E la forza dell’Occidente, oggi, non può più basarsi sulla pressione unilaterale, ma sulla capacità di costruire alleanze credibili tra partner sovrani.

 

Aggiornato il 28 maggio 2026 alle ore 12:46