Quattro anni e tre mesi di guerra da quando Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina. Dal punto di vista umano si è conclamata una catastrofe, centinaia di migliaia di vittime da ambo le parti, dispersi, mutilati, feriti, un numero enorme di soldati colpiti dallo stress post traumatico (Ptsd), uomini e ragazzi che in molti casi hanno oltrepassato i limiti della pazzia. Quindi un bilancio umano dai tratti spaventosi. Ma, ad oggi, geopoliticamente chi ne paga il prezzo e chi ha vantaggi? Nel 2022 Putin era certo che l’azione militare speciale sarebbe stata veloce e fruttuosa, magari facendo riferimento al 2014 quando senza colpo ferire riprese la Crimea, concessa all’Ucraina da Nikita Kruscev nel 1954, donazione motivata dai 300 anni (1654) dal trattato di Pereïaslav, simbolo della fedeltà dei cosacchi allo Zar (atamano Bohdan Khmelnytsky, lo zar Alessio I). Putin prese la Crimea, ma perse l’Ucraina, o meglio, perse quasi totalmente il popolo ucraino; poi dal febbraio 2022 ha gradualmente conquistato l’area del Donbas, che chiaramente lui non restituirà, forse un suo successore potrà rinnegare la sua azione, ma anche in questo caso dal punto di vista del prestigio ha perso molto.
Putin, sin dal suo insediamento nel 2000, non nascose il suo dissenso circa la dissoluzione dell’Unione sovietica, come promise che la Russia si sarebbe ripresa la Crimea, insomma la sua ambizione era quella di restituire alla Russia la sua grandezza politica e geografica. Fino al febbraio 2022 il suo progetto aveva comunque dato i suoi frutti, e quindi poté dichiarare che i russi sotto la sua presidenza avevano migliorato la loro condizione di vita; ed è innegabile che fino ad allora molto era migliorato in Russia rispetto a prima del suo avvento. Ma la questione Ucraina, quindi una azione singola e ben specifica, immaginata come una mossa reazionaria da “somministrare” ai Paesi Nato come fatto compiuto e accettato in ogni caso, si è infranta contro un sistema geopolitico che anche se contraddittorio non ha passato l’azzardo putiniano. Infatti, le speranze di una accettazione dell’azione militare speciale, nonostante abbia mostrato sin da subito notevoli crepe strategiche e non raggiunto obiettivi decisivi, erano anche supportate dalla certezza che i congeniti scollamenti interni alla Nato gli avrebbero agevolato e permesso di portare a segno questa altra operazione, come la Crimea. Tanto è che anche la vittoria di Donald Trump era stata letta da Putin come una seconda possibilità per raggiungere l’obiettivo ucraino. Ma viene da chiedersi: oggi quale è il reale obiettivo ucraino di Putin?
Indubbiamente Trump ci ha messo del suo, favorendo Putin. Quantomeno è riuscito a sgretolare l’immagine stessa del mondo occidentale; tuttavia l’invasione dell’Ucraina, oltre ad avere portato alla Russia un territorio dalla futura gestione complessa, è costata fino ad ora al neo Zar molto più di quanto immaginava gli potesse rendere. Considerando l’imbuto economico formatosi sulla economia di guerra, e una crescente dipendenza dalla Cina che rende la Russia ancora più debole. Così le fibrillazioni sociali, anche se la propaganda opera nel nasconderle, crescono. Un declino che dal 2022 vede la Russia perdere la sua influenza in Europa e nel mondo, perdendo soldati sul fronte ucraino, e professionalità sul fronte interno. Giovani con elevate competenze culturali e imprenditoriali che evadono dalla mobilitazione pro conflitto uscendo dalla Russia, causando in generale ingenti perdite in particolare nel settore delle nuove tecnologie; ma la realtà è che le limitazioni alla libertà come l’aumento del sistema di controllo e repressione, sono arrivati a livelli socialmente pericolosi.
Tuttavia la propaganda del Cremlino, anche a causa della durata, fa assimilare la guerra in corso come il proseguimento della lotta eroica degli operai sovietici contro l’invasione nazista del 1941-1945, oggi fatta combaciare con la guerra contro i “nazisti ucraini”; omettendo il contesto storico, decisamente altro, che vedeva l’origine della lotta motivata dalla convinzione della classe operaia nel difendere le conquiste ottenute della Rivoluzione d’Ottobre (1917). Rivoluzione sociale di uno Stato operaio che Adolf Hitler avrebbe voluto annichilire con tutta la forza militare a sua disposizione. Tuttavia la dissoluzione dell’Urss non fu per cause esterne, ma piuttosto causata dalla burocrazia staliniana. Ma cosa è oggi la Russia? Sicuramente non è uno Stato operaio, ma un regime basato sul capitalismo con caratteristiche restaurazioniste, anche se tale “status” generale ha connotati decisamente in declino.
Così il conflitto contro l’Ucraina non agevola i lavoratori o la classe operaia, ma gli interessi delle oligarchie nate e cresciute dalla controrivoluzione stalinista. Quindi la fascinazione politica che seduce Putin ha caratteri stalinisti, come la politica militare oggi adottata; allora, durante lo stalinismo – quel trentennio che arriva a toccare la prima metà del secolo scorso – “l’apparato burocratico” cercava di enfatizzare il nazionalismo, distaccandosi dalla lotta di classe, tanto è che il nazionalismo stalinista serviva a preservare i privilegi burocratici contraddicendo i principi fondamentali dell’internazionalismo che erano alla base della Rivoluzione d’Ottobre. Così la guerra contro l’Ucraina, “recitata” tra lavoratori dei due Paesi, fa perpetuare a Putin la tradizione di reazione nazionalista.
Un vortice di sensazioni e contraddizioni socio-politico-economiche, che sta vedendo esternamente ai confini russi un preoccupante, per gli oligarchi, trend europeo al riarmo, che potrebbe allargare orizzontalmente la guerra, ovvero coinvolgere altri attori; ma sullo spirito dell’alone stalinista e magari anche trotskista, il regime sta osservando con preoccupazione anche i lavoratori russi, nella speranza che non riemergano dai ricordi della loro storia le passate conquiste rivoluzionarie, ma soprattutto la nostalgia di una “classe operaia eroe”. Ma il fantasma della rivoluzione che aleggia perpetuamente nella società russa è sempre meno impalpabile, così i soldati russi che combattono con scarse motivazioni per un nazionalismo pro oligarchia, come i lavoratori russi sempre più disillusi, mostrano la consapevolezza del fallimento delle politiche del regime di Putin. Un “tremolio sociale” che sente che il Paese sta inesorabilmente peggiorando la sua condizione, e che rappresenta un segnale che non esclude il ripetersi della storia, magari quella di 110 anni fa, con modalità aggiornata. E di questo Putin è ben consapevole, nonostante la propaganda.
Aggiornato il 25 maggio 2026 alle ore 10:51
