Hormuz: diritto, crisi, soluzioni possibili

La crisi del transito attraverso lo stretto di Hormuz costituisce oggi uno dei più preoccupanti momenti di conflitto contemporaneo a causa di evidenti violazioni delle norme del diritto internazionale con grave incidenza economica sugli interessi geopolitici delle grandi potenze. Come è noto circa il 20-25 per cento del traffico petrolifero mondiale, pari a circa 21 milioni di barili al giorno, transita quotidianamente attraverso questo stretto la cui ampiezza è di soli 54 chilometri di larghezza, situato tra l’Iran e l’Oman. Riteniamo molto brevemente e non esaustivamente sintetizzare il quadro normativo internazionale, lo stato attuale della crisi e i possibili scenari di risoluzione.

FONDAMENTI GIURIDICI DEL TRANSITO ATTRAVERSO GLI STRETTI

I principi primi e le norme dell’ordinamento giuridico internazionale, caratterizzati da tenore consuetudinario, riconoscono da secoli il principio della libertà di navigazione attraverso gli stretti utilizzati per il commercio internazionale. Questi principi trovano fondamento nella uniforme prassi internazionale rilevabile dall'interesse generale della comunità internazionale al mantenimento del libero e pacifico transito attraverso tali vie commerciali globali. Gli Stati costieri esercitano sovranità territoriale sugli stretti, ma questa sovranità è temperata dall’obbligo di non ostruire il transito pacifico. L’ordinamento giuridico internazionale di natura pattizia con la Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare del 1982 (Unclos) codifica questi principi in modo vincolante e specifico. Infatti l’Articolo 37 dell’Unclos stabilisce il regime di transito pacifico per gli stretti utilizzati per la navigazione internazionale. Le navi e gli aeromobili di qualsiasi bandiera hanno il diritto di transito continuo, rapido e senza ostacoli. Detta norma prevede esplicitamente il divietato di qualsiasi atto di forza, minaccia, o impedimento al transito da parte dello Stato rivierasco. Lo Stato costiero infatti può adottare leggi e regolamenti soltanto per finalità di sicurezza della navigazione, per la prevenzione dell’inquinamento marino e per la protezione dei beni culturali. In ogni caso dette norme non possono discriminare tra navi di diverse bandiere né ostacolare l’esercizio del diritto di transito. Lo stretto di Hormuz è universalmente riconosciuto come uno stretto sottoposto al regime di transito pacifico, poiché collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano.

CRONOLOGIA E MODALITÀ DI OSTRUZIONE

La crisi del transito attraverso Hormuz è iniziata a profilarsi e successivamente ad intensificarsi in via sempre più progressiva dal 2019 in poi. Successivamente nel periodo 2019-2021 si sono verificati episodi di blocco parziale e attacchi a petroliere durante le tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran sul programma nucleare iraniano. Dal 2022 al 2024, l’Iran ha intensificato il supporto alle organizzazioni armate yemenite che conducono attacchi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, causando effetti indiretti sul traffico attraverso Hormuz. Nel periodo attuale 2025-2026 la crisi si è trasformata in una rapida escalation, caratterizzata da detenzioni selettive di navi commerciali, provocazioni tattiche di navi militari iraniane, minacce esplicite seguite da blocco totale dello stretto e manovre regolamentari controverse. In ultimo si annovera il contro blocco navale Usa posto all’uscita dallo stretto di Hormuz. Le modalità concrete di ostruzione includono: detenzioni di navi con accuse contestate di violazione delle acque territoriali; manovre di avvicinamento provocatorio da parte di navi militari iraniane; finanziamento e fornitura di armi di organizzazioni rivoluzionarie; minacce pubbliche di chiusura dello stretto in caso di attacco militare; imposizione di tasse e controlli ambientali non riconosciuti internazionalmente.

L’attuale impatto economico e geopolitico della crisi comporta effetti economici significativi. I prezzi petroliferi incorporano un premio di rischio Hormuz che riflette l’incertezza sul transito. I premi assicurativi marittimi sono aumentati esponenzialmente per le navi che transitano nello stretto. La interruzione della catena di approvvigionamento globale genera inflazione diffusa in numerose economie. La crisi ha ulteriormente ed aspramente marcato la polarizzazione geopolitica tra gli alleati occidentali (Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti), d’un lato, e l’asse Iran-Russia-Cina, dall’altro. L’odierna posizione degli Stati Uniti si segnala per la ferma difesa del diritto di transito libero sulla base del diritto internazionale e per tale coerenza mantengono sia la presenza navale integrata della Fifth Fleet (Navcentcom/5Thflt, la cui formale competenza è il pattugliamento strategico in Medio Oriente) sia le alleanze strategiche con i partner regionali. L'interesse fondamentale degli Usa è il mantenimento dell’ordine internazionale liberale e il contenimento dell’influenza iraniana.

L’Iran invece rivendica un ruolo maggiore nel controllo del Golfo Persico e utilizza la sua posizione di Paese rivierasco dello stretto come leva negoziale sul programma nucleare e sul regime sanzionatorio in corso, nonostante la evidenza che a tali minacce purtroppo proseguirà un blocco totale della circolazione navale la cui prolungata esistenza finirà certamente per comportare costi economici insostenibili anche per l’Iran. L’Arabia Saudita e i piccoli Stati del Golfo dipendono criticamente dalle esportazioni petrolifere e supportano fermamente il diritto di transito libero. Tuttavia, recenti accordi di riconciliazione mediati dalla Cina nel 2023 tra Arabia Saudita e Iran rappresentano oggi potenziali aperture negoziali. L’Unione europea sostiene il diritto internazionale e persegue una strategia di mediazione diplomatica, pur riducendo la propria dipendenza dalle importazioni energetiche dal Golfo attraverso la transizione verso fonti rinnovabili. Cina e Russia dipendono anch'esse dal transito di energia attraverso Hormuz, sebbene mantengano formalmente una posizione di non-allineamento e intraprendano dialoghi back-channel con l’Iran.

POSSIBILI SCENARI DI RISOLUZIONE

Scenario 1: probabili negoziati multilaterali diretti rappresenterebbero l’opzione più plausibile. Tale attività diplomatica presupporrebbe la riapertura del dialogo Usa-Iran con mediazione internazionale, la ripresa dei negoziati sul programma nucleare (riproponendo il modello del Jcpoa del 2015), una graduale riduzione delle sanzioni, e la creazione di un Corridoio di transito garantito con verifica internazionale attraverso l’istituenda Organizzazione marittima internazionale e/o possibile intervento Onu di peacekeeping od anche possibilmente persistendo una evidente grave crisi di enforce-keeping. La probabilità di realizzazione è media-alta qualora si verifichi un cambio di amministrazione negli Stati Uniti o in Iran oppure si affermi una crescente pressione politica e diplomatica europea per ridurre l’inflazione energetica. Scenario 2: l’istituzionalizzazione regionale di un avvio di procedura di pace presupporrebbe la creazione di un Consiglio per la sicurezza marittima del Golfo Persico con rappresentanti di tutti gli Stati rivieraschi, e un accordo internazionale multilaterale di tipo aperto sul diritto di transito attraverso lo stretto di Hormuz. Questo scenario richiederebbe necessariamente una distensione sostanziale tra Iran e Arabia Saudita e il supporto dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza. La probabilità nel breve termine è bassa, ma potrebbe aumentare nei prossimi 5 anni. Scenario 3: l’escalation militare controllata presupporrebbe un conflitto circoscritto agli obiettivi tattici che distruggerebbe parzialmente la capacità militare iraniana, seguito da negoziazione da posizione di forza di parte avversa. Tuttavia, questo scenario comporta rischi critici di escalation incontrollata, di ingente perdita di vite umane e di distruzione infrastrutturale che comprometterebbe il transito stesso e l’isolamento diplomatico internazionale. Tale scenario è sconsigliato dalla maggior parte degli analisti. Scenario 4: status quo ante congelato presupporrebbe il mantenimento della tensione senza accordo formale, con episodi frequenti di frizione ma senza escalation aperta. Questo scenario comporterebbe inflazione energetica cronica e una precarietà strutturale dell’equilibrio. La probabilità è elevata qualora non si raggiunga un accordo nei prossimi 12-18 mesi.

FATTORI NECESSARI PER IL RIPRISTINO DELLO STATUS QUO ANTE

Il ripristino del regime internazionale di transito libero richiederebbe una de-escalation reciproca strutturale tra Stati Uniti e Iran; una soluzione della questione nucleare iraniana con accordi verificabili; una revisione del regime sanzionatorio come incentivo per la cooperazione iraniana; l’estensione della istituenda Autorità dell’organizzazione marittima internazionale; la creazione di una Maritime corridor verification force multinazionale; meccanismi di comunicazione diretta per prevenire possibili incidenti; la prosecuzione della riconciliazione regionale; la riduzione del supporto armato iraniano ai suoi proxy nel Mar Rosso e l’accelerazione della transizione energetica globale verso fonti rinnovabili. Tutti gli scenari anzidetti presuppongono preliminarmente l’attività necessaria e complessa dello sminamento dello stretto per assicurare una libera navigazione.

CONCLUSIONE

In ultimo si ritiene utile sottoporre una breve riflessione conclusiva e riepilogativa secondo cui la crisi del transito attraverso lo stretto di Hormuz rappresenta un conflitto evidente tra le norme vigenti del diritto internazionale e gli interessi geopolitici mondiali divergenti. Dal punto di vista giuridico, l’Unclos è esplicita: il diritto di transito pacifico deve prevalere. Purtroppo l’assenza di un’autorità centrale di enforcement consentirebbe agli Stati di ricorrere a possibili forme di coercizione. La soluzione più realistica e sostenibile risiederebbe in un approccio negoziale multilaterale che possa coniugare il ripristino del diritto di transito secondo le norme internazionali con il riconoscimento legittimo dei diritti dello Stato costiero iraniano agli incentivi economici, alla sicurezza per la cooperazione fornita ed ai meccanismi di verifica internazionali che evitino monopoli unilaterali. Senza un accordo formale nei prossimi 12-24 mesi, il rischio di escalation militare accidentale o deliberata rimane elevato, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per l’economia globale e la stabilità regionale. Per un prossimo scenario futuro e di ampia condivisione confidiamo che la comunità internazionale nel suo insieme possieda la responsabilità e la capacità collettiva di promuovere soluzioni negoziate onde prevenire una escalation che avrebbe effetti sistemici devastanti.

Aggiornato il 05 maggio 2026 alle ore 11:29