Il regime iraniano presenta il conto, anche ai morti

In ogni guerra si fa la conta dei morti come se si fosse al bingo. Duemila? Cinquemila? Settemilacinquecento? Dodicimila? Secondo l’Ong Iran Human Rights, ad esempio, il numero dei manifestanti uccisi potrebbe avere superato 3400 solo in questa ondata di proteste, con oltre diecimila arresti; secondo altre i morti sarebbero poco più di 2500; altre ancora parlano di oltre diecimila persone uccise. E ancora, l’Ong Hrana parla di oltre diciannovemila dimostranti arrestati. In Iran, però, i numeri non sono solo semplicemente manipolati: sono irraggiungibili.

Il blackout totale di internet imposto dal regime dal 8 gennaio lascia spazio esclusivamente a stime enormemente divergenti e a informazioni frammentarie. Senza rete, il numero reale delle persone uccise è semplicemente impossibile da verificare. E questa situazione, con tutta probabilità, perdurerà sino al Nowruz, il Capodanno persiano, che cade a marzo.

Nel frattempo, anche in Italia, la morte diventa un triste esercizio aritmetico: titoli accattivanti, stime ballerine, indignazione a consumo. Un ottimo strumento di marketing ma un pessimo strumento di informazione. Quel che conta davvero è ciò che trapela con enorme difficoltà oltre confine.

Le strade sono militarizzate: pasdaran e basij ovunque. Le proteste, iniziate il 28 dicembre 2025, si sono rapidamente trasformate in un movimento antigovernativo di enorme scala che invoca diritti, dignità e cambiamento politico. Movimento che ormai infiamma le principali città. Ma in piazza ora scendono anche i filo-ayatollah, gli anti-scià, gli anti-americani. Non c’è più solo un popolo contro il regime: c’è un Paese spaccato, diviso. Un Paese contro se stesso.

Da una parte studenti, donne, lavoratori, commercianti. Dall’altra chi difende il sistema, sfilando con le foto di Khomeini e Khamenei a braccetto con Pezeshkian. Dure di chador, le donne non mancano nemmeno tra i pro-mullah. Il che sarebbe come vedere una mucca sfilare in difesa dei mattatoi, certo. Ma fatto sta che queste sono le più grandi proteste mai avvenute nella storia della Repubblica Islamica. E coinvolgono ormai ogni segmento della società civile.

C’è poi un altro dato che emerge, ossia che il regime chiede denaro alle famiglie per restituire i corpi dei manifestanti uccisi. Secondo verifiche della Bbc, nel nord del Paese il prezzo di una salma si aggira attorno ai 700 milioni di toman (circa 4.800 euro). A Teheran si arriva fino al miliardo di toman, pari a circa 6.800 euro.

Secondo altre indiscrezioni, alcune famiglie sarebbero state avvisate dal personale medico del decesso di un parente affinché potessero recuperare il corpo prima che le forze filogovernative facessero irruzione negli obitori per esigere il pagamento.

Se già sembra la trama di un film dell’orrore, quello in cui una madre è costretta a pagare il corpo del figlio, è bene ricordare che in Iran stipendi e costo della vita sono ben diversi rispetto a quelli di molti Paesi europei.

Lo stipendio medio iraniano è infatti compreso tra i 200 e i 500 dollari al mese, con una forte differenza per chi fa parte delle forze armate, il cui salario può arrivare a essere circa otto volte superiore rispetto a quello del resto della popolazione.

Le forze meglio retribuite sono il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i cosiddetti pasdaran, posti sotto l’autorità della Guida suprema Khamenei e creati dal suo predecessore Khomeini per difendere la rivoluzione e i suoi principi. Lo stesso vale per le forze Quds, note anche come Brigata Gerusalemme, che gestiscono le operazioni militari all’estero. Agli stipendi più elevati si aggiungono inoltre numerosi benefit, come ad esempio l’accesso privilegiato all’assistenza sanitaria.

Nel frattempo, il costo della vita è esploso: il pane è più che raddoppiato, i trasporti interurbani segnano un +80 per cento, la carta è quintuplicata, con effetti diretti sui libri e sull’istruzione. Questa inflazione fuori controllo, che è stata anche la miccia delle proteste di fine anno, ha eroso drasticamente il valore reale degli stipendi.

Come può dunque una famiglia media, che fatica persino a permettersi una pagnotta, sostenere una spesa potenzialmente pari a un intero stipendio annuale per riavere il corpo di un figlio?

Ed è qui che le forze armate, e dunque in questo momento i filo-governativi, tornano a occupare una posizione di netto privilegio. Secondo alcuni funzionari dell’obitorio Behesht-e Zahra di Teheran, se il defunto è un filogovernativo appartenente alle forze militari o paramilitari, il corpo viene restituito gratuitamente.

Il messaggio è chiaro: in Iran o sei con il regime, oppure paghi anche la tua morte. Strangolato dalla repressione. O, più semplicemente, dal portafoglio.

Aggiornato il 19 gennaio 2026 alle ore 12:54