Essere liberi significa anche dire “no” al pensiero dominante
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Il caso di Sophie Cunningham e la domanda che il nostro tempo non vuole più ascoltare: siamo davvero liberi di pensarla diversamente? C’è qualcosa di profondamente significativo nella vicenda di Sophie Cunningham, la cestista statunitense diventata negli ultimi mesi un simbolo molto più grande del semplice campo da basket.

Al di là delle simpatie personali e delle appartenenze politiche, ciò che colpisce è un elemento che dovrebbe interessare chiunque abbia a cuore una società libera: la possibilità di non adeguarsi al pensiero dominante.

Cunningham rivendica pubblicamente la propria identità, la propria fede cristiana, le proprie convinzioni e, soprattutto, il diritto di esprimerle senza chiedere il permesso a nessuno. È proprio questo il punto che merita una riflessione più ampia.

Per troppo tempo abbiamo confuso il rispetto con l’obbligo di pensarla allo stesso modo.

Una democrazia sana non dovrebbe avere bisogno di cittadini perfettamente allineati. Al contrario, dovrebbe avere bisogno di persone capaci di dissentire, discutere, mettere in discussione le idee prevalenti e persino di assumere posizioni impopolari.

Il problema non è il progressismo in sé, così come non lo è il conservatorismo. Il problema nasce quando un’ideologia diventa una forma di ortodossia, quando alcune opinioni vengono considerate automaticamente moralmente superiori e chi le contesta viene immediatamente classificato come retrogrado, intollerante o addirittura indegno di partecipare alla discussione pubblica.

È una dinamica pericolosa, soprattutto quando coinvolge il mondo dello sport.

Lo sport dovrebbe essere innanzitutto competizione, disciplina, talento, sacrificio. Dovrebbe insegnare che si può perdere e ricominciare, che il merito conta, che le regole valgono per tutti e che l’avversario non è necessariamente un nemico.

Trasformare ogni campo da gioco in un’arena ideologica rischia invece di impoverire proprio ciò che lo sport dovrebbe rappresentare.

Ma la vicenda Cunningham solleva anche una questione più profonda: che cosa significa essere giovani e liberi oggi?

Essere giovani non dovrebbe significare necessariamente aderire all’ultima tendenza culturale. Non dovrebbe significare ripetere parole d’ordine per essere accettati dal proprio ambiente. La vera emancipazione consiste anche nella capacità di scegliere autonomamente, di studiare, conoscere, dubitare e arrivare a conclusioni proprie.

La libertà non è soltanto poter dire ciò che gli altri vogliono sentirsi dire.

La libertà è poter dire anche ciò che gli altri non vogliono ascoltare.

Ed è qui che il caso di Sophie Cunningham diventa interessante anche per l’Italia.

Abbiamo bisogno di una nuova generazione che non abbia paura del confronto. Giovani capaci di recuperare il valore della cultura, della conoscenza, della responsabilità personale e della libertà intellettuale. Giovani che non debbano scegliere tra modernità e tradizione, tra emancipazione e identità, tra diritti e doveri.

Una società veramente moderna non è quella che cancella il passato per sostituirlo con un nuovo catechismo ideologico. È quella che conosce la propria storia, ascolta posizioni diverse e lascia agli individui la responsabilità delle proprie scelte.

Per questo la domanda che ci pone il caso Cunningham non riguarda soltanto una cestista americana o il dibattito politico statunitense.

Riguarda tutti noi.

Siamo ancora capaci di accettare che una persona possa essere libera, intelligente e perfettamente inserita nella società anche quando non condivide le nostre idee?

Se la risposta è sì, allora abbiamo ancora una cultura democratica.

Se la risposta è no, il problema non è di destra o di sinistra.

È della libertà.

Aggiornato il 14 settembre 2026 alle ore 10:10