Il giorno prima
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La domanda non è soltanto quante donne siano state uccise. La domanda è quante, prima di morire, abbiano chiesto aiuto senza trovare la strada per salvarsi. Perché una donna non entra nella cronaca nel momento in cui muore. Ci entra molto prima. Quando comincia a vivere diversamente. Quando controlla il telefono prima di rispondere. Quando evita una persona. Quando smette di uscire. Quando cambia le proprie abitudini per non provocare una reazione. Quando ha paura.

Eppure, può continuare a proteggere. È questo il paradosso più doloroso: una donna può essere terrorizzata e continuare a preoccuparsi degli altri. Dei figli, dei genitori, della famiglia. Può avere paura di ciò che potrebbe accadere se denuncia. Può pensare che lui cambierà. Può provare ancora affetto, pietà, persino amore. Può non riuscire a immaginare fino a dove possa spingersi la violenza. E nulla di tutto questo la rende responsabile di ciò che le accadrà.

La storia di Lorena Isceri dovrebbe bastare a farci fermare. Aveva 45 anni. Aveva confidato di avere paura del suo ex compagno. Non lo aveva denunciato, secondo quanto raccontato, anche perché non voleva metterlo nei guai. Poi è stata uccisa. Una morte terribile. Lorena è stata aggredita, immobilizzata e chiusa nel bagagliaio dell’auto. Da lì è riuscita a chiamare un amico e il 112. Ha chiesto aiuto. La polizia ha localizzato l’auto e gli agenti si sono messi sulle sue tracce. Ma non hanno fatto in tempo a salvarla. Sul viadotto dell’A1, a Barberino del Mugello, l’uomo l’ha trascinata fuori e l’ha gettata nel vuoto. Poi si è suicidato. L’autopsia ha stabilito che Lorena era ancora viva quando è stata gettata dal viadotto.

È difficile immaginare una sequenza più drammatica: una donna che sa di essere in pericolo, che trova la forza di chiedere aiuto e che, nonostante questo, non riesce a sfuggire alla violenza.

E quelle parole, oggi, fanno ancora più male: Lorena aveva paura, ma continuava a preoccuparsi per lui. Per questo non servono colpe da distribuire dopo una tragedia. Serve capire cosa accade prima. Perché chiedere a una donna terrorizzata di comportarsi come se fosse perfettamente lucida, forte e razionale è troppo facile. Molto più difficile è costruire intorno a lei una rete capace di riconoscere il pericolo anche quando lei stessa non riesce ancora a chiamarlo con il suo nome.

I dati del Viminale raccontano, intanto, un’Italia che non può essere descritta attraverso gli slogan. Nei primi sei mesi del 2026 gli omicidi volontari sono diminuiti del 15,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Le donne uccise sono passate da 54 a 34: il 37 per cento in meno. Nel 2025 erano state 97, contro le 118 del 2024. Anche il confronto europeo non colloca l’Italia tra i Paesi con i tassi più elevati di donne uccise da partner o familiari. Sono dati importanti.

Ma un dato che migliora non cancella una vita spezzata. E soprattutto non racconta tutto ciò che accade prima: la violenza psicologica, il controllo, l’isolamento, le minacce, il ricatto economico, la persecuzione, la paura della separazione. Quella forma di possesso che pretende di decidere persino sulla libertà dell'altra persona. È lì che dobbiamo intervenire. Non dopo il delitto. Prima.

Quando una donna dice che qualcosa non va. Quando un’amica capisce che dietro un “va tutto bene” c’è qualcosa che non torna. Quando una relazione finita non viene accettata. Quando una minaccia viene minimizzata perché nessuno vuole credere che possa trasformarsi in qualcosa di peggiore. Non dobbiamo aspettare che una minaccia diventi un cadavere per considerarla reale. E dobbiamo smettere di rivolgere alle vittime la domanda più ingiusta: “Perché non hai denunciato?”. Dovremmo chiederci piuttosto: perché quella donna ha avuto così paura di farlo? Perché ha pensato di dover proteggere ancora chi la minacciava? E perché, intorno a lei, nessuno è riuscito a trasformare quella paura in protezione?

Perché le donne sono spesso state educate a prendersi cura degli altri. A sopportare. A ricomporre. A salvare. Dobbiamo insegnare loro anche che salvare se stesse non è egoismo. Che chiedere aiuto non è una vergogna. Che andarsene non è una colpa. Che proteggere chi si ama non può significare mettere a rischio la propria vita. E che nessun amore può pretendere in cambio la rinuncia alla libertà.

Il giorno dopo un femminicidio arrivano tutti. Arrivano le parole, le telecamere, i fiori, le condanne, le promesse. Ma una società si misura altrove. Si misura il giorno prima. Quando quella donna è ancora viva. Quando una paura può ancora trasformarsi in salvezza. Quando una denuncia può ancora diventare protezione. Il nostro compito non è arrivare a piangere una donna. È arrivare prima che qualcuno possa ucciderla.

Perché l’unico femminicidio davvero evitato non è quello che sappiamo raccontare il giorno dopo. È quello che non racconteremo mai.

Aggiornato il 11 settembre 2026 alle ore 10:08