Ogni volta che si torna a discutere di legge elettorale, il dibattito si concentra quasi sempre sugli effetti che i diversi sistemi producono sulla governabilità. Si parla di premi di maggioranza, soglie di sbarramento, collegi uninominali, proporzionale, maggioritario. Molto più raramente ci si sofferma su una domanda che precede tutte le altre, ma che è tornata di grande attualità in questi giorni: il cittadino ha il diritto di scegliere soltanto un partito oppure anche le persone che rappresenteranno quel partito in Parlamento?
La Costituzione italiana non offre una risposta esplicita: essa stabilisce che il voto è personale, libero, uguale e segreto e che Camera e Senato sono eletti a suffragio universale e diretto; ma non prescrive che debba necessariamente esistere il voto di preferenza. Da un punto di vista strettamente giuridico, dunque, il legislatore dispone di un ampio margine di scelta.
Ma le Costituzioni non vivono soltanto di norme: vivono anche di principi, di equilibri e di uno spirito che talvolta va oltre la lettera delle disposizioni. In questo senso il tema delle preferenze acquista un significato che supera la tecnica elettorale, perché una democrazia rappresentativa non consiste semplicemente nell’attribuire un certo numero di seggi ai diversi partiti, ma anche nel consentire ai cittadini di contribuire alla selezione della classe dirigente.
Quando l’ordine degli eletti viene deciso integralmente dalle segreterie dei partiti il cittadino continua certamente a scegliere il simbolo, ma non sceglie più, se non indirettamente, coloro che entreranno in Parlamento. Il rapporto fiduciario tende così a spostarsi dagli elettori ai vertici del partito. Il parlamentare sa che la propria futura rielezione dipenderà soprattutto da chi compilerà le liste molto più che dal giudizio degli elettori.
Formalmente nulla cambia. L’articolo 67 della Costituzione continua a stabilire che ogni parlamentare rappresenta la Nazione senza vincolo di mandato, ma sul piano politico il rischio è evidente: al posto del vincolo giuridico può nascere un vincolo di fatto, molto più sottile ma non meno efficace, nei confronti delle leadership partitiche.
Qualcuno sostiene che tutto ciò rafforzi i partiti, ed è verosimile che sia così, ma allora occorre domandarsi quale idea di partito si intenda rafforzare. L’articolo 49 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. I partiti, dunque, non sono i proprietari della rappresentanza: ne sono gli strumenti.
Se però gli elettori non possono più incidere sulla scelta delle persone, i partiti rischiano progressivamente di trasformarsi da strumenti della democrazia a luoghi nei quali la selezione della classe dirigente è affidata quasi esclusivamente agli equilibri interni. La competizione politica si sposta allora dall’interno della società all’interno delle segreterie.
È stato spesso osservato che il voto di preferenza può favorire clientelismo e voto di scambio e si tratta di un’obiezione seria, che non va liquidata. Ma la risposta a un abuso non dovrebbe essere la soppressione di un diritto politico, bensì il rafforzamento dei controlli e della legalità. Nessuno proporrebbe di abolire le elezioni perché talvolta esistono brogli elettorali.
In realtà il problema è ancora più profondo: la possibilità d’indicare certe persone piuttosto che altre rappresenta uno dei pochi strumenti attraverso i quali gli elettori possono influenzare la vita interna dei partiti senza esserne iscritti. Un cittadino che vota un determinato schieramento può premiare i candidati che considera più preparati, più autorevoli, più indipendenti e punire quelli ritenuti meno adeguati. In questo modo contribuisce non soltanto a decidere quale partito governerà, ma anche quale classe dirigente quel partito esprimerà.
Privare gli elettori di questa possibilità significa ridurre uno degli strumenti attraverso cui la società civile esercita un controllo democratico sulle organizzazioni politiche. Il rischio è che i partiti diventino progressivamente strutture sempre più impermeabili al giudizio dei cittadini, capaci di selezionare autonomamente i propri rappresentanti e di chiedere agli elettori soltanto una ratifica.
È difficile immaginare che questo fosse l’orizzonte della Costituzione repubblicana. I Costituenti avevano certamente in mente il ruolo decisivo dei partiti, ma li concepivano per lo più come luoghi di partecipazione politica, non come filtri esclusivi tra popolo e istituzioni.
Per questo motivo il dibattito sulle preferenze non riguarda soltanto una tecnica elettorale: riguarda l’idea stessa di democrazia rappresentativa. Una democrazia nella quale i cittadini scelgono soltanto i partiti è una democrazia che concentra il potere della selezione nelle organizzazioni politiche, mentre una democrazia nella quale possono indicare anche i candidati che sono meglio in grado di rappresentarli distribuisce quel potere tra partiti ed elettori, preservando quell’equilibrio tra rappresentanza, responsabilità e fiducia che costituisce il fondamento delle istituzioni liberali.
Le preferenze, dunque, non sono un dettaglio procedurale: sono uno degli strumenti attraverso i quali il cittadino continua a ricordare ai partiti che essi esistono per rappresentare gli elettori, e non per sostituirsi ad essi. Un partito nel quale gli elettori possono contribuire a scegliere la classe dirigente è un partito che continua a vivere della fiducia dei cittadini. Un partito nel quale ogni scelta è rimessa esclusivamente alle segreterie rischia invece di trasformarsi in un’oligarchia autoreferenziale, per la quale gli elettori possono ridursi a meri strumenti di potere.
Aggiornato il 17 luglio 2026 alle ore 10:02
