Kishinev 1903. Il giorno in cui una menzogna uccise una città

Le campane della Pasqua ortodossa suonavano da poco. Era il 19 aprile 1903. Le strade di Kishinev, capoluogo della Bessarabia zarista, avevano l’aspetto tranquillo delle grandi festività. Le famiglie uscivano dalle chiese, i mercati si riempivano lentamente, le botteghe erano ancora chiuse. Nulla lasciava immaginare che, nel giro di poche ore, quella città sarebbe diventata il teatro di uno dei pogrom più celebri della storia europea.

Quando tutto finì, quarantanove ebrei erano stati assassinati, oltre cinquecento feriti, migliaia di persone avevano perso la casa, più di millecinquecento negozi e abitazioni erano stati devastati. Ma quei numeri, da soli, raccontano soltanto la superficie degli avvenimenti. La vera storia era cominciata molto prima.

Non era iniziata con una pietra lanciata contro una finestra, né con una folla inferocita. Era iniziata con un giornale.

Da mesi il Bessarabetz, quotidiano diretto dal fanatico antisemita Pavel Kruševan, alimentava sistematicamente l’ostilità contro la comunità ebraica. L’occasione arrivò con l’assassinio di un ragazzo cristiano. Ben presto gli investigatori individuarono un sospettato che non aveva alcun rapporto con gli ebrei. Sarebbe bastato questo a chiudere il caso. Ma i fatti avevano ormai cessato di interessare.

Il giornale continuò a raccontare un’altra storia, una storia molto più antica della cronaca. Sosteneva che gli ebrei avessero ucciso il ragazzo per utilizzarne il sangue nei riti della Pasqua ebraica.

Era la medievale “accusa del sangue”, una leggenda già smentita infinite volte, eppure ancora capace di trovare ascolto. Non perché fosse credibile, ma perché offriva un colpevole semplice a una società attraversata da tensioni economiche, sociali e politiche.

Le menzogne hanno una caratteristica pericolosa: raramente convincono tutti. Ma non ne hanno bisogno. È sufficiente che convincano abbastanza persone da trasformarsi in azione. E fu esattamente ciò che accadde a Kishinev.

Le prime vetrine andarono in frantumi quasi all’improvviso, poi furono assaltate le case. I mobili vennero trascinati in strada e distrutti e i negozi saccheggiati. Intere famiglie cercarono rifugio dietro porte che non avrebbero resistito a lungo. Alla devastazione si aggiunsero gli omicidi, poi gli stupri e le torture. La folla sembrava agire come se ogni freno morale fosse improvvisamente scomparso.

Ma il particolare più inquietante non riguarda gli aggressori: riguarda coloro che avrebbero dovuto fermarli. La polizia intervenne con lentezza esasperante. Le autorità provinciali rimasero sostanzialmente inattive. L’esercito arrivò soltanto quando gran parte della distruzione era ormai compiuta. Ancora oggi gli storici discutono se il governo zarista avesse pianificato il pogrom oppure se si fosse limitato a lasciarlo accadere. Su un punto, però, il consenso è quasi unanime: quella tragedia avrebbe potuto essere fermata molto prima.

Ogni pogrom nasce dall’odio, ma nessun pogrom diventa una strage senza l’inerzia delle istituzioni. Fu questa la vera lezione di Kishinev. Il massacro provocò un’ondata di indignazione internazionale: giornali americani, francesi, inglesi e tedeschi dedicarono pagine intere alla tragedia. Negli Stati Uniti si organizzarono raccolte di fondi e manifestazioni di protesta. Per la prima volta, l’opinione pubblica mondiale osservava con chiarezza ciò che l’antisemitismo poteva produrre quando incontrava uno Stato incapace o non disposto a far rispettare la legge.

Tra coloro che giunsero a Kishinev vi era il poeta Chaim Nachman Bialik. Camminò fra le case devastate, raccolse testimonianze, ascoltò i sopravvissuti. Da quell’esperienza nacque Nella città del massacro, una delle opere fondamentali della letteratura ebraica moderna. Non era soltanto un atto d’accusa contro gli assassini: era anche un doloroso invito al popolo ebraico a non affidare più la propria sopravvivenza esclusivamente alla protezione altrui.

Molti storici vedono proprio in Kishinev uno dei momenti decisivi che accelerarono la crescita del sionismo politico e delle prime organizzazioni di autodifesa ebraica. Migliaia di persone cominciarono a pensare che l’integrazione, da sola, non bastasse più. Bastava una falsa notizia, un giornale irresponsabile e il silenzio delle autorità perché cittadini perfettamente inseriti nella società si trasformassero, nel giro di poche ore, in vittime designate.

Per questo Kishinev non appartiene soltanto alla storia degli ebrei: appartiene alla storia dell’Europa. In quelle strade comparvero insieme quasi tutti gli elementi che il Novecento avrebbe conosciuto su scala infinitamente maggiore: la propaganda sistematica, la costruzione del capro espiatorio, la manipolazione dell’informazione, la rinuncia dello Stato a esercitare la propria funzione di garante del diritto, la trasformazione dell’odio in consenso.

Le pietre che infransero le finestre delle case ebraiche non distrussero soltanto una comunità: annunciarono l’ingresso dell’Europa in un secolo nel quale le menzogne organizzate avrebbero dimostrato di possedere una forza distruttiva non inferiore a quella delle armi.

E forse è proprio questa la lezione che Kishinev continua a consegnarci, più di cent’anni dopo: le civiltà non cominciano a morire quando scoppia la violenza, ma quando smettono di distinguere la verità dalla menzogna e chi dovrebbe difendere il diritto sceglie invece di voltarsi dall’altra parte per fingere di non vedere, o pur vedendo, fa del suo meglio per non capire.

Aggiornato il 23 luglio 2026 alle ore 10:30