È capitato che l’attrice Helen Mirren, mentre passeggiava con suo marito − il regista Taylor Hackford − per le strade di Londra, è stata aggredita da un attivista pro-Pal all’urlo di “puttana sionista”. La scena è finita sui social attraverso un account anonimo.
La colpa della celebre attrice è di non aver mai nascosto il proprio sostegno al diritto di esistenza dello Stato di Israele.
E tanto è bastato per essere aggredita verbalmente, ma non solo. Perché il marito si è dovuto fisicamente frapporre tra lei e lo pseudo-attivista, altrimenti chissà cosa sarebbe ulteriormente successo.
Il fatto di aver espresso più volte la propria contrarietà ai boicottaggi culturali contro artisti israeliani, aver interpretato il ruolo di Golda Meir nel biopic “Golda” del 2023 ed aver ribadito il suo sostegno all’esistenza di Israele e del suo popolo, specificando anche che non è necessario condividere necessariamente ogni scelta politica dei singoli governi israeliani per sostenere la causa del diritto all’esistenza degli israeliani, ha comportato che qualcuno si sia sentito legittimato a compiere un’azione tanto abietta quanto insulsa.
Perché, che diavolo di senso ha aggredire una signora, un’attrice, di ottanta anni? Sostenere l’esistenza di Israele non vuol dire non sostenere l’esistenza del popolo palestinese (peraltro massacrato in primis da Hamas). A differenza dei cosiddetti pro-Pal, che invece inneggiano e parteggiano per l’eliminazione di Israele dalla faccia della terra in nome della tanto sbandierata Palestina.
Palestina dove sicuramente manifestazioni come il Gay Pride non verrebbero tollerate e non potrebbero esistere. Ma qui a Roma chi non potrà partecipare sono gli ebrei.
La violenza generata dall’intolleranza di certi personaggi non può più essere sottovalutata. Perché non si può tollerare chi non è capace di rispettare un’opinione diversa dalla propria.
Eppure bisogna trovare un modo per tornare a ragionare e dialogare. Per abbassare il livello di tensione sociale che, giorno dopo giorno, inesorabilmente aumenta.
I tre grandi pilastri di Voltaire − la lotta all’intolleranza, la difesa della libertà di espressione e l’uso critico della ragione – sono alla base della civiltà occidentale e dello Stato di diritto. E devono rimanere tali.
Evelyn Beatrice Hall, nel libro The Friends of Voltaire del 1906 firmato con lo pseudonimo S. G. Tallentyre, per sintetizzare il pensiero del padre dell’Illuminismo scrive la celebre frase: “I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it”.
Ma chi oggi oserebbe dichiarare: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”?
Sicuramente non i pro-Pal. Sicuramente non la sinistra, che nel migliore dei casi tace davanti alla violenza e, nel peggiore, la alimenta sperando in un ritorno elettorale.
Oggi più che mai serve una presa di posizione coraggiosa; il rischio è il collasso stesso della società come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Non possiamo aspettare che la politica si svegli e ritrovi la degnità di adempiere al proprio scopo. Siamo noi cittadini che dobbiamo chiederci: in che mondo vogliamo vivere? E pretendere una risposta, anche politica, che sia davvero rispettosa della dignità umana, con tutte le diverse opinioni del caso, e che non tolleri più violenze strumentali e strumentalizzabili.
Oggi più che mai, la scelta non è tra Israele e Palestina. Ma riconoscere il diritto all’esistenza di ogni popolo, a prescindere dallo specifico governo in carica, e lavorare perché venga rispettato. Perché se il diritto all’esistenza esiste, o vale per tutti o per nessuno.
Aggiornato il 29 maggio 2026 alle ore 11:40
