Il punto non è il singolo caso, né tantomeno la polemica del momento. Il limite è strutturale. Il governo guidato da Giorgia Meloni sta fallendo la sfida culturale perché continua a confondere il potere politico con l’egemonia culturale: due dimensioni, in realtà, profondamente diverse tra loro.
Si possono vincere le elezioni, conquistare la maggioranza parlamentare, controllare ministeri e nomine. Ma tutto questo non basta per incidere automaticamente nei luoghi in cui si forma il pensiero: scuola, università, editoria, spettacolo, cinema, teatri. Sono ambiti che rispondono a logiche differenti, cumulative, fondate su relazioni, riconoscimento e credibilità. Non si trasformano per decreto, né attraverso simboli di partito. Il cambiamento da promuovere è ben più profondo, lento e complesso.
Il centrodestra, invece, ha spesso agito come se bastasse “entrare” per cambiare, come se la sostituzione di alcune figure fosse sufficiente a produrre una nuova egemonia, uguale e contraria alla precedente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: interventi episodici, se non addirittura sporadici, conflitti interni, resistenze diffuse e, soprattutto, una totale assenza di radicamento.
Il problema è duplice. Da un lato manca una vera classe dirigente culturale: non semplicemente persone politicamente affini, ma figure riconosciute, autorevoli, capaci di muoversi in quei contesti con una legittimità propria. Dall’altro lato manca una strategia. Non si intravede un progetto coerente, di lungo periodo, capace di costruire reti, formare nuove generazioni e consolidare presenze.
In questo vuoto si inserisce la forza storica della sinistra. Non tanto per una presunta superiorità ideologica, quanto per un lavoro paziente, durato decenni, di instancabile presidio dei luoghi culturali. Case editrici, università, festival, circuiti artistici: una trama che ha generato continuità e influenza. Una solida infrastruttura, prima ancora che un orientamento politico.
Il centrodestra, invece, sembra muoversi sempre in risposta. Denuncia l’egemonia altrui, ma non riesce a costruirne una propria, neppure quando ne avrebbe l’opportunità. Critica il sistema, ma finisce per inseguirlo. Anche quando prova a intervenire, lo fa spesso in modo simbolico: nomine percepite come identitarie, operazioni mediatiche, segnali più che interventi strutturali.
Questo approccio produce un effetto paradossale: rafforza proprio quella subalternità che si vorrebbe combattere. Senza una base culturale autonoma, ogni iniziativa rischia di essere fragile, contestata, isolata. E, alla prima difficoltà, come è recentemente accaduto con il caso Venezi, viene rinnegata o ridimensionata.
La conseguenza è una destra che governa ma non riesce a orientare; che amministra ma non forma; che occupa spazi istituzionali senza riuscire a trasformarli in luoghi di produzione culturale. E così resta, inevitabilmente, a inseguire, sempre un passo indietro.
Il nodo, in fondo, è tutto qui: l’egemonia non si proclama né si insegue. Si costruisce pazientemente. Richiede tempo, investimenti, selezione rigorosa delle competenze e la capacità di reggere il conflitto senza arretrare alle prime difficoltà. Richiede, soprattutto, la consapevolezza che la cultura non è uno dei tanti accessori della politica, ma il suo presupposto fondante.
Aggiornato il 06 maggio 2026 alle ore 11:22
