Il paradosso della destra che teme i suoi intellettuali

C’è un’immagine che racconta meglio di mille analisi la parabola culturale del centrodestra al governo: le bandiere issate all’inizio della legislatura vengono, una dopo l’altra, ammainate. Non per mano degli avversari, ma dagli stessi che le avevano sventolate come simboli di un’annunciata “contro-egemonia culturale”.

In principio fu Vittorio Sgarbi. Per anni indicato come l’intellettuale irregolare capace di rompere il conformismo culturale italiano, è stato usato come vessillo identitario e poi lasciato cadere appena il suo profilo è diventato troppo ingombrante. La sua uscita dal governo non è stata soltanto una vicenda personale o politica: è stata la certificazione di una rinuncia.

Poi è toccato a Beatrice Venezi. Anche qui il copione è pressoché identico. Presentata come il volto giovane, internazionale e non allineato della cultura conservatrice, è stata sostenuta finché incarnava un racconto utile. Ma nel momento dello scontro vero, nel momento in cui sarebbe servita una difesa politica e simbolica, il sostegno si è dissolto. E proprio le parole della stessa Venezi ‒ “Forse è sfumato il progetto culturale di questo governo” ‒ sono risuonate come un epitaffio.

Ma il caso più singolare è oggi quello di Pietrangelo Buttafuoco. Perché qui il paradosso raggiunge livelli quasi grotteschi. Hanno scelto Buttafuoco per la Biennale, lo hanno voluto proprio in quanto Buttafuoco: intellettuale libero, anticonformista, imprevedibile, non riducibile alla caricatura del funzionario obbediente. E ora una parte di quel mondo sembra scandalizzarsi perché Buttafuoco fa il Buttafuoco.

Ma cosa ci si aspettava? Che diventasse improvvisamente un burocrate senz’anima? Che rinunciasse alla sua idea di cultura come spazio aperto, controverso, perfino provocatorio? La sorpresa è semmai il contrario: pensare che un intellettuale autentico, una volta entrato nelle istituzioni, smetta automaticamente di esserlo.

Ed è qui che emerge la fragilità di tutta l’operazione culturale della destra italiana. Per anni si è parlato di egemonia, di occupazione degli spazi culturali, di costruzione di un immaginario alternativo. Ma un’egemonia non si costruisce soltanto nominando qualche volto simbolico: si costruisce soprattutto difendendo quei volti quando diventano scomodi.

Invece, ogni volta accade il contrario: si celebrano gli intellettuali finché servono come bandiere, salvo poi prendere le distanze appena generano attrito, polemiche o pressione mediatica. È successo con Sgarbi. È successo con Venezi. E sta accadendo, in modo ancora più evidente, con Buttafuoco.

La verità è che la destra italiana continua ad avere un rapporto irrisolto con i propri intellettuali. Li desidera come simboli, ma li teme quando manifestano davvero autonomia. Li vuole irregolari, purché non troppo. Liberi, purché allineati. Dissidenti, ma entro limiti compatibili con la gestione del consenso.

E così, uno dopo l’altro, i simboli della cultura di destra vengono ammainati. Non perché manchino figure capaci o autorevoli, ma perché manca il coraggio politico di sostenerle fino in fondo.

Aggiornato il 13 maggio 2026 alle ore 09:10