Il Federalismo liberale della Lega

A priori non c’è una ragione pratica per scegliere, in Europa, tra il modello centralista francese o quello federalista tedesco. Entrambi i Paesi sono ben governati, i servizi essenziali garantiti, le economie, al di là dei venti di guerra dell’Est, floride. I due sistemi sono abbastanza efficienti entrambi, insomma. Dunque, è essenzialmente sulla libertà dei cittadini che si deve operare una eventuale scelta. E allora la risposta dipende dal “tipo” di autonomia, dal suo reale significato.

Se l’autonomia diviene strumento di libertà, permettendo ai cittadini di sfuggire a regole e automatismi astratti imposti dall’alto che sottraggano loro il diritto di decidere liberamente sulla loro vita e le loro proprietà. Se insomma si applica fino in fondo il principio di sussidiarietà, per cui lo Stato non faccia ciò che possono fare le Regioni, le Regioni non facciano ciò che possono fare Province e Comuni, e questi ultimi, soprattutto, non facciano ciò che possono fare i privati cittadini, lasciando alla libertà e alla proprietà privata tutto il loro naturale ruolo, l’autonomia diviene un vero strumento di libertà e democrazia.

Se, invece, l’autonomia diventa strumento di un “centralismo regionale”, che comporti uno statalismo soffocante, pericolosamente portato più vicino al cittadino, controllato così in ogni aspetto della sua vita quotidiana, spiato nelle sue attività e ancor più limitato di oggi nei suoi diritti di proprietà, ben presto ci accorgeremo che un federalismo autoritario di tale natura serve soltanto a portare una inefficiente e sempre più estesa burocrazia nel giardino di casa. E i due modelli, almeno nelle linee essenziali, nelle esperienze di questi anni, li abbiamo già davanti agli occhi: la Lombardia leghista e l’Emilia comunista e post-comunista. In Lombardia si è dato più spazio all’economia privata, alla libera iniziativa, ai diritti individuali. In Emilia, nonostante la (relativa) garanzia delle leggi nazionali, si è creata una concentrazione di potere nelle mani degli amministratori locali che, amministrata paternalisticamente quando va bene, sbrigativamente imposta quando va male, comunque ti condiziona in continuazione e a cui è molto difficile sfuggire, tanto sul lavoro che in casa e in tutte le proprie attività. Perché per i comunisti e i loro eredi non esistono diritti naturali delle persone, ma solo “pubbliche concessioni” e come tali sempre passibili di revoca.

Di solito, infatti, nelle Regioni amministrate a sinistra si tende sempre a diminuire i diritti e le garanzie – già, peraltro, molto scarsi – garantiti nel nostro Paese e questo un po’ in tutti gli ambiti, come nella gestione della pandemia, da parte per esempio del caricaturale califfo della Campania, che minacciava di “chiudere” la Regione come se fosse una sua personale proprietà. Un federalismo oppressivo e divisivo di questo tipo sarebbe esiziale per la libertà e anche per l’unità della Nazione, oltre a far ulteriormente crescere l’apparato burocratico fino a livelli insopportabili. Un federalismo correttamente inteso in senso liberale sarebbe, invece, indispensabile anche in Europa, proprio per avere l’unica Europa unita possibile: quella federale, che si sappia occupare delle grandi scelte in materia di difesa e politica estera, di indipendenza energetica e crescita tecnologica, senza lasciare gli americani a governarci per i loro esclusivi interessi. Mentre oggi a Bruxelles ci si occupa con preoccupante pignoleria del diametro dei prodotti orticoli dei vari Stati, delle loro quote latte o delle concessioni balneari.

Il federalismo leghista, se inteso in senso liberale, può essere dunque non solo un rafforzamento dell’identità nazionale dando sostanza a quel “prima gli Italiani” di cui Matteo Salvini è il maggiore sostenitore (e io di questo gli sarò sempre grato), ma anche una via maestra per proseguire nella costruzione di una Unione europea che sia veramente tale e non una “Terra della burocrazia” inutile e miope.  Per far questo, però, non basteranno giuste intuizioni istituzionali. Ci vorrà anche una precisa linea e volontà politica, almeno nei principali Paesi europei e anche qui l’esempio italiano potrà tornare molto utile. Perché se le destre francesi, tedesche, spagnole, ungheresi proseguiranno a essere divise – come sono – tra moderati più o meno tradizionali e nuovi populisti in uno stato di perenne incomunicabilità tra loro, le elezioni continueranno a essere vinte da un finto centro orientato in realtà a sinistra. E l’Europa non uscirà mai dalla sua crisi di prospettive e valori che è il naturale portato del nichilismo politically correct del pensiero unico e debole della sinistra internazionale.

Non uscirà dalla crisi energetica con le preclusioni preconcette, dalla crisi democratica con l’intolleranza giacobina, dalla crisi di pessimismo con il catastrofismo oscurantista verde. In Italia, finora, siamo riusciti a tenere insieme le varie anime del centrodestra, nonostante le polemiche gratuite di chi, all’estremo, non vuole conciliarsi col liberalismo né porsi il problema del “dovere della governabilità” e di chi, al centro, cerca di smarcarsi per trattare qualche ruolo subalterno o anche solo qualche insincero applauso a sinistra, fingendo di credere a un nuovo finto centro tutto costituito in realtà da esponenti della sinistra. Ma non basta che il centrodestra sia vivo e attivo in Italia. Occorre che il modello sia esteso all’Europa. Ecco perché, personalmente, vedrei bene una Lega nel Partito Popolare europeo, perché da lì potrebbe molto più efficacemente operare per ricucire anzitutto con Marine Le Pen, che solo la sinistra completamente illiberale che abbiamo in Europa può additare come pericolo per la democrazia, per arrivare nel tempo a un ribaltamento in Europa degli orientamenti dell’opprimente conformismo della “gauche caviar” che sta condannando il Continente alla crisi economica, alla divisione e alla sudditanza.

La Lega è di fatto il perno di una alleanza che i sondaggi continuano a mostrare vincente, indipendentemente dai variabili rapporti di forza relativi (il che vuol dire che l’elettorato è sostanzialmente lo stesso) e questo dà alla Lega una grande responsabilità a cui non può sottrarsi, anche se può portare a un suo parziale indebolimento, ma che sarà solo momentaneo se la prospettiva politica resta valida e la Lega ne rimane l’elemento centrale. Anzi, il suo senso di responsabilità alla lunga potrà venire premiato. E comunque questo è il nostro dovere. Anche perché, in Italia, non abbiamo un Emmanuel Macron che, pur parzialmente tributario alla sinistra, sa difendere la Francia, la sua posizione, la sua industria nucleare, la sua idea di Europa. Ma Enrico Letta e Giuseppe Conte, due personaggi che la storia dei partiti di appartenenza costringe nel ruolo di “parvenu della democrazia” obbligati a dire sempre di “sì” per provare a far dimenticare da dove vengono. Una Lega consapevolmente Liberale deve premere per sviluppare le intuizioni iniziali di Antonio Martino e Giancarlo Pagliarini e svilupparle in un programma organico di tutto il Polo di centrodestra, perché non basta più un generico richiamo al conservatorismo, almeno da quando la Gran Bretagna ha abbandonato l’Europa. Infatti, nel termine anglosassone “conservative” il liberalismo è ampiamente contenuto, dai Libertarian al Tea Party, dalla scuola di Chicago alla Mont Pelerin Society, da Ronald Reagan a Margaret Thatcher. Il classico liberalismo europeo c’è tutto, mentre non è così vero nel termine conservatore originario del nostro Continente, dove sta a indicare piuttosto uno stato d’animo, una postura intellettuale, un’attitudine, spesso tutt’altro che liberale, anzi talvolta retrograda e bigotta.

Il centrodestra deve essere la vera, grande, alleanza per la libertà, secondo quell’intuizione che fu di Silvio Berlusconi e prima di lui di Alcide De Gasperi, anche se poi il Cavaliere non seppe o non poté realizzarla. E la Lega, la Lega di Matteo Salvini e di tutti i leghisti, di Governo e di partito, deve continuare a essere in prima fila in questo progetto. Per noi, per l’Europa e anche per la pace, in un momento in cui vediamo troppi guerrieri da salotto scordare, da perfetti imbecilli, che non viviamo ai tempi di Chamberlain. Ma in epoca di armi atomiche.