Quali sono i compiti di una televisione di respiro nazionale? Credo siano sostanzialmente di tre tipi. Il primo è informare i telespettatori e a questo provvedono i programmi giornalistici informativi e di approfondimento soprattutto politico. Il secondo è tentare di dare al pubblico una formazione e a questo dovrebbero provvedere i programmi di taglio culturale, oggi quasi inesistenti. Il terzo è intrattenere e a questo provvedono i varietà, i film, i giochi. Il programma condotto da Massimo Giletti, su La7 la domenica sera, Non è l’Arena, per oltre quattro ore complessive, a quale tipo può essere ascritto? In teoria, dovrebbe appartenere al genere dell’informazione, trattandosi di un programma espressamente destinato all’approfondimento politico, ma di fatto spesso scivola verso il semplice intrattenimento, dal momento che traligna nella pura e semplice spettacolarizzazione della politica e dei rapporti sociali. Si badi.
Questo effetto di scivolamento non è esclusivo della trasmissione di Giletti, presentandosi ovunque vi siano trasmissioni televisive di approfondimento politico come caratterizzato da una condizione imprescindibile: e cioè che gli ospiti, invece di dialogare in modo conciso e argomentato, debbono azzuffarsi l’un l’altro, possibilmente insultandosi con parolacce da angiporto, gridando a squarciagola, agitandosi oltremodo allo scopo di tacitare l’avversario, visto come il nemico da abbattere e da mettere definitivamente fuorigioco. Insomma, una rissa da bettola fuoriporta, ove la semplice buona educazione rimane una perfetta sconosciuta. Ma il pubblico, nella sua maggioranza, non volendo correre il rischio di ragionare, pretende proprio questo, lo scontro, la rissa, le parolacce, così come la plebe assiepata sugli spalti del Colosseo esigeva il sangue dei gladiatori sconfitti. Ne segue che l’indice degli ascolti lievita e che ciò si traduce in un maggior costo degli spot pubblicitari trasmessi all’interno di quella singola trasmissione.
Perciò il proprietario della tivù è ben contento di tali zuffe televisive in diretta, perché si traducono in cospicue entrate per lui medesimo; soddisfatto pure sarà il conduttore del programma, il cui ruolo inamovibile verrà cementato proprio attraverso il crescere degli ascolti, derivante dalle zuffe perpetue destinate alle teste vuote, che sono tante (basti pensare, in proposito, che il Grande Fratello raggiunge indici di ascolto elevatissimi, del tutto inarrivabili da programmi normali). Sicché, assistendo domenica sera scorsa alla trasmissione di Giletti, non ho provato alcuna meraviglia nel constatare l’ennesima zuffa in atto, trattandosi soltanto di identificare i litiganti di turno, che nella specie erano Luigi de Magistris, magistrato e sindaco di Napoli, Catello Maresca, magistrato a Napoli, un altro magistrato di cui non ricordo il nome, Nino Di Matteo, componente del Csm e alla fine il ministro Alfonso Bonafede in collegamento telefonico. La questione sul tappeto – difficile da comprendere per un normale telespettatore, ma ciò non importa – era la seguente.
Alcuni giorni fa Francesco Basentini, capo del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria), dal quale dipendono le carceri italiane, è stato indotto alle dimissioni, in forza delle polemiche nate dalla precedente trasmissione di Giletti, in quanto sarebbe emersa una sua responsabilità nel non aver risposto (forse per un indirizzo email errato) ad una richiesta di un magistrato di sorveglianza in ordine ad una istanza di scarcerazione per motivi di salute avanzata da Pasquale Zagaria, noto boss mafioso, e gravemente malato. Nel corso di quella trasmissione, avevo già provato imbarazzo in quanto Giletti, dandogli ripetutamente addosso, di fatto impediva ad un intimidito Basentini di formulare un pensiero completo e comprensibile, potendosi alla fine a mala a pena intendere che la gestione dei detenuti malati da alcuni anni è passata da quella del Dap, alla competenza delle normali Asp. Ma ciò a stento e malamente si poteva capire, anche perché Basentini veniva subito rintuzzato da Giletti e da altri partecipanti.
La sola cosa che veniva fuori con sufficiente chiarezza era che quella scarcerazione era imputabile – per oscuri ed inconfessabili motivi – a Basentini che, per lo meno, era da considerare un incapace: e da qui le sue dimissioni. La trasmissione successiva veniva dedicata da Giletti a chiedersi come mai un tale incapace fosse stato nominato a quel posto dal ministro. E qui, primo colpo di scena. Telefona Di Matteo, il quale racconta che due anni fa aveva ricevuto dal ministro Bonafede l’offerta di collaborare con lui o quale capo del Dap o quale capo degli Affari Penali; che lui si era riservato di rispondere entro le 48 ore successive; che in quel frangente aveva appreso che da alcune intercettazioni effettuate nelle carceri dal Dap, pericolosi criminali erano terrorizzati dal fatto che lui potesse diventarne il capo; che tuttavia quando si era recato da Bonafede per sciogliere la sua riserva a favore del Dap, questi gli aveva detto che preferiva lui svolgesse l’attività di capo degli Affari Penali; e che perciò, con sua sorpresa e con disappunto per questo voltafaccia di Bonafede, aveva rinunciato a tutto. Secondo colpo di scena.
Telefona Bonafede, il quale si difende dapprima accreditandosi quale lottatore contro la mafia – e qui tutti i soggetti collegati intervengono rumorosamente per allegare le proprie benemerenze in tale lotta – e poi conclude, smentendo Di Matteo e affermando che gli aveva poi offerto soltanto quella forma di collaborazione presso gli Affari Penali – e non quale capo del Dap – perché lo riteneva più adatto a quel ruolo. Quale la morale di tutta questa vicenda televisiva? La riassumo in pochi punti. Primo. Una impressione in generale penosa in quanto ogni partecipante si premurava, prima di spiccicare un pensiero di senso compiuto, di esibire le proprie credenziali antimafia, che si affermavano superiori a quelle altrui, in una sorta di puerile gara il cui premio sarebbe stato quello di esser creduti.
Insomma, in genere uno spettacolo meschino, per quanto non esclusivo di questa trasmissione, perché un argomento non viene valutato per la sua intrinseca capacità di comprendere il mondo, ma a seconda se provenga da chi sia “molto” antimafia o da chi lo sia troppo poco: insomma una assurdità, un vero parossismo ideologico, denunciato già nel 1987 da Leonardo Sciascia. Secondo. Di Matteo ha approfittato della occasione propizia per una sorta di regolamento dei conti in diretta televisiva. Infatti, dicendo ciò che ha detto, non poteva non germinare in chi ascoltasse l’idea che Bonafede, dopo aver saputo delle intercettazioni, forse per timore, gli avesse precluso la strada del Dap che invece lui preferiva. Gravissimo, se vero, per un ministro di grazia e giustizia! Terzo.
Di Matteo, scegliendo di parlare in pubblico, ha scartato la possibilità di esercitare la raffinata arte della discrezione e della riservatezza istituzionale, preferendo mettere in piazza le conversazioni intrattenute col ministro e forse non dando il giusto peso al fatto che tutti gli incarichi di cui si parla sono squisitamente fiduciari e che perciò il ministro può assegnarli o no a suo assoluto arbitrio, del quale non deve render conto a nessuno. Quarto. Abbiamo saputo che importante per indirizzare la scelta di Di Matteo verso il Dap – ma lui neppure sembra averci fatto caso – era la consapevolezza di far paura ai mafiosi: sappiamo dunque, per sua stessa ammissione, quale sia per lui il fondamento filosofico e morale dell’esercizio del potere.
Quinto. Bonefede ha fatto la figura del bambino sospettato di aver rubato la marmellata, anche se non ci sono prove certe a suo carico. Nei fatti, non ha smentito Di Matteo, ma ha sbagliato in tutto, probabilmente per inesperienza o perché mal consigliato. Non doveva infatti telefonare per difendersi, dando mostra di avere qualcosa da cui difendersi, ma di fronte ad una accusa così grave – quella di aver scartato Di Matteo perché malvisto dai mafiosi – avrebbe dovuto riferire in Parlamento rivendicando la correttezza del suo operato e querelare Di Matteo per diffamazione. Bisognava però averne il coraggio. E Bonafede evidentemente non lo possiede. Ha preferito il puro cicaleccio da cortile.
Insomma, fra errori di questo, pavidità di quello, resa dei conti di quell’altro, e il tutto in una trasmissione non destinata a capire, ma a fare da ring per vedere chi vince e chi perda, non rimane che una immensa malinconia. Non posso non pensare infatti che un tal Cesare Merzagora – preso a caso fra tanti – non solo si era meritato una medaglia d’argento al valor militare nel corso della prima guerra mondiale, ma aveva anche composto due valzer lenti per violoncello e alcune commedie e finì – pensate un po’ – presidente del Senato. Ma quella era la Prima Repubblica!
P.S. – Propongo una regola nuova che so mai sarà adottata: il divieto di trasmettere, nel corso delle trasmissioni destinate agli approfondimenti politici, spot pubblicitari. Ve lo immaginate?
Aggiornato il 05 maggio 2020 alle ore 11:29
