Riflessioni sulla Grazia

Innanzitutto una preghiera: chi in questi giorni parli di Grazia e ne tematizzi la funzione usi per favore la stessa delicatezza che userebbe se accogliesse in mano i petali di una rosa di primavera.

Non si tratta infatti di un istituto giuridico come tanti altri che si possono impunemente maneggiare lasciandone intatta la sostanza, ma di un caso unico nel panorama offerto dall’ordinamento giuridico, perché fra le maglie di codici e gazzette si è inteso lasciare uno spazio addirittura alla dimensione del perdono.

Perché la Grazia è proprio questo: una manifestazione del perdono che, invece di agire a livello intersoggettivo, esplica la sua dinamica fra la comunità politica da un lato, rappresentata dal Capo dello Stato, e il suo destinatario, dall’altro.

Ecco perché ci vuol poco a dissiparne il senso profondo e la funzione, confondendola con realtà affini e tuttavia molto diverse come la clemenza o l’indulgenza.  

E soprattutto ci vuol poco – come accade in questi giorni – a non coglierne, per carenza di finezza intellettiva, i tratti essenziali che invece è necessario custodire allo scopo di dare senso alle parole e, con queste, allo stesso mondo in cui tutti viviamo.

E dunque, va riconosciuto che la Grazia – in quanto perdono, per dir così, istituzionalizzato – come ha notato il finissimo pensiero di Vladimir Jankélévitch, è “senza perché”.

Affermazione, questa, che può apparire scandalosa e tuttavia dotata di una sua profonda verità. La Grazia è “senza perché” per il fatto che essa non viene concessa per motivi che abbiano a che fare con la condotta del beneficiato, con la sua personalità, con le cose che egli abbia detto o taciuto, vale a dire con tutto l’armamentario di elementi che possono anche essere giuridicamente rilevanti, ma che qui rimangono drammaticamente muti, insignificanti.

La Grazia viene elargita senza che la persona che ne benefici ne sia “meritevole” in alcun modo. Lo esemplifica la parabola evangelica del “figliol prodigo”, la quale mostra come il padre conceda subito il perdono al figlio che aveva dilapidato l’eredità paterna, senza che questi lo chieda e senza che proclami il proprio pentimento.

Il figlio, non meritando affatto il perdono, lo ottiene dal padre, senza averlo chiesto.

È Derrida ad avvertirci di come il perdono non abbisogni neppure del pentimento. Jankélévitch aggiunge che il vero perdono trova luogo soltanto davanti a ciò che comunemente vien definito l’“imperdonabile”.    

Non suoni paradossale: davanti a qualcosa di “perdonabile”, basta la clemenza o l’indulgenza. Il perdono – e perciò la Grazia – sono molto più esigenti: pretendono, per rimanere se stessi, addirittura l’“imperdonabile”. E ciò perché mentre le prime due seguono la “meritevolezza” del destinatario, la Grazia ne fa tranquillamente a meno e anzi se ne disinteressa.

Sicché, le polemiche che oggi si agitano circa la revocabilità della Grazia – come fosse una licenza edilizia – appaiono in tutta la loro pochezza e inanità.

L’istruttoria conoscitiva operata dal sistema per corredare la domanda di Grazia, non rappresenta per nulla una motivazione, ma soltanto la fotografia dello “status quo” da mostrare al Capo dello Stato, il quale poi deciderà, seguendo un imperscrutabile percorso ideale e spirituale da nessuno condivisibile né sindacabile, “a partire” da quella situazione, ma non “a causa” della stessa.

Prova ne sia che, a differenza di quanto accade per le sentenze, non si danno “precedenti” dei provvedimenti di Grazia né “susseguenti”.

E si capisce perché: mentre le sentenze sono motivate ed ostendono ciascuna le proprie ragioni, i provvedimenti di Grazia non sono adottati per questa o per quella ragione; mentre le sentenze sono “replicabili” per situazioni simili, la Grazia è unica ed irripetibile; mentre le sentenze sono appellabili per vizi della motivazione, la Grazia non lo è mai.

Ne viene infine che come la Grazia (la cui radice terminologica indica la “gratuità”) non viene elargita per la meritevolezza del beneficiato, allo stesso modo non può essere revocata per una eventuale mancata meritevolezza (la Grazia intride l’umano di una misteriosa linfa divina).

Per questo, la Grazia non si oppone alla giustizia, ma ne rappresenta il pieno compimento

Così, il perdono, una volta elargito, sfugge al dominio della stessa coscienza perdonante la quale non potrà in nessun modo revocarlo: immaginarlo supera la soglia del risibile.

Insomma, la Grazia (anche se ingenuamente cacciata dalla denominazione del Ministero per mano dell’ex ministro Diliberto) vive ed opera nell’ordinamento giuridico, ma non gli appartiene; nullifica una condanna definitiva, ma non potrà mai essere censurata sul perché l’abbia fatto; è atto personalissimo di chi la concede, ma ne cela le ragioni profonde.

Lo sapeva Gustav Radbruch – ministro della giustizia socialdemocratico nella Germania pre-nazista – per il quale la Grazia è “l’irruzione di un raggio di luce che penetra nel freddo ed oscuro mondo del diritto”.

Ma oggi quanti hanno la sensibilità per ammetterlo?

Aggiornato il 04 maggio 2026 alle ore 09:48