Televisione come epidemia parallela del Coronavirus

Il funzionamento del sistema informativo mediatico, soprattutto tramite tivù, è tanto più eccitato quanto più l’emergenza sale. È una regola e, al tempo stesso, un effetto ma anche una causa all’interno del più vasto se non globale universo dell’informazione-spettacolo.

E la vicenda del coronavirus metabolizzata dalla televisione conferma, se mai ce fosse bisogno, che lo spettacolo diventa, non da oggi ovviamente, la molla decisiva e deformante nella presentazione di qualsiasi evento, in primis di questo virus fin dal suo innesto cinese.

Ma nella fattispecie italiana una simile spettacolarizzazione sta toccando i suoi vertici, raggiunge le cime di una vera e propria riduzione filmica nella quale la gravità del male – lungi dall’essere esplicata nelle forme tradizionali per limitare i danni degli allarmismi – li accarezza, li cavalca, infervorandosi come seguendo una sceneggiatura scritta in anticipo e trasformata in sequenze cinematografiche grazie ad una regia unica.

È, del resto, la logica dell’informazione televisiva che presuppone questa sorta di mélange proprio per l’indifferenza e l’insensibilità del medium sia ai dolori che alle gioie le quali, semmai, ne costituiscono un contenuto lontano a sua volta da qualsiasi neorealismo ispirato a Roma o Milano città aperte, ma ribaltato in una dimensione nuova che non si limita a copiare quella vera ma a crearne una tutta sua, a darci una verità diversa al di là della inevitabile similitudine e dotata di una forza seduttiva che è tipica del cinema hollywoodiano.

Qualcuno (Il Foglio) ha con acume ironizzato a proposito di una domenica nei suoi diversi (si fa per dire) talk-show, collegamenti e servizi speciali cogliendo il senso di una “fine del mondo in un palinsesto tv riscritto dal coronavirus all’italiana”, ed esattamente in questo palinsesto comune a tutte le reti ravvisiamo quella sceneggiatura preordinata ad una regia in automatismo che procede implacabile dalla bassa padana raffigurata come Chernobyl alla Milano deserta, ai supermarket assaltati da donne ed uomini dai carrelli ripieni e dalle bocche coperte dalle mascherine.

È un contesto nel quale, per la assoluta tipicità del modus italicus, qualsiasi ragionamento viene travolto, anzi, sussunto dalla logica del meccanismo e quando la scena è occupata dalla scienza, l’unica autorizzata a spiegare cause e rimedi, il palinsesto ne regola i tempi come in un montaggio di sequenze spesso caotiche –anche per via della nevrosi di inviati speciali e conduttori – ma pur sempre nella loro duplice personalità rispecchiante una nuovissima commedia all’italiana in cui tragedie, catastrofi ed emergenze si mescolano esattamente come nei film di Dino Risi passando da una protesta ad un disinvoltura, da una accensione ad un relax. E poi, vai col collegamento con Codogno e via via con la Milano dei navigli deserti e con Venezia abbandonata dal suo Carnevale.

In questa miscela non possono mancare le dirette con Palazzo Chigi e le apparizioni di Giuseppe Conte, che non sono più la necessaria irruzione del Governo ma la ripetizione del già detto, dell’ovvio rassicurante, della promessa di un impegno cui le misure prese, alcune francamente eccessive, vorrebbero siglare degli obblighi urbi et orbi con cenni polemici alle Regioni alle quali il presidente lombardo Attilio Fontana, ha seccamente risposto non solo con un fin de non-recevoir, ma con una sapida battuta a proposito di un “Premier che va troppo in tv mentre noi siamo nell’emergenza”.

E vai col collegamento con Mauritius.

Aggiornato il 26 febbraio 2020 alle ore 11:49