Il passo avanti che manca a Renzi

Se a uno come me, che pensa che di sinistra conta soprattutto esserlo stati, si ritrova d’un tratto a riflettere che nel disastro prossimo venturo il minore dei mali è Renzi, che di sinistra lo è (ancora), vuol dire che qualcosa di immane e di irreparabile sta accadendo nella politica. O, meglio, nella non politica. Sono arrivato a questa conclusione, che però è ancora in attesa di altre conferme, nel corso delle orge mediatiche sulle primarie, dalle quali ho subito dapprima un impulso ad andarmene al cinema e, successivamemte, persistendo l’orgia sui palinsesti, mi sono rassegnato a riascoltarne i sunti e gli approfondimenti mano a mano che, dopo i risultati - non imprevisti e, numericamente, non così esaltanti come partecipazione, a parte l’exploit renziano - si delineavano, soprattutto da parte del sindaco fiorentino, alcuni spunti programmatici lasciati in ombra. Probabilmente se ne vedranno ancora di questi spunti per dir così antitradizionali rispetto al mammouth progressista, compresi per esempio a “Porta a Porta” l’altra sera, ma l’impressione è, appunto, che Renzi non solo usi un linguaggio diverso ma i cui contenuti rieccheggiano sia Blair che Craxi, pur persistendo di quest’ultimo la damnatio memoriae su cui il giovane Renzi, che rivendica il diritto all’eresia in una mummificata gauche italiana, dovrebbe soffermarsi non foss’altro che per quel tenue filo liberalsocialista che li unisce, e che lo rende, a volte, così felicemente eretico, con certe uscite alla lib-lab. Ancora uno sforzo, Matteo, un piccolo passo e, dopo il Pertini sepolto a Stella ricordato da Bersani, potresti infrangere quella damnatio memoriae dell’ipocrisia guachista, se non con una visita alla tomba di Hammamet, almemo con una citazione craxiana che spesso usi dimenticandone l’autore: governare significa decidere. Mi rendo conto che a tali pensieri mi trae più che l’empito dell’entusiasmo che non c’è più, la sconsolata visione del campo opposto il cui disastro ha fatto rilucere, fin troppo, le primarie son et lumiere del Pd e i cui sviluppi si piegano giorno dopo giorno in un’impietosa, sadomasochista gara verso il baratro. Mi chiedo se davvero le cose che vengono dette dall’ex gruppo dirigente del fu Pdl siano frutto di menti normali o semplici flatus vocis, così, tanto per esserci, mi chiedo se davvero una qualche malattia misteriosa non abbia invaso i loro corpi (i visitors?)trasformandoli in afasici zombies capaci, al massimo, di invocare primarie fuori tempo massimo e, nel contempo, rivelare che il Pdl sarà spacchettato in tre o quattro tronconi non appena il Cav scenderà a Roma. Ma gli elettori che ne pensano? Chi li ha sentiti? Mi chiedo: ma dove sono finiti i liberali del Pdl, dove i socialisti, dove i laici, dove i cattolici liberali. E che ne è delle loro idee, dei loro propositi, delle loro promesse agli elettori, sì agli elettori come noi. Intanto il segretario voluto, quasi imposto dal Cav non si rassegna, eroicamente, alle cupe previsioni di cui sopra, mentre molti altri, ovvero il gruppo dirigente, non sanno cosa fare e cosa dire dopo che per anni e anni facevano i duri, facevano di tutto. Fuorché la politica. Spiccando, specialmente, nel ruolo di yes men che li ha pluriconfermati nelle liste parlamentari dei nominati (che li ha distaccati fatalmente dai loro elettori) trascurando colpevolmente la necessità, l’obbligo di fare di un Pdl - che ha ormai  smarrito la sua genuina matrice liberale di massa - un partito vero, con organismi veri, con ruoli e livelli diversificati legittimi e legittimati, con sedi di dibattiti e di verifiche e di aperture e di incontri collettivi, che non fossero le solite kermesse. Di anno in anno sempre più stanche e ripetitive. Adesso, che il gioco si è fatto duro, i duri sono scomparsi, si sono fatti silenti, arroccati, spaventati dallo sbriciolamento in atto cui non riescono neppure a porre un argine di parole. Come paralizzati assistono allo sfarimamento di un Pdl che aveva, solo due anni fa, il 35%, ed oggi viaggia sul 15%, forse. E così, per  qualcuno, è facile lasciare la nave che affonda e per altri diventa comodo dare la colpa alla stanchezza del nocchiero e alle sue manie solipsistiche e ai suoi concetti padronali. Come se loro non c’entrassero con  quel sistema del “padrone sono me” che hanno accettato entusiasticamente e che, peraltro, li gratificati a centinaia, a volte senza alcun merito. E adesso? Pdl, se ci sei, batti un colpo!

 

Aggiornato il 09 aprile 2017 alle ore 01:30:26