Ma possibile che in Italia anche la destra, quando arriva al governo, finisca sempre per innamorarsi dello Stato? Le parole sono sempre quelle: libertà, impresa, meno tasse, meno burocrazia, tagli, meritocrazia. Poi si governa e, appena qualcosa scricchiola, rieccoci mani e piedi a Palazzo Chigi. Serve una soluzione? Toppa pubblica, of course!
I soldi pubblici, però, non nascono per grazia di Dio. Nel 2025 la pressione fiscale italiana è stata del 43,1 per cento del Pil e la spesa delle amministrazioni pubbliche ha raggiunto il 51,1 per cento. Nel 2025 il cuneo fiscale per un lavoratore single senza figli con salario medio è arrivato al 45,8 per cento del costo del lavoro. Sono numeri dell’Ocse.
La Cgia di Mestre ha fatto un altro conto. Una famiglia tipo, due lavoratori dipendenti e un figlio a carico: 20.592 euro l’anno tra imposte e contributi. Il 95,7 per cento viene trattenuto in busta paga oppure è incorporato nei prezzi di ciò che si compra. Uno guarda il netto e cerca di farselo bastare. Quanto ha versato complessivamente, tra stipendio e acquisti, magari non l’ha mai sommato. Vorrei vedere se quei ventimila euro dovessimo versarli tutti insieme, di persona. Aprire il conto, scrivere la cifra. Ventimila e cinquecentonovantadue euro. Ci pensi un momento prima di premere “conferma”, eh?!
Uno apre una partita Iva e deve capire cosa pagare e a chi. Un professionista prende un incarico in più e fa i conti. Può anche decidere che non ne vale la pena.
La burocrazia funziona anche così. Ti fa passare la voglia.
L’Ocse, nel suo Economic Survey 2026 sull’Italia, chiede di alleggerire il peso fiscale sul lavoro, ridurre gli oneri amministrativi e togliere le barriere regolatorie che frenano concorrenza e crescita.
Antonio Martino avrebbe avuto parecchio da dire. In un editoriale scrisse esplicitamente: “L’assurdità di sostenere che la mia vita appartiene allo Stato è solo una delle tante manifestazioni di statolatria del nostro tempo”. E apparteneva a una scuola che in Italia sembra ormai materiale da archivio. Allievo di Milton Friedman, studioso di Hayek, ministro in un centrodestra nel quale la libertà economica era ancora un obiettivo concreto di cui andare orgogliosi.
Ritorno al Futuro, ragazzi!
Friedman partiva da un fatto che dovrebbe essere impossibile dimenticare: quando il governo spende, quei soldi arrivano da qualche parte.
Per questo i bonus raccontati come una concessione dello Stato hanno qualcosa di curioso. Lo Stato quei soldi li ha già presi!
Hayek guardava invece alla questione del sapere. Un ministro può conoscere un settore e un funzionario può conoscere una norma. Ma nessun ufficio sa cosa serve domani al negozio sotto casa o quale investimento convenga a un’officina. Oppure quanto valga davvero un’ora di lavoro per chi la vende. Quelle informazioni non stanno tutte insieme da qualche parte. Sono sparse tra milioni di persone. La conoscenza nella società è dispersa, frammentata e incompleta. Diceva il Maestro.
La semplificazione italiana è finita da tempo nel territorio della barzelletta. Prima si accumulano le regole. Poi qualcuno scopre che sono troppe. Si fa una legge per semplificarle. La legge aggiunge altre regole. Infine serve un’altra riforma per mettere ordine nella riforma precedente.
Poi c’è il consenso da gestire.
Murray Rothbard avrebbe probabilmente fatto saltare il tavolo. La sua critica allo Stato andava molto oltre quella che il centrodestra italiano sarebbe disposto ad accettare. Ma è così evidente: se per difendere una competenza pubblica dobbiamo spiegare continuamente perché non si può cancellare, non sarà che quella competenza è diventata troppo comoda per chi la esercita?
Prendiamo la proprietà privata. È uno dei cavalli di battaglia della destra. La casa è tua. Non ci piove (non nel senso che non ci piova dentro, anche se a me è successo anche questo!). Poi prova a cambiare qualcosa, a ristrutturare, a trasformare, a utilizzare davvero quello che possiedi. Hai cinquanta metri quadrati e pensi a un soppalco. Prima ancora di chiederti se hai i soldi, devi capire se hai il permesso.
Eh già. È una libertà con il permesso. Mi scusi posso? “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...”.
Sul welfare il confine è più delicato. Una famiglia che assiste un anziano non ha aspettato il legislatore per sapere cosa fosse la responsabilità. Lo Stato può sostenerla, certamente. Ma quando pretende di organizzare ogni rapporto sta occupando uno spazio di troppo dentro la vita delle persone.
E così il cittadino finisce per abituarsi. Prima di chiedersi cosa può fare da solo, vede cosa passa lo Stato.
Eh no! Per chi ha una formazione liberista, non va per niente bene!
Ma fortunatamente, dopo un duro lavoro e una seria riflessione da docente universitario, arriva Javier Milei, ma qua da noi sembra davvero un alieno.
Non perché abbia scoperto Friedman, Hayek o Rothbard. Li conosce e li rivendica. La differenza è che ha riportato nel dibattito una parola che da noi viene maneggiata con molta prudenza: ridurre. Togliere. “Aufera!”.
Nel frattempo l’Ocse prevede che, a politiche invariate, le spese legate all’invecchiamento e al servizio del debito aumenteranno di circa 4,5 punti di Pil fra il 2023 e il 2040. La spesa pensionistica italiana è già intorno al 16 per cento del Pil. Il debito sfonda i tremila miliardi.
Lo pagano quelli che lavorano. Quelli che producono. Quelli che ancora hanno qualcosa da produrre. E quelli che devono ancora nascere. Poi c’è la crisi demografica e vabbè...
Il centrodestra continua a discutere di come usare lo Stato meglio della sinistra. Ed è proprio questo il guaio.
Una destra che promette libertà e poi si limita a distribuire diversamente il denaro raccolto dal fisco. Non c’è verso, eh!
Martino aveva scelto un liberalismo che oggi in Italia sembra parlare una lingua straniera. Friedman ricordava da dove arriva il denaro pubblico. Hayek metteva in guardia dalla presunzione di poter governare dall’alto una società fatta di informazioni che nessun ministero possiede. Rothbard spinse quella critica fino alle conseguenze estreme. Milei l’ha portata sul palco, in campagna elettorale, al governo, fino a definirsi anarco-liberista, neanche miniarchico, e a parlare senza giri di parole di smantellamento dello Stato. E facendo pure il rock ‘n roll.
E noi ancora a chiederci chi debba fare cosa. Intanto togliamogli la mano dalle nostre tasche!
Aggiornato il 17 settembre 2026 alle ore 09:50
