Il Salento: una tessera chiave del mosaico paese
Il porto di Taranto (Ansa)

Esiste una tessera del mosaico Italia che si chiama “Salento” di cui, purtroppo, ancora oggi non siamo in grado di misurarne la rilevanza del suo ruolo strategico all’interno del sistema logistico dell’intero Paese. Pochi sanno, e questo è stato anche oggetto di un approfondimento nell’incontro di Taranto del mese di marzo, un incontro che ha prodotto la “Carta di Taranto”, dicevo pochi sanno che nel 2025 il fatturato della voce logistica del Paese è stato pari a 114 miliardi di euro e il 50 per cento di tale valore è stato prodotto nelle 8 Regioni del Mezzogiorno e la Puglia ha superato i 22 miliardi di euro. Se poi entriamo nel merito di queste attività, di questi processi logistici, scopriamo che questa terra, cioè il Salento, è il riferimento chiave di questo successo, un successo però che denuncia una grave anomalia: i processi logistici sono per il 70 – 80 per cento gestiti da organismi non del Salento, non del Mezzogiorno, ma o del Nord del Paese o di realtà internazionali. Assistiamo nella nostra terra non alla creazione del Prodotto Interno Lordo (Pil) ma del Prodotto Esterno Lordo (Pel)

Poi ci meravigliamo che il Mezzogiorno, che questa terra in particolare, non cresca e rimanga sempre legata a due assurdi indicatori: il reddito pro capite a 21.000 euro (al Centro Nord da un minimo di 32.000 fino a 46.000) e la limitata partecipazione del Mezzogiorno alla formazione del Pil nazionale (tutto il Mezzogiorno, 8 Regioni, partecipa alla formazione del Pil per un valore pari al 21 per cento, il Lazio da solo il 11 per cento e la Lombardia il 22 per cento). Ci meravigliamo ma non abbiamo il coraggio di denunciare quello che, ad esempio, è successo con il Decreto legge n. 91 del 2017. Un Decreto legge (istitutivo delle ZES) che prevedeva la istituzione, nelle aree meno sviluppate con all’interno almeno un’area portuale ubicata all’interno delle Reti TEN – T, di adeguati incentivi. Incentivi che consentissero lo sviluppo delle imprese ivi operanti, mediante la creazione di condizioni più favorevoli in termini economici, finanziari ed amministrativi. 

Ebbene dal 2017 (cioè dai Governi Gentiloni, Conte 1, Conte 2 e Draghi) questo Decreto Legge, pur con un lavoro encomiabile dei vari Commissari nominati per attuare la norma, fino alla proposta dell’allora Ministro Raffaele Fitto, non aveva prodotto nulla, cioè dal 2017 al 2023 (cioè in sei anni) non c’era stata nessuna attivazione economica (forse 35 milioni); dopo la istituzione della ZES Unica abbiamo assistito ad una esplosione degli interessi, del mondo produttivo, ad insediarsi e c’è stata, in pochi anni, un attivazione di investimenti superiori ai 30 miliardi di euro.

Poi non possiamo dimenticare le responsabilità degli organi locali, sì di noi cittadini di questa terra. Responsabilità tutte identificabili proprio nella miopia strategica che ha caratterizzato coloro che hanno sottovalutato le potenzialità di questo bacino territoriale, mi riferisco a realtà logistiche come il porto di Brindisi e di Taranto o a realtà come l’interporto di Francavilla o il centro intermodale di Surbo, o a collegamenti ferroviari come l’asse delle Ferrovie Sud Est che da Bari raggiunge la parte più meridionale del Salento, come l’asse ferroviario Taranto – Brindisi. In realtà l’interporto di Francavilla, realizzato ma mai diventato impianto logistico, dispone di un nodo in cui si incontrano due assi ferroviari (Sud Est ed FS); sempre il collegamento ferroviario tra i due porti (solo 71 Km) rappresenta un vero canale secco tra due grandi impianti portuali del Mediterraneo.

A tale proposito io ricordo sempre che il bacino di evoluzione del porto di Taranto è dimensionalmente simile a quello di Singapore (Taranto movimenta ormai pochi container TEU, mentre Singapore supera i 38 milioni di TEU). E con questa naturale potenzialità geo economica abbiamo la realtà portuale di Brindisi ubicata nell’Autorità di Sistema Portuale di Bari e quella di Taranto ubicata nell’Autorità di Sistema Portuale del mare Jonio. Senza dubbio sono deformazioni inconcepibili da addebitare a scelte dell’organo centrale ma non possiamo sottovalutare le responsabilità della Regione Puglia che ha sottovalutato le potenzialità strategiche di questa area del Salento.

Queste considerazioni sono state denunciate ripeto a marzo scorso in un’apposita sessione di lavoro svoltasi a Taranto; l’ho chiamata sessione perché in realtà non è stato un convegno ma l’inizio di un itinerario in cui, soprattutto per quanto concerne l’offerta logistica (portuale ed interportuale), definire sistematicamente un codice programmatico di medio e lungo periodo per ridare, a questa tessera chiave dell’economia del Paese, le condizioni per essere motore chiave della crescita. Questo incontro di Ceglie, proprio perché coinvolge tante voci, tanti schieramenti penso possa non produrre difese localistiche o innamoramenti provinciali, ma conclusioni capaci di denunciare all’organo centrale e locale che questa realtà ubicata agli estremi meridionali del Paese, ma al centro del Mediterraneo, non può essere, per nessun motivo, area marginale.

Non ho voluto accennare alla emergenza del centro siderurgico di Taranto perché ritengo che la bomba sociale che sta per esplodere deve, come più volte da me ricordato in più occasioni, vedere presente anche azioni di riassetto funzionale e strategico dell’intero sistema salentino che interagisce direttamente con il sistema industriale di Taranto.

Il Salento non deve cioè vivere solo il dramma della perdita di oltre 20.000 unità lavorative ma deve essere attore diretto, nelle varie sedi istituzionali, per ottenere garanzie certe e misurabili di un vero cambiamento nel rapporto tra Stato e Salento, tra Regione e Salento.

(*) Tratto da Stanze di Ercole

Aggiornato il 06 ottobre 2026 alle ore 14:57