Dodici milioni di italiani facevano già il welfare. Lo Stato arriva dopo

Dodici milioni.

È il numero degli italiani che si sono trovati a prendersi cura di qualcuno vicino. Un papà anziano e malato. Una moglie. Magari sei pure figlio unico. Dodici milioni di persone che per anni hanno tenuto in piedi una parte del welfare italiano senza che la politica se ne accorgesse.

Ora arriva il Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027. Quasi tre miliardi di euro sul triennio, nuove risorse per rafforzare l’assistenza e il percorso di riconoscimento del caregiver familiare. Il Piano prevede circa 982 milioni di euro per il 2025, 934 milioni per il 2026 e oltre 1,1 miliardi per il 2027. La ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha definito il riconoscimento del caregiver familiare un passaggio necessario per dare finalmente attenzione a milioni di persone che da anni svolgono un ruolo fondamentale nell’assistenza. Ottimo. Per carità. Finalmente.

Ma dodici milioni di italiani lo facevano già.

L’Istat fotografa una realtà che esiste da anni: figli che si sono ritrovati con un genitore non più autosufficiente e hanno dovuto arrangiarsi. Secondo i dati, oltre quattro milioni di caregiver convivono con la persona assistita. Il lavoro di cura continua, inoltre, a ricadere soprattutto sulle donne, che rappresentano la quota maggiore di chi presta assistenza familiare.

L’Italia è cambiata. Gli over 65 sono ormai circa un quarto della popolazione, gli ultraottantenni hanno superato i quattro milioni, mentre le nascite continuano a diminuire.

Il welfare costruito nel secondo dopoguerra nasceva in un’altra epoca. Il Rapporto Beveridge del 1942 immaginava uno Stato chiamato a proteggere i cittadini dai grandi rischi della vita in una società completamente diversa da quella attuale. Oggi il quadro è rovesciato: più anziani, meno giovani, più persone che avranno bisogno di assistenza.

No, no. Non sono stati i decreti a creare quei dodici milioni di caregiver. È successo il contrario. Quei dodici milioni hanno costretto la politica ad accorgersi di una realtà già presente.

La legge arriva dopo le persone.

Per anni milioni di italiani hanno pensato da soli a tutto. La malattia non aspetta una legge: entra nelle famiglie e qualcuno deve occuparsene. Quel qualcuno sono stati milioni di cittadini che oggi lo Stato si prepara finalmente a riconoscere.

Il settore dell’assistenza familiare racconta bene questa realtà. Le stime parlano di circa ottocentomila assistenti familiari, tra lavoro regolare e irregolare, dentro un mondo che per anni ha compensato i limiti del sistema pubblico. A questo si aggiungono i dodici milioni di caregiver che hanno sostenuto una parte enorme del welfare italiano senza avere un vero riconoscimento giuridico.

La spesa sanitaria pubblica supera i 130 miliardi di euro l’anno. Per non parlare dei soldi che arrivano dalle Regioni e dai Comuni. Ma esiste un pezzo di welfare che non compare nei bilanci e che nessun decreto può creare: quello costruito dalle persone che si assumono il compito di assistere qualcun altro.

Per anni la politica ha guardato soprattutto a ciò che arrivava dallo Stato, molto meno a ciò che milioni di cittadini facevano già. Di fronte a ogni nuova difficoltà ha pensato prima alla risposta pubblica e solo dopo alla capacità delle persone di affrontare la situazione.

È qui che il welfare universalistico, nato per un’altra Italia, mostra tutti i suoi limiti. Qualcuno lo ha capito? La solidarietà spontanea continua a funzionare, soprattutto nei piccoli centri e nelle reti locali. Non va sostituita con altra burocrazia. Va liberata.

Bisogna lasciare spazio alle persone, alle associazioni e alle reti che già esistono. La solidarietà non deve essere soffocata da un modello che pensa di poter organizzare tutto dall’alto. Va “federata”, messa nelle condizioni di crescere e di produrre ancora più risposte. È questo il futuro!

I dodici milioni di caregiver raccontano proprio questo. Gli individui non sono soltanto destinatari di “prestazioni”. Sono anche capaci di produrre solidarietà senza aspettare che tutto venga deciso burocraticamente.

Il riconoscimento del caregiver familiare era necessario. Le risorse erano necessarie. Ma sull’ordine delle cose bisogna ragionare: non è stata una norma a creare questa realtà, è stata una realtà già presente a portare la politica verso una norma.

Le famiglie non hanno aspettato la politica. Hanno fatto quello che c’era da fare. Adesso arriva il riconoscimento, ma non raccontiamo la storia al contrario: prima sono arrivati gli individui, poi lo Stato.

Fa impressione che se ne accorga l’Istat prima della politica.

Aggiornato il 31 luglio 2026 alle ore 10:29