Profitti, perdite ed extraprofitti
Foto: Pixabay

Nella comunicazione politica è entrato prepotentemente il neologismo: extra profitto. Nel lessico politico soprattutto della sinistra, dell’ultrasinistra e degli scapigliati dei cinque stelle, non è mai contemplata la possibilità che le imprese possano subire perdite o extra perdite. È di tutta evidenza che non hanno l’idea di come si gestisce un’impresa. L’obiettivo di raggiungere l’utile d’esercizio, per le imprese che operano nei sistemi economici di mercato (concorrenza) è sacro! Il “profitto” conseguito deve essere in grado di remunerare tutti i fattori produttivi impiegati nell’esercizio dell’attività imprenditoriale ovvero: il capitale investito nell’azienda, la remunerazione dell’attività imprenditoriale, il lavoro (salari e stipendi, contributi e assicurazioni sociali), la Pubblica amministrazione attraverso il pagamento delle imposte sull’utile conseguito. Senza trascurare il fatto che se la gestione di una azienda non genera profitti è difficile che la stessa azienda possa fare investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione. Chi investirebbe il proprio denaro senza ottenere un ritorno di natura finanziaria? Piuttosto che impiegare il proprio capitale in attività imprenditoriali, che presentano sempre l’alea del rischio d’impresa, sceglierebbero la rendita finanziaria più sicura. Chi lavorerebbe per un’impresa che produce perdite e quindi inesorabilmente destinata alla chiusura? Una azienda che produce profitto paga meglio anche i propri dipendenti. Le imprese che producono più reddito pagano già più imposte; che per le società di capitali (Ires) sono direttamente proporzionali al risultato economico conseguito.

Inoltre, se un’azienda realizza utili è in grado di concorrere alla crescita economica del Paese (Pil), all’incremento del tasso di occupazione, al pagamento delle imposte, contributi e assicurazioni sociali indispensabili per consentire allo Stato di erogare servizi affidabili ai cittadini. Finalmente il presidente di Forza Italia – vicepresidente del consiglio e ministro degli esteri Antonio Tajani ha detto una cosa di destra liberale e liberista “sentire la parola tasse mi dà l’orticaria” si riferiva ovviamente alla tassazione dei cosiddetti “extraprofitti”. Lo stesso vale per il deputato azzurro Enrico Costa che anch’egli ha dichiarato “Davvero la Lega pensa che un’eventuale nuova tassa imposta alle banche non si ripercuoterà sui correntisti”. Parole sante! Piccolo inciso, apprezziamo molto il lavoro svolto dal ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, con particolare riferimento alla sua caparbietà nel perseguire l’obiettivo di realizzare la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina opera strategica per la nazione. In economia aziendale il conto Profitti e perdite (conto economico) è il documento contabile che compara i ricavi realizzati e i costi sostenuti da un’impresa in un esercizio sociale (1° gennaio-31 dicembre) con lo scopo di determinare l’utile o la perdita di periodo. Una sana e corretta gestione dell’impresa, da parte degli amministratori, prevede che negli anni buoni in cui si è realizzato l’utile, parte dello stesso venga accantonato a riserve di capitale da utilizzare nei periodi in cui l’azienda subisce perdite.

La coalizione di centrodestra, come in tutte le economie di mercato, dovrebbe creare le condizioni perché tutte le imprese, e in tutti i comparti economici, siano poste nelle condizioni di poter competere tra di esse realizzando prodotti e servizi di qualità a prezzi competitivi. Più concorrenza e meno rendite di posizione! Purtroppo, scardinare l’oligopolio delle compagnie energetiche e delle banche non è facile. Nei mercati oligopolistici operano imprese di grandi dimensioni che sono in grado di influenzare i prezzi di vendita dei loro prodotti o servizi a danno dei consumatori. Non sono queste imprese che realizzano “extraprofitti” ma è la politica che gli consente di ottenerle grazie alle loro rendite di posizione. Se nel settore energetico, che è strategico per gli interessi di una nazione, lo Stato è presente nell’azionariato e può sempre utilizzare la golden share a tutela degli interessi collettivi; nel settore dei servizi bancari è meno giustificato il processo di integrazione verticale che ha ridotto il numero di banche. Meno concorrenza tra istituti di credito significa più rendita di posizione per le banche che possono incrementare i loro profitti non per le loro capacità gestionali ma per la condizione di privilegio del mercato oligopolistico.

Aggiornato il 01 settembre 2026 alle ore 11:14