Il 22 settembre prossimo l’Istat pubblicherà i dati definitivi relativi ai conti pubblici dell’esercizio 2025. I dati preliminari, elaborati dall’Istituto nazionale di statistica, nel mese di aprile del 2026, indicavano un rapporto deficit/Pil al 3,073 per cento (arrotondato per eccesso al 3,1 per cento), stima provvisoria che non ha consentito all’Italia l’uscita, con un anno di anticipo, dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo dell’Unione europea. Lo scostamento rispetto al parametro di Maastricht è stato di circa 600 milioni di euro. Una cifra veramente irrisoria. È prevedibile che i dati definitivi che saranno pubblicati nel prossimo settembre, attesteranno che effettivamente già nel 2025 l’Italia era già rientrata nei parametri previsti dal nuovo patto di stabilità europeo sul rapporto deficit/Pil. È possibile una revisione al rialzo del Pil anche alla luce delle reiterate revisioni al rialzo dell’Istat del denominatore Pil sia per il 2023 (più 11,2 miliardi di euro rispetto ai dati provvisori) che per il 2024 (più 7,4 miliardi di euro).
Il risultato a consuntivo avrà una rilevanza fondamentale e sarà funzionale all’elaborazione della legge di stabilità per il 2027; il cui iter parlamentare inizierà con la riapertura di settembre del Parlamento. La legge di bilancio sarà l’ultima della 19ª legislatura. Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, artefice del risanamento dei conti pubblici, si è detto moderatamente ottimista sul fatto che il risultato definitivo deficit/Pil, revisionato dall’Istat, risulterà al di sotto del fatidico 3 per cento. L’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione gli consentirebbe di lavorare ad una legge di stabilità che gli consentirà di coniugare: l’esigenza di tenere sotto controllo i conti pubblici e quella di operare una riduzione del carico fiscale sul ceto medio che è stato il più penalizzato in termini di prelievo anche a causa della politica dissennata del Superbonus 110 per cento e del reddito di cittadinanza dei governi Conte che hanno scassato le finanze pubbliche.
Le elezioni politiche generali, a mio avviso, si terranno nella tarda primavera del 2027 e non a scadenza naturale nell’autunno del 2027; in quanto il governo che si dovrebbe insediare, dopo il risultato delle elezioni, si troverebbe nelle medesime condizione del Governo Meloni che di fatto non ha potuto fare altro che ratificare la legge di bilancio già predisposta dal governo “tecnico” presieduto dall’ex banchiere centrale Mario Draghi. In gioco, nelle Politiche del 2027, non ci saranno solo la riconferma storica della coalizione di centrodestra ma anche il fatto che il nuovo Parlamento sarà chiamato a eleggere il nuovo capo dello Stato in sostituzione di Sergio Mattarella, il cui secondo mandato scadrà il 3 febbraio del 2029.
Sono certo che il ministro Giancarlo Giorgetti continuerà l’opera di risanamento delle finanze pubbliche e non consentirà “l’assalto alla diligenza” ai partiti alleati della coalizione di governo di approvare una legge di stabilità dal sapore “elettorale”. Alla indispensabile riduzione della pressione tributaria sul tartassato ceto medio dovrà corrispondere una riduzione delle spese improduttive con particolare riferimento alla tax expenditure (spese fiscali) ovvero l’elargizione clientelare di super bonus, bonus, contributi a fondo perduto e la moltitudine di provvidenze pubbliche che costano (dati del rapporto annuale sulle spese fiscali della Commissione per le spese fiscali del Ministero dell’Economia e delle Finanze) la cifra monstre prevista per il 2027 di 104,76 miliardi di euro. Gli elettori che hanno votato la coalizione di centro destra il 25 settembre del 2022 premieranno ancora una volta l’oculatezza nella gestione dei conti pubblici e la programmata riduzione della pressione fiscale in maniera compatibile con la reale situazione della finanza pubblica in un contesto economico e politico internazionale particolarmente difficile.
Aggiornato il 25 agosto 2026 alle ore 10:11
