La crociata di Parigi contro la proprietà

La capitale francese raddoppia l’imposta sugli immobili non occupati, anziché rimuovere le cause che scoraggiano le locazioni, trasformando così il proprietario nel colpevole della crisi abitativa.

Di fronte al fallimento di una politica, si può riconoscere l’errore e cambiare strada oppure aumentare la dose del rimedio che non ha funzionato. Parigi ha scelto la seconda possibilità: dal 2027 l’imposta sulle abitazioni sfitte sarà quasi raddoppiata. Secondo quanto riferito da Le Figaro, infatti, l’aliquota salirà dal 17 al 30 per cento del valore locativo catastale dopo il primo anno di mancata occupazione e dal 34 al 60 per cento dal secondo. La possibilità è stata introdotta dalla legge finanziaria francese per il 2026 e il Consiglio comunale parigino ha immediatamente deciso di utilizzarla.

L’aumento non è affatto simbolico. Nell’esempio diffuso dalla stessa amministrazione, per un appartamento vuoto di trenta metri quadrati nel XVII arrondissement l’imposta passerà da circa 790 a 1.400 euro, per poi raggiungere 2.800 euro. Non è un incentivo, rappresenta al contrario una sanzione vera e propria contro l’esercizio del diritto di proprietà.

L’obiettivo dichiarato dai fautori è riportare sul mercato ventimila alloggi, in una città nella quale si stimano circa centocinquantamila abitazioni vuote. A tal proposito, l’assessore comunista Jacques Baudrier ha parlato di una “vittoria storica”. In realtà, è la vittoria di un’antica illusione: quella secondo cui ogni problema abitativo nasce dall’egoismo dei proprietari e può essere risolto con nuove tasse. Ogni casa non occupata viene così trattata come una colpa. Poco importa che si tratti di un immobile da ristrutturare, coinvolto in una successione, oggetto di una controversia, destinato alla vendita o sottratto alla locazione perché il proprietario considera eccessivi i rischi. La categoria statistica dell’“alloggio vuoto” cancella ogni differenza e trasforma situazioni diversissime in un unico capo d’accusa: possedere senza utilizzare il bene nel modo stabilito dal potere politico.

È questo il punto più grave. La capitale francese non si limita a imporre un tributo. Afferma che il proprietario non ha il diritto di decidere se, in quale momento e a quali condizioni utilizzare il proprio immobile. Può possederlo formalmente, ma deve metterlo al servizio delle finalità stabilite dall’amministrazione. Diversamente viene punito. La proprietà privata cessa così di essere un diritto e diventa una concessione condizionata.

Un autentico diritto di proprietà comprende anche la facoltà di non usare immediatamente il bene, di conservarlo, trasformarlo, venderlo o attendere condizioni economiche migliori. Chi acquista una casa non riceve dallo Stato un incarico di gestione del patrimonio abitativo cittadino. Investe risorse proprie, sostiene imposte, manutenzioni, responsabilità e rischi. Pretendere che debba comunque immettere l’immobile sul mercato significa attribuirgli tutti gli oneri della proprietà e sottrargli la libertà che dovrebbe costituirne il contenuto essenziale.

A parte ciò, la municipalità parigina rovescia, inoltre, il rapporto tra causa ed effetto. Anziché domandarsi perché numerosi proprietari preferiscano non affittare, presume che il loro comportamento sia antisociale. Ma quale convenienza può avere un individuo a offrire la propria casa se teme morosità, occupazioni, contenziosi interminabili, restrizioni agli affitti brevi, modifiche continue delle regole e crescente pressione fiscale? Non a caso, l’opposizione ha osservato che un numero crescente di proprietari abbandona le locazioni di lunga durata perché non sono più redditizie. È il dato che il Comune preferisce ignorare: se affittare diventa sconveniente, il problema non si risolve tassando chi rinuncia a farlo. Difatti, la casa resta vuota perché il potere pubblico ha reso il mercato meno conveniente e più rischioso, non perché il proprietario rifiuta il mercato. Lo schema, del resto, è noto. Prima si riduce la libertà contrattuale. Poi l’offerta diminuisce e la scarsità fa aumentare i prezzi. A quel punto la politica accusa i proprietari di avere provocato la crisi e introduce nuovi obblighi, imposte e controlli.

A ben vedere, la tassa sulle case vuote nella grande metropoli francese appartiene alla stessa famiglia ideologica del controllo degli affitti. Non cerca di comprendere le ragioni delle scelte individuali: pretende di correggerle. Non rimuove gli ostacoli che impediscono l’incontro tra domanda e offerta: colpisce chi non si comporta secondo il piano pubblico. Perfino la Corte dei conti transalpina ha riconosciuto che il fenomeno è assai più complesso della rappresentazione politica. Nel rapporto pubblicato nel maggio 2025 ha rilevato che la vacanza abitativa può dipendere dallo stato degli immobili, da successioni, lavori, difficoltà personali e molteplici vincoli. Ha inoltre osservato che gli strumenti esistenti, comprese le imposte sulle case sfitte, mostrano evidenti limiti. La risposta di Parigi è stata semplice: raddoppiare l’imposta. Nella logica dirigista, se una tassa non funziona non significa che sia sbagliata, ma soltanto che è ancora troppo bassa. Il fallimento diventa così il pretesto per irrigidire la politica.

La strada alternativa è rendere conveniente affittare: rilascio rapido degli immobili, giustizia più veloce, tutela del contratto, minore pressione fiscale, libertà dei canoni e certezza per il proprietario di poter recuperare il bene. In un mercato libero e sicuro non serve alcuna coercizione: è l’interesse economico a favorire l’offerta.

Il raddoppio dell’imposta produrrà nuove entrate e spingerà alcuni proprietari a vendere, ma non garantirà affatto le ventimila locazioni promesse. Un immobile può cambiare proprietario senza entrare nel mercato degli affitti: può diventare abitazione principale, essere destinato a un familiare, ristrutturato o sottratto definitivamente alla locazione. Tassare non significa creare offerta.

La misura aumenterà anche l’incertezza. Chi acquista una casa sa ormai di non poter decidere liberamente come utilizzarla. Oggi si tassa lo sfitto; domani si potrà imporre il canone, la durata del contratto o perfino il tipo di inquilino.

La Ville Lumière afferma così un principio più grave della lotta agli alloggi vuoti: il bene appartiene formalmente al cittadino, ma il suo impiego viene deciso dal potere pubblico. Il proprietario sostiene acquisto, imposte, lavori e manutenzione; il Comune stabilisce che cosa debba farne. È un’espropriazione senza trasferimento del titolo.

La crisi abitativa è il risultato di un mercato soffocato: diritti erosi, contratti compressi e offerta scoraggiata. Di fronte alla scarsità prodotta da queste stesse politiche, il potere pubblico indica poi nei proprietari i responsabili. Parigi in sostanza non sta liberando ventimila abitazioni. Sta avvertendo ogni proprietario che il suo immobile potrà essere piegato agli obiettivi dell’amministrazione.

Il problema, ormai, non sono soltanto le case sfitte. È la libertà a essere diventata l’immobile più abbandonato d’Europa.

Aggiornato il 27 luglio 2026 alle ore 12:54