L’eterno miraggio dello Stato che risolve tutto

Il raggio d’azione della politica continua ad ampliarsi, invadendo ambiti sempre più vasti della vita economica e sociale. Ogni problema viene trasformato in emergenza, prevale l’emotività e lo Stato interviene con nuove regole, incentivi, sussidi e controlli. I risultati concreti passano in secondo piano: ciò che conta è dimostrare di “fare qualcosa”.

La vera domanda da porsi è perché, nonostante innumerevoli fallimenti storici, si continui a confidare più nelle soluzioni politiche che nei meccanismi di mercato. Non è che alla base c’è una fondamentale ignoranza di come i due approcci si differenziano e a quali risultati portano? O forse non è che prevalga una visione ideologica informata da invidia ed egoismi invece che da obiettività?

L’economia di mercato si fonda su scambi volontari: domanda e offerta determinano i prezzi, che incorporano informazioni essenziali per consumatori e imprese. In questo sistema, dove nessuno è obbligato a transare, milioni di decisioni decentralizzate coordinano produzione, investimenti e consumi senza bisogno di un’autorità centrale. La concorrenza premia innovazione, efficienza e capacità di soddisfare il cliente. Il fallimento non ha connotazione negativa ma è un elemento critico nel processo di distruzione creativa essenziale nell’economia di mercato.

L’approccio statalista segue invece una logica dirigista: si presume che governi, ministeri o gruppi di esperti possano stabilire cosa produrre, quanto produrre e a quale prezzo vendere i prodotti. Da qui derivano regolamentazioni eccessive, burocrazia crescente e interventi che alterano la finalità informativa dei prezzi. Perché i prezzi non sono un ostacolo da correggere: sono segnali che indicano scarsità, abbondanza e preferenze dei consumatori.

Un esempio è il petrolio, mercato già in parte alterato dall’Opec, cioè un “cartello” di Stati che decide le quote di produzione (si noti che poi questi Stati al loro interno magari si dotano di autorità antitrust). Se tensioni geopolitiche ne riducono l’offerta, il prezzo sale. In un mercato libero questo spinge a produrre di più dove possibile, utilizzare scorte in eccesso e a consumare meno, riequilibrando domanda e offerta. La politica, invece, tende a intervenire con sussidi e calmieri per attenuare l’aumento dei prezzi. Il risultato è che l’aggiustamento avviene più lentamente e gli squilibri si prolungano.

Lo stesso vale per salari minimi, affitti calmierati, incentivi e ristori: misure spesso pensate per aiutare cittadini e imprese ma che finiscono per distorcere il mercato e l’allocazione efficiente del capitale. Gli incentivi pubblici, in particolare, creano frequentemente domanda artificiale. Le aziende investono per soddisfarla, ma quando i sussidi terminano restano capacità produttive eccessive, crisi aziendali e perdita di posti di lavoro.

In generale, la cosiddetta “politica industriale” viene spesso presentata come soluzione strategica, ma nella pratica si è frequentemente trasformata in spreco di risorse e decisioni guidate più dal clientelismo politico che dalla sostenibilità economica.

La storia offre numerosi esempi dei limiti delle economie pianificate e del centralismo decisionale. Al contrario, i Paesi che hanno favorito libertà economica, concorrenza e liberalizzazioni hanno generalmente registrato maggiore crescita e prosperità.

Nel 1980 il Prodotto Interno Lordo (Pil) pro-capite a prezzi correnti in Usd dell’Italia era più di 1,5 volte quello di Singapore. Le due traiettorie completamente diverse intraprese dai due Paesi in termini di libertà economica hanno stravolto il risultato. Nel 2025 il rapporto si è ribaltato con il Pil pro-capite italiano che è meno della metà di quello di Singapore.

L’economia di mercato non è perfetta e può sembrare spietata a volte, ma resta un sistema più efficiente e meno arbitrario di quello fondato su interventi continui dello Stato. La vera sfida non è aumentare il controllo politico sull’economia, bensì creare condizioni favorevoli a concorrenza, innovazione e libertà economica.

(*) Executive Director - Corporate Finance, Aldar Properties PJSC

(**) Tratto da Ibl

Aggiornato il 20 maggio 2026 alle ore 14:44