Taccuino Liberale. E Martin perse la cappa

venerdì 24 aprile 2026


Per lo 0,1 per cento, “Martin perse la cappa” verrebbe da dire leggendo le cronache sul risultato di valutazione svolto da Eurostat del rapporto deficit/Pil reso noto ieri. Stiamo parlando di una cifra che i maggiori organi di stampa dicono aggirarsi tra i 600 milioni ed il miliardo di euro, e per colpa (o per fortuna) siamo ancora nella procedura di infrazione Ue per eccesso di deficit. 

In termini sportivi probabilmente parleremmo di millesimi di secondo, e decisi al fotofinish. Accade nello sport, e accade anche nella vita reale, ed è accaduto anche in quella governativa. Fa quasi tenerezza il ministro dell’Economia e Finanze, lasciato da solo in conferenza stampa a dare la triste notizia che l’obiettivo di rientro anticipato dalla procedura di infrazione non è stato centrato. 

Eppure il dato del 3,1 per cento in sé dovrebbe essere di conforto per il Paese, era l’8,3 per cento nel 2022, il 7,2 per cento nel 2023, il 3,4 per cento nel 2024, ed è sceso al 3,1 per cento nel 2025. Non quanto sperato per raggiungere l’obiettivo che si erano dati nel governo, ma, come dicono a Milano, Piust che nient, l’è mej piutost.

E forse con questo spirito e confidando nella benevolenza di un favorevole arrotondamento da parte di Eurostat (che non c’è stato) erano stati mandati i conti a Bruxelles, ma il verdetto è arrivato come una saetta in Consiglio dei ministri. Siamo in buona compagnia nello sforamento del rapporto deficit/Pil, assieme a Paesi come Francia e Belgio, mentre Paesi come la Grecia, che hanno subito cure draconiane risultano essere addirittura in avanzo.

Spendiamo tanto, troppo e spesso malissimo, e cresciamo poco, anzi pochissimo. Non sono mali di oggi, e nemmeno di ieri o l’altro ieri, sono problemi atavici che ci portiamo dietro da decenni, e sono tutti interni. Non è l’Ue brutta, sporca e cattiva, siamo noi che siamo spendaccioni e non abbiamo un sistema economico che possa garantire crescita, e dunque prosperità economica e sociale.

In Italia anche un piccolo bar, prima di aprire deve chiedere dalle 14 alle oltre 30 autorizzazioni ad enti ed autorità pubbliche diverse, e spendere una cifra non inferiore a 4-500 euro annui solo per la tenuta della contabilità ed il pagamento di oneri e tributi per la tenuta della contabilità (tassa annuale iscrizione CCIAA, costo deposito bilancio, vidimazione libri societari etc...) che nulla aggiungono al cappuccino e cornetto, né concorrono a creare valore, ma solo a garantire al sistema pubblico una rendita.

E così vale per molta dell’economia italiana, legata a doppio filo allo Stato da lacci, lacciuoli e catenacci vari, che non le consentono di volare. A ciò si aggiunga la morsa sindacale ed ecco la crescita asfittica, fatta di zero virgola, che non fa presagire nulla di buono all’orizzonte, perché al primo raffreddore, al primo starnuto, ecco prospettarsi la crisi più buia e nera.

Le opposizioni si sono subito dirette alla giugulare del governo, con Boccia che sostiene che se il governo non ha una soluzione concreta bene che si faccia da parte (la sinistra non se lo toglie il vizietto di voler andare al potere anche quando perde le elezioni) e Conte che sostiene che non sarà certo il Superbonus il problema (ha ragione: è il combinato disposto del super bonus con il reddito di cittadinanza, tutti gli altri vari bonus, tutte le uscite pensionistiche anticipate, e chi più ne ha più ne metta), mentre la segretaria del Pd, fortunatamente è rimasta in silenzio, ben sapendo che lo sfascio dei conti pubblici, dato che il governo del paese per 11 anni è stato in mano a coalizioni di centro sinistra, e l’attuale governo ha soli 4 anni, se fosse attribuito in quota parte alle diverse compagini politiche che si sono avvicendate al comando del Paese, la vedrebbe sul banco degli imputati come leader del partito di maggioranza di quelle coalizioni di governo che hanno significativamente contribuito al mantenimento del disastro e poco o nulla ha fatto per l’aumento della crescita economica (ricordate i governi Letta e Monti che manovre di largo respiro? Ricordate chi era il ministro dell’Economia e Finanze all’epoca del secondo governo Conte?) e riduzione del debito

Manca un anno alle elezioni, e c’è spazio per una sola ulteriore legge di bilancio, cosa può dunque fare il governo da oggi sino alla fine della legislatura? Ha il tempo e lo spazio di manovra politica necessari per provare a migliorare il dato ed intestarsi il raggiungimento dell'obiettivo non raggiunto quest'anno? 

Tempo fa, la premier disse a commento della visita di Milei in Italia, durante la quale era venuto a spiegare le sue ricette economiche per risollevare la disastrata economia argentina, che l’Italia non era l’Argentina e non c’era bisogno di ricette del genere, sostenendo dunque, implicitamente che senza intervento pubblico l’economia non possa andare avanti, e che tutta la spesa pubblica è indefettibile. Cioè su 1100 miliardi di spesa pubblica, noi non riusciremmo a rinunciare a 5 miliardi l'anno, per almeno 10 anni e provare ad invertire la rotta. Sarebbe come dire ad una persona che guadagna 1100 euro che non riesce a fare il sacrificio di 5 euro.

Con tutti gli sprechi, le inefficienze, la struttura burocratica elefantiaca, non si riesce a efficientare, a rendere più efficace la spesa pubblica?

Non è vero che non si può fare, come dicono in tanti, non si vuole. Non lo vuole quella parte di politica che per il tramite della spesa gestisce consenso e pace sociale, che manovra le strutture amministrative a tutti i livelli, che in accordo (o meno) con la classe burocratica alta o bassa che sia, e in piena sintonia sindacale, si oppone alla riduzione della spesa e del debito. Lo vorrebbe ma non riesce ad attuarlo quella parte politica (minoritaria) che si trova a combattere contro i mulini a vento di politici che paventano la fine della democrazia se si riduce la spesa, e le burocrazie che si trincerano dietro l’elefantiaco apparato legislativo per porre i veti ai tagli.

Troppo ghiotto il potere che deriva dalla gestione dei soldi degli altri, quelli dei contribuenti italiani, costretti alla tassazione altissima, al debito altissimo, a fronte della crescita asfittica del Pil. Siamo quindi sicuri che una cura stile Argentina, anche una sola sforbiciatina di costi e strutture modello argentino, non produrrebbe buoni effetti ma solo catastrofi economiche e sociali?

Ci vorrebbe un Ernesto Nathan al Mef che con puntiglio e precisione iniziasse a verificare ogni singolo capitolo del bilancio dello Stato ed iniziasse a depennare o quanto meno ridurre, i numeri presenti, annotando ogni volta che non c'è più trippa per gatti.

Perché una cosa è certa, la democrazia non corre alcun pericolo se la spesa pubblica viene messa a dieta molto stretta, il risultato elettorale anzi potrebbe essere anche migliore di quello ottenuto con la spesa pubblica a tutti i costi, in quanto vi è una maggioranza silenziosa, che non vota, che non è interessata alla politica perché con la politica non ha a che fare e non ci mangia, e che quindi resta a casa o va al mare. Sta aspettando un governo che prometta libertà di intraprendere, che lasci nelle casse delle imprese un po’ più di quello che lascia oggi una volta pagate tutte le tasse, tutto il costo azienda per i lavoratori, gli oneri ed i balzelli che lo Stato ad ogni livello gli impone, che si impegni a svolgere decentemente quelle poche cose che uno Stato deve fare, convinto che non vi sia bisogno di mettere nelle tasche degli italiani un po’ di soldi, ma che bisognerebbe non prenderli alla fonte, e che la crescita si fa con il valore che si può generare, non con i sussidi o i bonus a pioggia.

Si dice che le crisi siano occasioni di nuove opportunità se cavalcate per essere superate, saprà dunque il governo prendere questa occasione come spunto per una nuova fase storica ed economica del Paese, o saremo ancora invischiati a lungo con gli zero mezzi?

Perderemo ancora la cappa, o possiamo provare a sognare il ministro dell’Economia e Finanze, assieme alla Ragioniera dello Stato, penna rossa e blu alla mano, procedere ad effettuare tutti i tagli senza tregua e pietà capitolo per capitolo?

Le spese dello Stato devono derivare da una legge, si proceda pure con l’abrogazione o il definanziamento di quelle che introducono spese, balzelli, oneri, tributi, etc. Si proceda con la deforestazione della giungla di norme che consentono il pagamento di gettoni di presenza o compensi per la partecipazione a commissioni, comitati, osservatori et similia. C’è talmente tanto da tagliare che gli strepiti dei soliti menagramo per i quali tagli= distruzione della sanità, della scuola, del welfare, delle pensioni, sembreranno voci di sirena al cospetto di Ulisse davanti all’isola di Licosa. Basta mettersi i tappi alle orecchie. Quanto spreco c’è nel welfare e assistenza a tutti senza alcuna regola, senza alcun controllo, senza alcun limite?

Si può e si deve tagliare, e forse va iniziato anche a far pagare la responsabilità di chi spende male o troppo. Chi pagherà per esempio per il disavanzo della Fondazione Milano-Cortina per i giochi olimpici? Possibile che ogni spesa fuori controllo sia sempre imprevista ed imprevedibile e di somma urgenza?

Il rimanere ancora un anno in procedura d’infrazione deve essere vista come l’opportunità per arrivare alle elezioni con il miglior risultato che un governo ˗ da oltre 20 anni a questa parte ˗ possa vantare di aver raggiunto nel corso del suo mandato: il controllo della spesa pubblica.

Roba da statisti veri. Cose che solo grandi leader come la Thatcher o Reagan ieri e Milei oggi hanno avuto il coraggio di fare fino in fondo. C’è solo da decidere in quale capitolo della storia del paese voler essere inseriti.

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di Elvira Cerritelli