Maria Rosaria Russo debutta alla regia teatrale con una storia di fragilità, identità e libertà
Per la prima volta firma anche la regia, oltre alla riscrittura del testo, dando vita a un progetto che esplora il disagio interiore, la salute mentale e il coraggio di essere se stessi.
Dal grande schermo al palcoscenico, una storia di fragilità e ricerca di sé che continua a interrogare il presente. Maria Rosaria Russo, attrice e regista, affronta una nuova sfida professionale con Ragazze interrotte, spettacolo ispirato al celebre film del 1999 Girl, Interrupted.
In scena al Teatro Hamlet di Roma dal 4 all’8 novembre, il progetto segna il suo debutto alla regia teatrale, dopo aver curato personalmente anche la riscrittura dell’adattamento. Al centro, le contraddizioni dell’animo umano, il peso delle etichette sociali e la necessità di imparare ad ascoltare il dolore, senza giudicarlo.
Maria Rosaria Russo, perché ha scelto di portare sul palcoscenico proprio Girl, Interrupted? Quali aspetti ha voluto approfondire attraverso il linguaggio teatrale?
Girl, Interrupted possiede una forza universale e viscerale che attraversa le generazioni senza perdere un grammo della sua urgenza. A spingermi verso questa storia è stata la straordinaria polifonia delle sue voci femminili: non un semplice racconto di sofferenza, ma un inno alla complessità dell’essere umano.
Rispetto al cinema, il teatro permette di fare un passo in più: toglie il filtro dello schermo e restituisce i corpi allo spazio vivo, alla prossimità fisica con lo spettatore. Attraverso la drammaturgia teatrale ho sentito l’esigenza di scandagliare il silenzio che abita queste ragazze, dare volume ai loro non detti e trasformare il microcosmo dell’ospedale psichiatrico in uno specchio nel quale tutti possiamo riconoscere le nostre fragilità irrisolte.
Questo spettacolo segna il suo debutto alla regia teatrale, oltre alla riscrittura del testo. Come ha vissuto il passaggio dal ruolo di attrice a quello di regista? Quali nuove libertà creative ha scoperto?
È un passaggio che vivo con grande emozione e un profondo senso di responsabilità. Avendo iniziato il mio percorso proprio in teatro, la regia è stata per me un atto di ascolto totale: ho dovuto imparare a guardare la scena dall’esterno, mantenendo però il cuore sintonizzato sul battito degli attori.
La libertà creativa che ho scoperto risiede nella possibilità di plasmare una visione d’insieme, dipingendo la tela completa: dai silenzi alle luci, dalla scelta delle musiche ai ritmi, fino alla geometria dei corpi sul palco. La mia esperienza di attrice mi ha regalato uno strumento prezioso: comprendere le insicurezze e i guizzi creativi di chi è in scena, guidando il gruppo con empatia e rigore.
La storia affronta il disagio interiore e la salute mentale. In una società che impone modelli di perfezione e performance, quanto è importante, soprattutto per i giovani, imparare ad ascoltare la fragilità senza pregiudizi?
Viviamo in una società che spinge continuamente verso la performance, la perfezione e l’efficienza, etichettando come “anomalo” o “difettoso” tutto ciò che devia dalla norma o manifesta un dolore. Le nuove generazioni sono particolarmente esposte a questo carico di aspettative e spesso si ritrovano ad affrontare il proprio disagio in solitudine, nella paura del giudizio.
Credo che l’arte e il teatro abbiano il dovere civile ed emotivo di abbattere questi muri. Dobbiamo insegnare, e imparare, che la fragilità non è una colpa né una debolezza da nascondere, ma una parte costitutiva della nostra umanità, che merita di essere ascoltata, accolta e curata senza pregiudizi.
Uno dei temi centrali dello spettacolo è il confine tra normalità e diversità. Quanto siamo ancora condizionati dal giudizio degli altri e quanto coraggio serve per accettare la propria unicità?
Siamo ancora tragicamente condizionati dal giudizio altrui. Spesso trascorriamo la vita indossando maschere protettive per paura di non essere accettati, di non rientrare negli standard che il mondo esterno ci impone.
Accettare la propria unicità richiede un coraggio immenso: significa avere la forza di guardarsi allo specchio, fare pace con le proprie ombre e dire: “Io sono questo, con tutte le mie crepe”. I personaggi di questa storia ci ricordano che le etichette di “normale” e “diverso” sono spesso gabbie costruite da chi ha paura della complessità. La vera libertà inizia quando smettiamo di cercare l’approvazione degli altri e cominciamo a dare voce alla nostra verità.
Da regista, ha lavorato con le attrici, che sono sue allieve del secondo anno de La Casa dell’Attore. Come le ha guidate nella costruzione di personaggi così intensi? E quanto ha influito la sua sensibilità di attrice sul lavoro in scena?
Ho lavorato con le attrici mettendo al centro la protezione, la fiducia e il rispetto reciproco. Affrontare materiali così densi emotivamente richiede un lavoro di scavo che non può prescindere dalla sicurezza psicologica del gruppo.
Un tassello fondamentale e trasformativo di questo percorso è stato l’incontro con la struttura Colle Cesarano di Tivoli, centro di salute mentale e riabilitazione psichiatrica. Abbiamo trascorso ore insieme alle persone seguite dal centro, affiancate da psicologi e psichiatri che ci hanno guidate passo dopo passo. È stata un’esperienza umana intensa, profonda, ma di una bellezza disarmante: un percorso che credo dovrebbero fare tutti.
Non ho chiesto alle ragazze di imitare modelli cinematografici, ma di attingere a questa verità vissuta e alle proprie corde emotive. La mia sensibilità di attrice e insegnante mi ha portata a evitare una regia impositiva: ho cercato di essere una compagna di viaggio, un punto di riferimento capace di ascoltarle e aiutarle a trovare il coraggio scenico. Le relazioni sul palco sono nate proprio da questo legame umano autentico e dal lavoro di studio condiviso.
Dal 4 all’8 novembre il pubblico romano potrà assistere a Ragazze interrotte al Teatro Hamlet. Quale emozione vorrebbe lasciare agli spettatori? E che cosa rappresenta per lei, personalmente e professionalmente, questo debutto alla regia?
Vorrei che il pubblico uscisse dal Teatro Hamlet portando con sé un senso di profonda empatia e liberazione. Mi piacerebbe che gli spettatori riflettessero sul fatto che nessuno è veramente solo nelle proprie tempeste interiori e che la compassione verso gli altri comincia sempre dalla comprensione delle nostre stesse fragilità.
Per me questo debutto alla regia rappresenta un traguardo emozionante e, al tempo stesso, un nuovo inizio. Professionalmente suggella un percorso di maturazione che unisce scrittura, recitazione e insegnamento; personalmente, è un atto d’amore verso il teatro e verso questi giovani talenti. Portare in scena questo spettacolo al fianco delle mie allieve è il coronamento di un sogno e, insieme, l’inizio di una nuova rotta artistica che sento profondamente mia.
Aggiornato il 02 novembre 2026 alle ore 14:47
