La pratica dell’osservare di Federica Caimi
Dalla copertina del libro di Federica Caimi

Federica Caimi ha perso la madre a sedici anni. Da quell’esperienza dolorosa è iniziato un percorso di ricerca personale che porta avanti ancora oggi, attraverso il confronto con medici, counselor, insegnanti e coach, per comprendere come costruire il proprio benessere a 360 gradi. Il suo obiettivo è trasformare le difficoltà in occasioni di crescita e consapevolezza.

Da questa ricerca è nato The Noticing Practice, il suo primo libro: un diario guidato di 90 giorni dedicato a chi desidera cambiare qualcosa nella propria vita, ma non sa da dove cominciare. È inoltre ideatrice e conduttrice del podcast Design Your Well-Being.

A sedici anni hai perso tua madre, un’esperienza che ha segnato profondamente la tua vita. Come ha influenzato il tuo percorso personale che ti ha condotto alla scrittura e alla nascita di questo libro?

Ha cambiato tutto. Per molto tempo mi sono convinta di non saper scrivere: a scuola i miei temi tornavano pieni di correzioni in rosso e io avevo finito per crederci. Così ho chiuso una porta.

Poi, a sedici anni, ho perso mia madre. Era un dolore che non sapevo spiegare e, con il tempo, ho capito che non potevo continuare a girarci intorno. Dovevo entrarci dentro. Quel lavoro interiore è diventato il lavoro della mia vita.

Il journaling è arrivato in modo spontaneo. Nessuno me lo aveva consigliato: sentivo il bisogno urgente di dare spazio a tutto quello che portavo dentro. Erano anni di pensieri chiusi a chiave. Metterli per iscritto, anche in modo goffo, mi ha aiutata a sentirmi più leggera.

Per me, scrivere non è mai stata una questione di stile. È stata una via d’uscita.

La vera svolta, però, è arrivata quando ho cominciato a notare. Non a correggere, non ad analizzare: semplicemente a osservare come mi sentivo, che cosa avevo intorno e chi stavo diventando. The Noticing Practice nasce da lì: come un regalo alla me più giovane e, oggi, a chiunque tenga questo libro tra le mani.

Nel libro sottolinei che non bisogna imporsi di essere grati né trasformare a tutti i costi una giornata difficile in qualcosa di positivo. Perché distingui la pratica del notare da un semplice esercizio di gratitudine?

Perché i sentimenti non arrivano su appuntamento. L’attenzione, invece, possiamo allenarla. Se diciamo a una persona che sta attraversando un periodo difficile di essere grata, rischiamo di farla sentire sbagliata due volte: perché soffre e perché non riesce a provare gratitudine.

Notare, invece, è un gesto possibile anche nei giorni peggiori. Significa guardare e scrivere ciò che troviamo, senza chiedere altro a noi stessi. Non dobbiamo fingere che vada tutto bene. Questa pratica non serve a negare il dolore, ma ad allenare lo sguardo per riconoscere ciò che è vero, buono e reale, anche quando è piccolo e silenzioso.

La gratitudine non è il requisito da soddisfare per cominciare. È qualcosa che può arrivare spontaneamente, quando impariamo a osservare ciò che ci circonda.

La pratica si fonda su due domande: “Qual è una cosa bella che è successa oggi?” e “Qual è una cosa bella di te, oggi?”. Perché è importante imparare a guardare sia fuori sia dentro di noi?

Sono convinta che uno dei modi più efficaci per evolvere e trovare una via d’uscita dal buio sia imparare a essere presenti e ad apprezzare ciò che già abbiamo. Quando riconosciamo il bene che esiste nella nostra vita, qualcosa comincia a cambiare. Per questo il libro ci invita a osservare due dimensioni: ciò che di bello c’è intorno a noi e ciò che di buono esiste dentro di noi.

C’è anche una ragione molto concreta: spesso siamo più bravi a notare ciò che ci accade che a riconoscere chi siamo mentre lo viviamo.

La prima domanda ci porta a guardare fuori: una tazza di tè bevuta in silenzio, la luce che entra nella stanza al risveglio, una risata in famiglia. La seconda ci invita a guardarci dentro: aver ascoltato senza interrompere, aver chiesto aiuto quando ne avevamo bisogno, essere andati avanti nonostante le difficoltà. Sono gesti autentici che raramente riconosciamo a noi stessi.

Insieme, queste due domande possono cambiare la prospettiva: smettiamo di aspettare che la vita ci offra ragioni per stare bene e cominciamo a riconoscere anche il nostro ruolo in ciò che viviamo. Nel libro lo riassumo così: “Notice one good thing. Then notice yourself”. Prima nota una cosa bella, poi nota te stesso.

Tre minuti al giorno per 90 giorni, una revisione ogni settimana e un momento di verifica ogni 21 giorni: quale cambiamento speri che il lettore sperimenti? E perché la costanza è così importante?

Mi auguro che, alla fine del percorso, notare non sia più soltanto qualcosa che facciamo, ma diventi un modo di guardare il mondo. L’attenzione funziona un po’ come un muscolo: ciò su cui la concentriamo si rafforza.

Lo dimostra anche il celebre esperimento del 1999 di Simons e Chabris: molte persone, concentrate sul conteggio dei passaggi di una palla, non si accorgono di una persona vestita da gorilla che attraversa la scena. Non vediamo necessariamente tutto ciò che abbiamo davanti: vediamo soprattutto ciò a cui prestiamo attenzione. Scegliere dove dirigerla una volta cambia il nostro sguardo; farlo ogni giorno per 90 giorni può trasformare il nostro modo di vedere.

C’è poi un aspetto a cui tengo particolarmente. Nella revisione settimanale non chiedo soltanto di rileggere ciò che si è scritto, ma di scegliere qualcosa da portare con sé nella settimana successiva.

Dare un’intenzione alle nostre azioni rafforza le scelte già compiute e ci aiuta a orientare quelle future. Quando decidiamo che cosa vogliamo portare nella nostra giornata e nella nostra vita, diventiamo più presenti e consapevoli. Il notare ci aiuta a guardare indietro, l’intenzione ci permette di guardare avanti: insieme, trasformano tre minuti al giorno in una direzione.

Scrivi: “You don’t have to be in a good place to begin. You just have to begin”. Quanto è importante, in una società che ci chiede continuamente di essere forti, felici e performanti, sapere che possiamo iniziare anche quando non ci sentiamo pronti?

È fondamentale. Ed è proprio il motivo per cui questo libro esiste. Molte persone aspettano di sentirsi pronte, di avere più tempo o di stare meglio. E così finiscono per non cominciare mai.

La distanza tra il punto in cui ci troviamo e quello in cui vorremmo essere può sembrare enorme, ma non si colma con un salto improvviso. Si supera un piccolo passo alla volta, giorno dopo giorno. Per questo la pratica è abbastanza breve da poter essere svolta anche nelle giornate più difficili e abbastanza semplice da non poter essere sbagliata.

Prima ancora di iniziare il percorso, c’è una pagina in cui invito il lettore a scrivere il proprio perché. E aggiungo: “You don’t need a big why. You just need one that’s yours”. Non serve una grande motivazione: basta una ragione che ci appartenga davvero.

In un mondo che premia la produttività più della presenza, fermarsi per tre minuti e dedicare attenzione a se stessi è già un piccolo, silenzioso atto di coraggio.

Il sottotitolo del libro invita a riscoprire “il bene che c’era sempre stato”. La pratica della scrittura ha cambiato anche il tuo modo di guardare alla vita? Che cosa riesci a riconoscere oggi e che prima davi per scontato?

Sì. È cambiato soprattutto il modo in cui scelgo di prestare attenzione. Oggi riconosco molto più rapidamente le cose belle che accadono durante la giornata, piccole o grandi che siano.

Ma la sorpresa più grande è stata scoprire quanto sia cambiato il mio sguardo nei confronti di me stessa. Oggi riesco a riconoscere meglio come mi comporto nelle diverse situazioni e i progressi che compio rispetto al passato. Prima non li vedevo: li davo per scontati o pensavo che non fossero abbastanza importanti. Adesso li riconosco e questo li rende più forti.

Notare mi aiuta anche a individuare gli schemi ricorrenti nei miei comportamenti. Divento più consapevole del modo in cui affronto la vita e questa consapevolezza mi permette di compiere scelte diverse, perché riesco a vedere ciò che accade mentre accade.

Credo che questo sia il vero cuore del libro. Siamo abituati a osservare quello che ci succede, ma molto meno a guardare chi stiamo diventando mentre lo viviamo.

Ho smesso di considerare il percorso come un prezzo da pagare per arrivare a stare bene: il percorso stesso è il dono. Il bene è già presente, intorno a noi e dentro di noi. Dobbiamo soltanto imparare a riconoscerlo.

(*) The Noticing Practice: Two Small Questions a Day to Unlock the Good That Was Always There di Federica Caimi, edizioni StreetLib, pagine 132, euro 30,50

Aggiornato il 29 ottobre 2026 alle ore 12:20