Antonello Cuomo, dall’uomo all’artista
Antonello Cuomo © Riproduzione riservata

Ha trasformato negli anni l’incontro con la musica in un percorso personale, arrivando anche alla scrittura di brani suoi, nei quali racconta gli affetti, le relazioni, la famiglia e le esperienze che hanno segnato la sua vita. Il percorso di Antonello Cuomo trova una dimensione particolarmente intensa nel rapporto con il figlio Carlo, musicista e autore, con il quale condivide anche il palcoscenico.

Dalla musica all’impegno sociale, dal rapporto con il pubblico al valore dei ricordi, fino alle nuove canzoni e ai progetti futuri: oggi vogliamo conoscere l’uomo e l’artista che si rivelano dietro quella voce così riconoscibile.

LA VOCE E IL PUBBLICO

Come hai scoperto il legame tra il tuo modo di interpretare le canzoni di Antonello Venditti e il pubblico? Che cosa ti hanno fatto capire le reazioni delle persone?

Non c’è stato un momento in cui mi sono detto: “Ho la voce di Venditti”. Ho cominciato cantando canzoni che amavo e mi sono accorto della forza di quel legame dalle reazioni delle persone. È stato il pubblico, prima di me, a farmi capire che in quella somiglianza poteva esserci un incontro vero: riuscivo ad arrivare alle persone prima con l’anima e poi con la voce.

Sul palco interpreti brani che molte persone sentono parte della propria vita. Come trovi il tuo posto dentro una canzone che il pubblico conosce già a memoria?

Cerco il senso della canzone prima della somiglianza. Una voce può ricordarne un’altra, ma se sul palco penso solo a riprodurre un suono, il pubblico se ne accorge. Io non sono solo un imitatore: sono un interprete delle canzoni di Antonello Venditti. Devo trovare un punto di contatto tra ciò che il brano racconta e quello che ho vissuto io, senza perdere il rispetto per chi lo ha scritto.

Ai tuoi concerti cantano insieme persone di età diverse. Che cosa cambia, per te, quando vedi due generazioni emozionarsi sulla stessa canzone?

È una delle cose più belle di questo lavoro. C’è chi associa una canzone agli anni della scuola e chi l’ha scoperta attraverso i genitori. In quel momento non devo spiegare nulla: guardo le persone cantare insieme e capisco che il brano ha continuato a vivere nelle loro storie.

C’è una sera in cui il pubblico ha dato a un brano un significato diverso da quello che gli avevi sempre attribuito?

Succede quando qualcuno, dopo il concerto, mi racconta perché una canzone è importante per lui. A volte per me è legata a un ricordo e per quella persona a un momento completamente diverso. Sono incontri che cambiano anche il modo in cui la canto la volta successiva.

Penso, per esempio, a Che fantastica storia è la vita: il pubblico la canta pensando alla propria storia; io, ogni volta, penso anche a mio padre. Prima di salire sul palco lo sentivo al telefono e cantavamo insieme le prime strofe. Quella telefonata mi riportava a casa, alle mie radici. Quando canto il brano davanti a tutti, porto con me anche quel momento che era solo nostro.

La somiglianza vocale con Venditti ha attirato molta attenzione. Quale parte di Antonello Cuomo vorresti che chi viene a vederti scoprisse già durante il primo concerto?

Vorrei che si accorgesse della mia partecipazione, del modo in cui parlo e ascolto tra una canzone e l’altra. La somiglianza può incuriosire e portare una persona a un concerto; poi spero che torni perché ha incontrato Antonello, con la sua storia e le sue canzoni.

LE CANZONI DI ANTONELLO

Quando hai iniziato a scrivere canzoni tue, che cosa sentivi il bisogno di dire con parole che non avevi ancora trovato nel repertorio che interpretavi?

Quando canti per tanti anni brani scritti da un altro, prima o poi senti il bisogno di raccontare un pezzo della tua vita. Scrivere mi permette di parlare con parole mie delle persone che amo, delle relazioni che cambiano e di quello che resta. È una responsabilità diversa: non posso nascondermi dietro una canzone che il pubblico conosce già.

Due amici racconta il rapporto con tuo figlio Carlo. Da quale ricordo o conversazione è nata? C’è stato un verso difficile da scrivere?

Due amici parla di me e Carlo e di quel rapporto particolare in cui siamo padre e figlio, ma condividiamo anche la musica. Dentro ci sono il tempo passato insieme e il desiderio di esserci l’uno per l’altro. Più che cercare una frase a effetto, volevo trovare parole in cui Carlo potesse riconoscersi.

In Bella come Sophie Marceau racconti un amore che continua a vivere nella memoria. Quanto è complicato cantare in pubblico una storia così personale?

All’inizio è difficile, perché sai che quelle parole toccano una parte molto intima di te. Poi la canzone smette di appartenere solo alla tua storia: vedi che altre persone ci ritrovano la propria. Bella come Sophie Marceau parla di un amore che è finito come relazione, ma non è scomparso dalla memoria.

Il videoclip di quel brano mette Carlo nei panni di te da giovane. Com’è stato vedere tuo figlio attraversare, anche solo per una scena, un pezzo della tua vita?

È stato emozionante. Carlo mi somiglia e nel video quella somiglianza aiuta a far convivere il ragazzo che ero e l’uomo che sono oggi. Ma per me conta soprattutto il fatto che lui abbia dato la sua presenza a una storia così personale: vedere passato e presente incontrarsi attraverso mio figlio ha reso il brano ancora più vicino a me.

Piero Bellanova ha creduto nel tuo percorso e ha prodotto Bella come Sophie Marceau. Che cosa ha visto nella tua musica che forse tu, allora, faticavi ancora a vedere?

Piero ha creduto in me e in questa canzone. Mi ha aiutato a darle forma e a credere che le mie storie meritassero di essere raccontate, al di là dell’etichetta con cui spesso vengo presentato. Era un amico, oltre che un produttore. Da quando non c’è più, faccio fatica a trovare le parole per parlare di lui. So soltanto che ho sentito un dolore fortissimo, come se avessi perso un fratello. Quando penso a Bella come Sophie Marceau, penso anche alla fiducia che Piero mi ha lasciato.

Se dovessi far ascoltare una sola tua canzone a qualcuno che ti conosce soltanto come interprete di Venditti, quale sceglieresti e perché?

Sceglierei Due amici. È una canzone che porta dentro una parte essenziale della mia vita: il rapporto con Carlo. Chi mi conosce per il repertorio di Venditti potrebbe ascoltare lì, le parole con cui provo a raccontare me stesso.

LA MUSICA E L’IMPEGNO SOCIALE

Al di fuori del palco, quali persone o situazioni ti hanno fatto sentire il bisogno di mettere la tua voce a disposizione degli altri?

Credo che tutto parta dall’incontro con le persone. La musica mi porta davanti a storie e difficoltà che, da lontano, rischierei di conoscere solo in modo superficiale. Quando posso essere utile con la mia presenza o con la mia voce, voglio farlo con attenzione.

Quando partecipi a un’iniziativa sociale, che cosa può fare concretamente un artista oltre a richiamare l’attenzione su una causa?

Può esserci davvero, ascoltare chi vive quella situazione e contribuire a costruire qualcosa insieme. Salire su un palco dà visibilità, ma da solo non basta. Vorrei che il mio contributo fosse legato a un bisogno reale, espresso dalle persone coinvolte, e non si esaurisse alla fine della serata.

C’è un incontro nato attraverso la musica che ti ha cambiato il modo di guardare una difficoltà o una realtà sociale? Che cosa ti è rimasto di quella persona?

Gli incontri che mi restano dentro sono quelli in cui smetto di pensare al concerto come a una semplice esibizione e ascolto ciò che una persona viene a confidarmi. Non racconto quelle storie per discrezione: custodisco le sue parole e i suoi ricordi dentro di me, come in una cassaforte. La fiducia di chi ti affida qualcosa che porta nel cuore vale più dei diamanti. Va custodita.

Hai mai pensato di raccontare in una tua canzone un’esperienza legata a questo impegno? Che cosa dovrebbe avere quella storia per diventare musica?

Sì, una storia incontrata attraverso l’impegno sociale potrebbe diventare una canzone, ma servono rispetto e tempo. Dovrei sentire che la sto raccontando con onestà e capire se quella persona desidera davvero condividerla. Una canzone non deve usare la difficoltà di qualcuno soltanto per suscitare emozione.

CARLO, IL PADRE E IL FUTURO

Carlo canta e scrive a sua volta. Qual è la cosa che hai cercato di trasmettergli e quale, invece, hai imparato tu da lui?

Ho cercato di trasmettergli il rispetto per la musica e per chi ti ascolta. Carlo, però, ha una sua voce e una sua strada; la cosa più importante per me è lasciargli lo spazio di seguirla. Da lui imparo a guardare le cose anche con gli occhi di una generazione diversa dalla mia.

Quando lavorate o salite sul palco insieme, riuscite a dirvi cose che nella vita quotidiana restano più difficili da esprimere?

Sì, la musica qualche volta ci aiuta a dire ciò che a tavola rimandiamo. Quando cantiamo insieme c’è un’intesa fatta di sguardi, di pause, di piccoli segnali. Non risolve tutto, naturalmente, ma ci offre un altro modo per ascoltarci.

Prima di salire sul palco sentivi tuo padre al telefono. Che cosa rappresentava per te quella telefonata, e che cosa porti oggi con te quando canti Che fantastica storia è la vita?

Quella telefonata era un rito prima di salire sul palco. Sentire la voce di mio padre, cantare insieme le prime strofe, mi riportava a casa e alle mie radici. Oggi, quando canto Che fantastica storia è la vita, porto ancora con me quel momento che apparteneva solo a noi.

Se Carlo dovesse descrivere l’Antonello artista con una qualità e un difetto, che cosa pensi direbbe? E tu come descriveresti lui?

Forse direbbe che sul palco do tutto me stesso e che a volte faccio fatica a fermarmi. Ma sarebbe meglio chiederlo a lui: potrebbe sorprendermi! Di Carlo direi che ha una sensibilità musicale sua e una voglia di cercare la propria strada. Mi piace vederlo crescere senza chiedergli di somigliarmi.

Guardando ai prossimi anni, quale spazio vuoi dare alle tue canzoni nei concerti e quale storia senti ancora il bisogno di scrivere?

Vorrei che le mie canzoni avessero sempre più spazio nei concerti e potessero dialogare con i brani che il pubblico ama già. Non penso a due percorsi separati: quello che interpreto e quello che scrivo fanno parte della stessa vita. La prossima storia nascerà quando sentirò di avere qualcosa di vero da dire.

Aggiornato il 13 ottobre 2026 alle ore 14:42