Venezia 83, il cinema guarda dentro le crepe dell’umanità
Foto: Imagoeconomica

Famiglie che diventano campi di battaglia, aziende capaci di divorare chi le abita, il peso del potere e quello della solitudine. L’ottava giornata della Mostra del Cinema di Venezia ha messo da parte, almeno per qualche ora, il luccichio del red carpet per concentrarsi sulle fragilità dell’essere umano. A portare l’Italia in Concorso è stato Edoardo De Angelis con Il fuoco che ti porti dentro, tratto dal libro di Antonio Franchini. Al centro c’è Angela, madre ingombrante e imprevedibile interpretata da Vanessa Scalera, che irrompe nella vita milanese del figlio Antonio, interpretato da Lino Musella.

Una cena della vigilia di Natale diventa così il luogo di una resa dei conti familiare, tra ferite mai rimarginate, comicità feroce e un affetto incapace di trovare le parole giuste. Il lavoro e le sue nuove forme di violenza sono invece il terreno di Un bon petit soldat di Stéphane Brizé. Alba Rohrwacher veste i panni di Carla, dirigente delle risorse umane stretta tra le richieste dell’azienda e le conseguenze che quelle decisioni producono sulle persone. Brizé torna così al cinema sociale interrogandosi sulla responsabilità individuale dentro meccanismi che sembrano non lasciare spazio alla scelta. Più controverso l’arrivo di DAU di Ilya Khrzhanovsky, presentato in Concorso dopo le polemiche legate alle contestazioni ucraine sulla presenza del regista russo. Khrzhanovsky ha respinto l’idea che il film sia uno strumento di propaganda e a Venezia ha espresso apertamente il proprio sostegno alla vittoria dell’Ucraina.

Fuori Concorso, Place to be di Kornél Mundruczó ha cambiato registro. Ellen Burstyn e Taika Waititi sono protagonisti di un viaggio da Chicago a New York nato dal ritrovamento di un piccione viaggiatore: un pretesto quasi surreale per raccontare due solitudini e la possibilità di ricominciare. Nel cast anche Pamela Anderson, tra le presenze più fotografate e accolte dal pubblico della giornata veneziana. A pochi giorni dal verdetto finale, Venezia 83 sembra dunque stringere il campo: meno divi come semplice ornamento e più personaggi alle prese con sistemi, famiglie e memorie che li mettono alla prova. Il filo della giornata è stato proprio questo: osservare cosa resta dell’individuo quando la realtà comincia a premere.

Aggiornato il 10 settembre 2026 alle ore 18:24