Tre consigli di letture estive molto diverse tra loro: “Gli dei hanno sete” di Anatole France, romanzo sul fanatismo rivoluzionario segnalato da Alberto Mingardi; “War in Human Civilization” di Azar Gat, indagine sulle radici evolutive della guerra (David Perazzoni); e “Il cuore nel sesso” di Franco Califano, da cui Gemma Mantovani estrae una riflessione sulla libertà come pratica di vita.
(*) Anatole France, Gli dei hanno sete (Rusconi Libri, 2026 / 1921)
Forse un grande romanzo sulla Rivoluzione francese deve per forza essere un romanzo su quello che nel Settecento si chiamava “entusiasmo” e che noi chiameremmo fanatismo. Anatole France era ateo, socialista; le sue opere finirono nell’Indice dei libri proibiti. Non proprio un reazionario, quindi, e forse per questo Gli dei hanno sete è così riuscito. Come tutti i grandi narratori, France non vede gli esseri umani come figure solo buone o solo cattive, anche se a loro talvolta piace immaginarsi tali. Il bene tracima nel male, nel racconto di come, sull’onda di un risentimento più che comprensibile, un giovane di ideali sinceri, convinto dalla punta dei piedi all’ultimo dei capelli di stare dalla parte della libertà e della giustizia, finisce per diventare un mostro.
Évariste Gamelin è un pittore spiantato, come ce ne sono tanti, allievo non particolarmente talentuoso di Jacques-Louis David, festeggia la fine dell’epoca dei tiranni e partecipa idealmente a ogni azione dei suoi beniamini. Se manca il pane, non può essere colpa della Rivoluzione: sono gli accaparratori, impiccateli tutti. Gli émigrés che fuggono dalla Francia per salvarsi la vita hanno spogliato il Paese. Évariste è, da principio almeno, un candido, ma si lascia prendere da tutto: non c’è una battaglia che si faccia scappare, non c’è un odio che non senta il dovere di coltivare, in nome, s’intende, della patria, della giustizia e della rivoluzione. In ogni evento legge una prova delle sue ragioni. Vorrebbe un tribunale in ogni quartiere e che tutti i cittadini fossero giudici: lo diventa lui stesso.
Quando la sua amata Élodie gli racconta di un amore precedente, immagina subito un aristocratico seduttore, e seduttore perché aristocratico, e immagina di vendicare l’oggetto del suo amore e il terzo stato assieme. Fa ghigliottinare un poveretto perché ci ritrova il seduttore che si era figurato. Crede di essere all’inizio di un’epoca che non avrà mai fine: “La setta del sanculotto Gesù è durata quasi diciotto secoli”; per gli eredi di Robespierre e Marat si spalanca l’eternità.
Gli fa da contraltare il cittadino Maurice Brotteaux, un ex nobile che ha perso tutto: il palazzo, le terre, il nome. Si arrabatta costruendo marionette e si porta sempre appresso il suo Lucrezio, prendendo la vita con calmo scetticismo. A Évariste obietta di essere un rivoluzionario in terra ma un papista in cielo, e profetizza che la ragione, trasformata in divinità, esigerà anch’essa i propri sacrifici. Mal sopporta Rousseau, che ha scopiazzato Calvino, ma è un ateo vero, non come quelli che hanno preso il potere, e la tolleranza verso ogni culto gli viene naturale.
Siamo nell’estate del 1793 (“la più calda di sempre”), quando la Convenzione introduce il maximum, un calmiere, e scompaiono, come prevedibile, i beni di consumo - ma è senz’altro colpa di William Pitt. Questa spasmodica ricerca di un nemico esterno per dare senso all’ordine politico dà vita a pagine che andrebbero meditate in tempi come questi.
Gli dei hanno sete racconta il culmine e la fine del Terrore e si propone come storia esemplare di quanto Gustave Le Bon aveva scritto sulla “psicologia delle folle”. Di solito la grande letteratura si presenta senza ammonimenti e messaggi. Questo romanzo è la proverbiale eccezione.
Alberto Mingardi, direttore generale IBL
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(**) Azar Gat, War in Human Civilization (Oxford University Press, 2008)
Lo storico Azar Gat, cerca di venire alle prese con l’“enigma della guerra”: come è possibile che gli esseri umani si dedichino ad un’attività che pone a repentaglio la loro capacità di perpetuare il proprio patrimonio genetico (la “missione” biologica di ogni essere vivente) e che quindi è, dal punto di vista evolutivo, una strategia sub-ottimale? Il libro affronta quindi due domande fondamentali: la guerra è radicata nella natura umana o è un’invenzione culturale relativamente recente? E la violenza organizzata è oggi in declino o sta semplicemente cambiando forma?
Ripercorrendo l’intera storia umana, partendo dai nostri progenitori cacciatori-raccoglitori, Azar Gat conclude che la guerra è legata in modo profondo alla condizione umana, intrecciando fattori biologici, evolutivi, economici, sociali e culturali e che, in condizioni di scarsità di risorse necessarie alla sopravvivenza, la violenza organizzata diventa, paradossalmente, una strategia sociale con un payoff positivo proprio dal punto di vista evolutivo.
L’opera si articola in due sezioni: la prima esamina la guerra nei primi due milioni di anni di evoluzione umana, tra genetica, ambiente e cultura primitiva; la seconda analizza l’emergere dell’agricoltura, dello stato e delle civiltà, fino alle guerre moderne, industriali e nucleari e descrive come la guerra rivesta - nel bene e nel male - un ruolo fondamentale nella formazione delle comunità politiche. Cambiano tecnologia, scala e organizzazione (eserciti di massa, Stati nazionali, armi moderne), ma la logica competitiva e il legame tra guerra, sicurezza e potere restano centrali, senza trascurare il dibattito sul declino storico della violenza umana e sulle possibili evoluzioni future del rapporto tra umanità e violenza collettiva.
David Perazzoni, membro dello staff IBL
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(***) Franco Califano, Il cuore nel sesso. Libro sull’erotismo, il corteggiamento e l’amore scritto da uno “pratico” (Castelvecchi, 2000)
D’estate c’è tempo per rimettere ordine in libreria, e così riemerge l’unico libro scritto da Franco Califano.
C’è un capitoletto che esce dal seminato - il resto è, di fatto, un trattato molto pratico sul sesso - in cui il Califfo si lascia andare a una riflessione inattesa: “La libertà è solitudine. Per frequentare la libertà e la solitudine bisogna avere parecchio coraggio: libertà e solitudine sono una cosa sola”. E aggiunge: “Nei giorni passati in galera ho provato una pace interiore che non ho mai provato: lì o impazzisci o te ne fai una ragione. Ero finito in un processo assurdo, montato per chiudere il caso Cirillo. Volevano abolire i domiciliari, ma li ho fregati: dalla casa in cui ero rinchiuso ho inciso Impronte digitali, un successo. Alla fine sono stato assolto perché il fatto non sussiste”.
Per Gaber la libertà era “partecipazione”; per Guccini, scomparso di recente, era “volare senza padroni”, “cercare la terra che non ha barriere”. Ma per entrambi restava, in fondo, una pura teoria. Per Franco Califano, invece, la libertà è stata - come dovrebbe essere sempre - una pratica di vita.
Gemma Mantovani, collaboratrice di Leoni Blog
(*) Tratto da IBL
Aggiornato il 25 agosto 2026 alle ore 14:29
