Prova, indizi, coincidenze

Il tema della relazione tra prova, indizi e coincidenze mi ha sempre affascinato. La semplice ripetizione di un fatto non significa in alcun modo che la causa (o lo scopo) dello stesso sia proprio quello che si vorrebbe dimostrare. Nel novero delle – infinite – possibilità esiste anche quella della ripetizione casuale, che, di per sé, non significa nulla.

La situazione si complica quando la ripetizione è connotata da assiduità e frequenza. Esempio: se il mio avversario tira 6 volte i dadi e per 6 volte di seguito esce 12, qualche domanda sono autorizzato a farmela, o, meglio, a porla a lui (e sui dadi che usa). Diventa, insomma, un problema di quantità che si traduce in qualità.

La frequenza 100/100 è prova; quella che è molto prossima neutralizza le spiegazioni contrarie (è definita prova e trattata come prova); il resto è indizio. Soltanto un numero molto basso di casi è coincidenza.

Ma la coincidenza, nel diritto e nella scienza, non è disciplinata. Dunque, non esiste. Ecco perché il più grande scienziato del secolo scorso ha detto: Dio non gioca a dadi.

Non ne ha bisogno.