Un premier esecutore testamentario

Avendo dato una letta - che di più non merita neanche in termini di attenzione cerebrale - al famigerato “contratto” tra grillini e leghisti (meritevolmente pubblicato dall’Huffington Post ieri sera) che dovrebbe stare alla base di questo “governo del cambiamento”, si capisce perché il premier viene dopo: la figura da ricercarsi infatti assomiglia più a un esecutore testamentario che a un presidente del consiglio. E il morto è il Paese, l’Italia, per chi ancora non lo avesse capito. Il programma sulla giustizia prevede nuove carceri, più chiuse, manette agli evasori, per ora grandi poi si vedrà, e una visione ritagliata sui sogni proibiti di Piercamillo Davigo e Marco Travaglio.

Il piano per abbattere il debito pubblico consiste nel chiedere a Mario Draghi che la Ue “cancelli” il debito per 250 miliardi di euro, mentre quello che accadrà è che annulleranno gli acquisti di bot e btp. Il “comitato di conciliazione” delle controversie intergovernative (che si prevedono innumerevoli e continue evidentemente), cogitato dal mitico esperto assunto da Di Maio, cioè il professor Giacinto della Cananea, è talmente fuori dalla Costituzione che fa venire il voltastomaco. Il resto, quando va bene è aria fritta. Certo si può pensare agli effetti collaterali, sola ora scoperti, della Legge Basaglia sul popolo italiano. Indotto a votare l’anti politica da imbonitori del nulla promossi a direttori di giornali o a anchor man di note reti televisive che speculano su questa follia esattamente come alcune cooperative speculano sulla tragedia dei migranti.

Si può invocare la banalità del male della Arendt o la cultura del sospetto dei politici democristiani formatisi alla scuola di padre Ennio Pintacuda che poi hanno seminato quello che oggi si raccoglie. Ce la si può prendere con “mani pulite”, con il popolo dei fax, con le isteriche del “se non ora quando” e con le loro epigone del “#metoo”. O con coloro che hanno distrutto l’Italia per antipatia verso Matteo Renzi o verso Silvio Berlusconi. Fatto sta che siamo ormai non tanto al “redde rationem” quanto al “parce sepulti”. E per un Paese in queste condizioni drammatiche, mentali più che politiche o economiche, effettivamente a che serve un premier? Meglio un onesto esecutore testamentario. Con l’avvertenza però che potrebbe mancare l’eredità. Se la sono già mangiata quelli del “partito degli onesti”.