Io sono Ayrton Senna

Il 1° maggio ricorre il 32° anniversario della morte di Ayrton Senna. Dopo così tanti anni, molti sentono ancora il desiderio di ricordarlo, anche se nel 1994 non erano ancora nati o erano troppo piccoli per tifare per lui. Come mai molte volte la grossa fama che si è conquistata scavalca nel tempo la propria morte? Senna dopotutto non compare nei libri di storia, che si occupano solo di tramandare stupidamente le tante guerre che hanno scandito la società negli anni, quindi la sua popolarità è dovuta ad altro.

Come appassionati e molto esperti di corse automobilistiche (abbiamo anche vinto sul circuito di Imola, con unauto di Superturismo, proprio in quegli anni, e conosciamo bene il tragico curvone del Tamburello dove avvenne la sciagura, perché labbiamo percorso tante volte a pieno gas) ci siamo sempre occupati dellaspetto tecnico di quel famoso incidente, che fu una pietra miliare nella storia di questo sport. Da allora, infatti, ci si è dedicati a promuovere una vera e propria guerra al pericolo, che costituisce uno degli ingredienti più avvincenti per il grosso pubblico (ma non per noi). Oggi le gare non sono più pericolose come una volta, quando ogni anno un pilota o due si sacrificavano per la gloria di uno sport per molti assurdo, per altri maledetto, per altri ancora stregato. Fu vera gloria? Si chiedeva il Manzoni. Diremmo di no: ingiusto e ingiustificato mettere in gioco un bene prezioso ed unico come la vita per una semplice competizione fra uomini, quindi adesso siamo contenti di tifare per i nostri beniamini consapevoli che, grazie alla tecnica attuale, potranno diventare vecchi.

Tutto ciò deve averlo interpretato a suo modo una nostra amica (pensate, unagente di Polizia) che ci ha pregati di trasmettere al mondo il suo emozionato pensiero su questo personaggio che, pur non appartenendo alla sua epoca, lha evidentemente colpita ed affascinata nel profondo. Qui di seguito riportiamo il suo elaborato, in occasione di questo triste anniversario. Ci è sembrato il flusso di coscienza immaginato non da unappassionata di questo sport, ma da una persona normale, come le tante che il grande Ayrton ha colpito al cuore. E questo dà ancora maggior valore al suo scritto. (Nota introduttiva di Maurizio Oliviero)

Oggi, domenica 1° maggio 1994, il cielo sopra l’Autodromo di Imola ha gli spalti pieni e le bandiere al vento. In questo giorno malinconico avrei potuto essere migliaia di chilometri lontano, insieme al mio amico Sid, in silenzio, a pescare in riva a un fiumiciattolo, oppure in un’astratta sequenza di terrene delizie. Invece sono qui. Mi chiamano “Magic”, forse perché incarno la magia dei sogni rendendoli reali. Mi chiamano “Magic” perché per molti sono il simbolo dell’eroe positivo, o forse perché l’eroe si valuta in funzione del rischio, e proprio l’assunzione del rischio mi ha reso tale agli occhi della gente. In qualità di eroe corro costantemente il pericolo di diventare un animale selvaggio, soprattutto in Formula 1, dove nessuno è arrendevole nella mischia feroce, dove gli azzardi la fanno da padrone e dove vengono richieste costantemente energia, concentrazione, preparazione fisica e mentale. A superare tutto ciò mi aiuta un orgoglio smisurato, una forte passione in cui si scontrano gioia e patimento e certamente un profondo e sano tormento.

Ho imparato subito che nel mondo dei piloti e delle auto da corsa si instaura un legame speciale che va oltre la preparazione, oltre le parole. È una connessione profonda che si basa sulla fiducia in sé stessi, sulla pazienza, sulla costanza, sulla capacità di osservazione, nonché sulla competizione, ricerca della perfezione e sulla forza interiore che nasce dall’equilibrio, dalla sconfitta delle proprie paure e dei propri timori. Tra poco avrà inizio il Gran premio, ed io sono nella mia Williams FW 16, consapevole di essere destinato da qui a poco all’eternità. Questi sono i miei anni. Mi chiamano “Magic”, imitano il mio look, i miei atteggiamenti, perfino il mio taglio di capelli: tutto di me si è trasformato in un’icona che ha a che fare con la natura della mia passione, del mio essere Senna. E visto che il culto dell’immagine è diventato una faccenda tremendamente seria, ho deciso di mettere la mia nelle mani di un amico: Angelo Orsi. Angelo è un maestro della fotografia, l’ho conosciuto a Silverstone nel 1983 e da allora è l’unico che ha saputo immortalarmi bene, rendendomi sempre vero agli occhi del mondo. È un compito arduo per lui, perché deve rispondere al mercato, senza tuttavia rinunciare al desiderio estetico e veritiero che ha in sé. È un compito difficile. E anche pericoloso. Ma con Angelo ho sempre saputo che la mia immagine sarebbe stata al sicuro. Integra. Qualsiasi cosa fosse accaduta.

Mi chiamano “Magic” perché sono inattuale rispetto al mio tempo e parlo una lingua per i posteri, o forse perché il mio modo di essere trasuda sensibilità e solitudine. Oggi, domenica 1° maggio, la luce del sole ha qualcosa di incompleto e io mi sento più solo del solito. Forse anche perché manca per la prima volta il mio avversario di sempre: Alain Prost. Mi manchi “Professore”! Chissà se nel futuro un’altra coppia di rivali come noi farà emozionare il pubblico, oppure diventeremo, in futuro, solo un ricordo lontano e nostalgico, poiché i piloti saranno dei divi virtuali e depotenziati dall’avvento del computer. Gli atleti saranno solo dei meri accessori di auto dall’aerodinamica sempre più esasperata, che difficilmente saranno loro a governare. Ma oggi occorre sangue freddo, perché durante una gara può capitare di tutto. Chi vuole essere un bravo pilota deve subito imparare questo mantra.

Avere Dio sempre al mio fianco è, da una parte, un grande conforto, perché continua a donarmi la vittoria ed è solo con questa grazia che potrò ottenere la fama. La fama è eterna e la ottengono solo gli eroi. Avere Dio sempre con me è anche un grosso peso, dovuto alla consapevolezza di non poter avere limiti e di vivere a credito portandomi spesso a sopravvalutare la mia forza e a violarne i limiti. Sono consapevole di essere uno dei piloti più veloci della storia della Formula 1, ma sto ripensando ai gravi incidenti che hanno segnato il weekend: prima Rubens Barrichello, miracolosamente illeso, e poi ieri la morte del giovane austriaco Roland Ratzenberger. Questo sport, che ha perso la sua magia, non segue mai lo stesso copione. Noi non corriamo certamente sul velluto, ma sta purtroppo diventando un pericoloso show all’aperto con una regola infame: lo spettacolo deve continuare nonostante la morte in diretta.

Il pubblico non è mai completamente dalla nostra parte. Ha bisogno di imprese. Dell’ignoto. Spesso il pubblico diventa assetato di sangue, in un delirio fatto di assurde esultanze. “Vedere” non gli basta più, vuole letteralmente immergersi nell’adrenalina che scorre nelle vene di noi piloti. Assistere ad una gara di Formula 1 oggi significa desiderare di superare quel labile confine tra sport e rischio in cui la differenza tra il e il sul podio è solo un battito di ciglia. Tutto questo “abuso” ci porterà inevitabilmente a un cannibalismo estremo, a una strana immersività che non sarà solo semplice partecipazione da parte dello spettatore, ma diventerà un innesco forzato e innaturale già sfociato in tragedia. Ma la gara non è un cinema allaperto e noi piloti non siamo attori super pagati. Significa che stiamo andando oltre la sana emozione, significa che gli uomini sotto quei caschi colorati e quegli adesivi da milioni di dollari non hanno identità né alcun valore.

Per questo proprio ieri ho discusso animatamente con Sid sulla sicurezza di noi piloti. Per me è stata sempre la priorità. Sono stato forse irruente, ma sono convinto di avere ragione e, se occorrerà, agirò senza diplomazia, incurante delle conseguenze delle mie azioni e parole. Oggi avrei voluto seguire il consiglio di Sid e di Adriane, di non gareggiare, ma come posso fermarmi? Soprattutto, come posso fermare questa tragica deriva verso cui sta andando uno sport così affascinante? Forse il sacrificio estremo del suo pilota più forte? Il sacrificio ha a che fare con la carne, con il sangue e con il sudore. In una parola ha a che fare con la vita. Adriane non ha capito che solo quando corro sono davvero me stesso e che nella vita ho scelto di fare ciò che mi permette di essere autentico. Per tutti questi anni ho coltivato il mio talento cercando una direzione, nella consapevolezza che le contrarietà e le sconfitte mi avrebbero spesso buttato fuori strada. Ma ora sono nel luogo in cui voglio stare veramente, con la gente con cui ho scelto di stare.

Sono esattamente queste coordinate fragili, ma pur sempre decisive, a rendermi Senna. Come posso fermarmi se su queste coordinate ho forgiato la mia identità per rimanere fedele a me stesso e alla verità verso tutto e tutti? È uno schema semplice. Può sembrare un gioco e forse un giorno, quando sarò stanco, camminerò a piedi nudi in quel paradiso bagnato da cielo, sole e mare, dove le donne sono tutte belle e dove non si vede l’orizzonte. Come posso fermarmi, se oggi ho piegato con cura la bandiera brasiliana e quella austriaca, in onore di Roland, perché voglio omaggiarlo, voglio che nessuno dimentichi la sua giovane e prematura scomparsa e allo stesso tempo voglio fermare questo assurdo copione. Mi chiamano “Magic” proprio per la mia tenacia, per la capacità di rialzarmi dopo ogni caduta e riprendere il prima possibile il mio logorante moto. Il rigore e la ferrea disciplina mi hanno sempre aiutato ad ottenere il massimo. La mia inarrestabile sete di vittoria è così contagiosa da costituire un modello da imitare soprattutto per il mio Paese, il Brasile, che ha tanto bisogno di riscatto.

Ma oggi mi sento solo con i miei pensieri. Ho appoggiato il casco giallo sull’abitacolo della mia Williams, ma non lo sto fissando. Ho il vuoto intorno anche se nel box la squadra di tecnici, ingegneri, meccanici, continua a effettuare verifiche, preparazioni e montaggi su questa vettura (costruita sulle misure di Alain Prost) in vista dell’imminente competizione. Che strano. Non percepisco nessun rumore. Inseguo pensieri ed emozioni. I miei occhi guardano le tute blu, ma davanti a me sfilano i volti un po’ sbiaditi di immagini del passato. Sono sospeso tra cielo e terra, e sento che tutto quello che ho faticosamente e voracemente costruito non è mai esistito. Mi rivedo davanti allo schermo della tivù in bianco e nero a guardare, ipnotizzato, il mio cartone animato preferito: un pilota appena diciottenne che guida la Mach 5, una cabrio bianca con livrea rossa: ha una grande M sul cofano e il numero 5 che spicca sulla fiancata.

Avevo 7 anni quando i miei occhi adattarono quelle immagini, così fantastiche, al mistero che già palpitava in segreto nella mia giovane vita. Era questa una grande scoperta, anche se non avevo la consapevolezza di come i miei occhi infantili stessero già prepotentemente affacciandosi sull’oscuro tumulto della mia anima adulta. Anni dopo avrei pilotato anch’io una vettura bianca, una Toleman, sotto il diluvio di Monaco. Quell’anno dell’esordio in F1 seppi con fatica controllare le emozioni, consapevole che, se mi avessero travolto, avrei rischiato di perdere il controllo e di compiere scelte sbagliate. Forse per questo mi chiamano “Magic”. Ma oggi ho uno strano presentimento. Nonostante la mia invincibile determinazione in pista, sento più forte la mia fragilità interiore.

Riesco ad alleviarla solo attraverso la lettura di un passo della Bibbia che porto sempre con me, attraverso qualcosa di superiore, di trascendente. Sto lottando tra il dovere (correre, vincere) e il desiderio di fermarmi e di vivere finalmente una vita normale, incarnando le paure proprie di un essere umano. Ma oggi sento che il mio destino è scritto: il grande pilota sta per conquistare la gloria eterna in pista e sarà ricordato per sempre. Nell’attimo in cui ho compreso questo, inesorabilmente l’eroe dentro di me moriva. È stato un momento solo mio, intimo, un mistero senza testimoni, senza spettatori impotenti, perché è stato un evento riservato ad un solo uomo: ad Ayrton Senna.

Dio non si affretta e non tarda. Opera affinché tutto avvenga a suo tempo. Quello giusto. E oggi, 1° maggio 1994, è la data giusta. Oggi tutto è già accaduto, non esiste più lo spazio e il tempo, non c’è più un prima e un dopo, ma solo un eterno presente. Oggi sarà ricordato come istante infinito, anche se il mondo continuerà a ripetersi. Ci saranno nuove vittorie di altri bravi piloti in tute rosse, bianche, oro o cremisi, che si avvicenderanno sui podi e, coronati di alloro, solleveranno coppe e medaglie al cielo, spruzzando magnum di champagne e inondando i loro futuri sogni di gloria e di popolarità. Il mondo certamente continuerà a ripetersi, ma io ora non ho più luogo. Il vuoto che si apre davanti a me è senza possibilità di ritorno. Ho superato diverse curve più o meno pericolose, su molti rettilinei ho conosciuto il dolore e a volte la sconfitta, quella che mi ha fatto disperare e annichilire. Quella sconfitta che mi ha fatto capire che dovevo abbandonare la spensieratezza, la leggerezza e l’istinto, per far spazio alla concretezza.

Passando attraverso questa lacerante sofferenza mi sono forgiato, ho guardato in fondo alla pista, ho intravisto la bandiera a scacchi e ho capito. Ho compreso che non volevo diventare adulto obbedendo a mio padre Milton Da Silva, ma volevo saper fare la cosa giusta per me, con consapevolezza. Per questo ringrazio mia madre (da cui ho preso il cognome) che, con tutte le declinazioni del suo amore, mi ha invitato a sognare e a fidarmi del mio intuito. Ma sempre con un monito: quello di seguire la strada con responsabilità, formandomi verso un altro livello di consapevolezza, perché la vita è un dono fragile. Vorrei che arrivasse il mio grazie, mai sufficiente per l’affetto e la vicinanza che la mia gente, i miei supporters, hanno dimostrato nei miei riguardi. Gli abbracci di chi ha creduto in me e che ha preso la parte più bella e più vera del mio “essere Senna”. Spero pertanto che in F1 si continui a lavorare con grande professionalità ed equilibrio, nel solco di quella che è stata la mia epoca.

Vorrei essere ricordato così, mentre corro in pista in una domenica di primavera, con le tribune gremite ed i cuori palpitanti. E mentre va compiendosi il mio destino in uno spettacolo unico e atroce, posso dire di aver vissuto gli anni più belli e più feroci, in cui sui piatti della bilancia, la fama è salita e il dolore è precipitato. Nella memoria del mondo sarò ricordato come un eroe, magari verranno composte delle canzoni in mio onore. Chissà, adesso sugli spalti potrebbe esserci un giovane, che, tra un acuto di chitarra elettrica e un malinconico violino, comporrà una melodia e, su di me, fioriranno inesauribili aneddoti e strane leggende. Oggi è il giorno in cui mio respiro si placherà, come le onde che lambiscono la mia terra e non sarò altro che sabbia e sale. Sento che il tempo sta rallentando la mia corsa affannosa e tra poco non avrò più fame di vita né sete di successo. Si placherà anche il mondo, con tutto il male che lo sovrasta e sarà anch’esso polvere di stelle. Riposerò.

Nulla può separarmi dall’amore di Dio, che ho tanto amato, ma sarò portato dalla corrente come spuma sulle onde dell’oceano.Su questa pista incriminata esalerò il mio ultimo respiro e si mischierà al ritmo dei cuori di milioni di persone che ora sono in trepida attesa. Il mio amico Angelo, in un atto di profonda pietà, risparmierà al mondo la vista del mio corpo privo di dignità e bellezza mentre, dall’altra parte del globo, mia madre, con il cuore stanco e lo sguardo attento, vedrà i miei ultimi istanti in cerca del mio soffio vitale. E quando un elicottero si alzerà in volo sul cielo italiano, una donna dagli occhi trasparenti come il mare avrà il peso di portare dentro di sé i ricordi più belli nell’orizzonte delle sue giornate, come un bagliore d’eclissi.

Aggiornato il 30 aprile 2026 alle ore 10:35