Lucio Battisti cantava l’incomunicabilità di coppia (nella fase mogoliana) e poi quella totale (nel periodo panelliano, e non solo). Lucio Dalla avvertiva il pericolo che le “nostre parole” possono addirittura diventare barriere impenetrabili (“… si muovono stanche, non ci capiamo più”), in un mondo già plasmato dalla tecnologia, senza tuttavia cedere definitivamente all’impossibilità di comprendersi (“ma io ho voglia di parlare, di stare ad ascoltare”). E se il virtuoso inquieto di Poggio Bustone ha avuto modo di intravedere appena le contraddizioni di un progresso sempre più fondato sul primato della tecnologia, il cantautore bolognese ha invece vissuto le insidie dello sviluppo a tutti i costi, fondato sulla necessità che l’umano facesse un passo indietro rispetto alla macchina.
Gli artisti, si sa, spesso anticipano di decenni conclusioni a cui arriva il metodo scientifico, vincolato dai tempi dell’osservazione empirica, certamente molto più lunghi di quella onirica. Le nostre conversazioni quotidiane stanno diminuendo? Adesso sembra ufficiale anche per i camici bianchi. Così almeno hanno stabilito gli psicologi Valeria A. Pfeifer et Matthias R. Mehl nel loro studio Sliding Into Silence? We Are Speaking 300 Daily Words Fewer Every Year, pubblicato nella rivista Perspectives on Psychological Science. Parliamo sempre meno.
Ogni anno, secondo la ricerca, pronunciamo in media 338 parole in meno rispetto all’anno precedente. Per illustrare questo calo nel numero di parole scambiate, i ricercatori hanno fatto indossare a un campione di 2197 partecipanti, di età compresa tra i 10 e i 94 anni, dei dispositivi che registravano casualmente le loro conversazioni durante le attività quotidiane. I risultati, relativi al periodo tra il 2005 e il 2019, sono sorprendenti: di anno in anno le persone hanno parlato sempre meno, con un calo ancora più marcato tra i più giovani, pari a 451 parole in meno all’anno.
Questi dati confermano la centralità della solitudine che colpisce le nostre società occidentali, in particolare nei contesti urbani, dove i giovani adulti sembrano oggi più isolati che mai (per esempio, nel 2024 in Belgio, il 61 per cento di loro ha dichiarato di sentirsi “profondamente solo”). Questo isolamento, che col tempo può generare una sofferenza considerevole, va distinto dall’isolamento sociale, si fa notare. Si può, infatti, essere circondati da persone, avere amici e una famiglia che ci sostiene, eppure sentirsi profondamente soli e invisibili. Ed essere sempre meno disponibili al dialogo e all’ascolto. Le parole scambiate diventano sempre più rare.
Secondo la ricerca, le 338 parole pronunciate in meno ogni anno non riguardano solo la fine delle conversazioni importanti; vengono a mancare anche le innumerevoli piccole interazioni quotidiane. Salutare il vicino e scambiare due chiacchiere sul marciapiede, offrire un caffè al postino, chiedere indicazioni a un passante, conversare brevemente con la cassiera. La rarefazione di questi scambi informali, così come la perdita di legami sociali, è un tratto distintivo delle nostre moderne società individualiste. Eppure, gli studi dimostrano che le interazioni sociali sono benefiche per il cervello e per l’organismo in generale. Avere amici, trascorrere del tempo in gruppo o in compagnia di qualcuno, poter contare su un solido tessuto sociale significa maggiori possibilità di vivere più a lungo e in maniera sana, e con una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari e disturbi mentali.
Un celebre studio dell’Università di Harvard ha rilevato che la mancanza di legami sociali può aumentare il rischio di morte prematura tanto quanto fumare fino a 15 sigarette al giorno. Nel 2023, l’Oms ha istituito una commissione incaricata di far luce sul problema della solitudine e di formulare proposte per porvi rimedio. Il suo primo rapporto rivela che, a livello globale, una persona su sei soffre di solitudine, intesa come una sensazione dolorosa e soggettiva derivante dalla carenza di interazioni sociali. Le cause di tale isolamento possono essere molteplici: cattive condizioni di salute, mobilità limitata, basso livello di istruzione, vivere da soli o, ancora, l’inadeguatezza dei servizi sociali e delle politiche pubbliche. Tra i giovani, questa proporzione raggiunge circa una persona su cinque. Gli esperti dell’Oms attribuiscono questo fenomeno, tra le altre cose, all’uso degli smartphone. Inoltre, nei Paesi a basso o medio reddito, un quarto delle persone intervistate dichiara di soffrire di solitudine. Nei Paesi ricchi, una persona su dieci si sente isolata.
Aggiornato il 05 novembre 2026 alle ore 10:42
