Se non puoi andare via di casa, sei davvero libero?
Foto: Imagoeconomica

Ci sono libertà che esistono sulla carta e altre che hanno bisogno di uno spazio fisico per diventare reali. Possiamo essere formalmente liberi di lasciare la famiglia, cambiare città, iniziare una convivenza, interromperla, accettare un lavoro lontano, avere un figlio oppure decidere di non averne. Ma tutte queste possibilità hanno una condizione molto concreta: da qualche parte bisogna poter abitare. Per questo la questione della casa non riguarda soltanto il mercato immobiliare, i mutui, gli affitti o le politiche pubbliche. Riguarda qualcosa di più elementare: quanta libertà materiale possiede davvero una persona.

Pensiamo a un uomo o a una donna di trent’anni che lavorano ma continuano a dormire nella stessa stanza nella quale vivevano a sedici. Non necessariamente perché amino quella condizione e neppure perché siano incapaci di diventare adulti. Semplicemente perché un affitto assorbe una quota di reddito che rende l’autonomia economicamente impraticabile. Formalmente possono andarsene domani mattina. Concretamente, forse, non possono farlo. Ed è qui che alcune letture generazionali diventano troppo comode. Abbiamo raccontato per anni giovani che non vogliono crescere, che rimangono a casa, che rimandano le scelte, che non mettono al mondo figli, che non rischiano abbastanza. Può essere vero in alcuni casi. Ma prima di trasformare un comportamento collettivo in un difetto etico bisognerebbe chiedersi quanto costa oggi ciò che un tempo chiamavamo semplicemente autonomia.

La libertà ha bisogno di qualche metro quadrato. Ne ha bisogno chi vuole costruire una relazione e anche chi vuole uscirne. Ne ha bisogno chi accetta un impiego in un’altra città e chi tenta un lavoro autonomo senza poter contare per sempre sulla casa dei genitori. Ne ha bisogno persino chi desidera stare solo. Uno spazio proprio non garantisce la libertà, naturalmente, ma la sua assenza può restringerla enormemente. Questo non significa che lo Stato debba garantire a ciascuno la casa desiderata, né che esista una soluzione semplice fatta di calmieri, sussidi o nuove regole. Significa però riconoscere che il funzionamento del mercato abitativo produce conseguenze che vanno oltre il prezzo di un bene. Può modificare il momento nel quale diventiamo indipendenti, la mobilità del lavoro, la formazione delle famiglie e persino la possibilità di chiudere relazioni dalle quali vorremmo uscire.

Una società liberale dovrebbe essere particolarmente sensibile a questo punto, perché la libertà non coincide soltanto con l’assenza di un divieto. Se nessuno mi impedisce di andarmene ma non possiedo concretamente i mezzi per farlo, la mia libertà rimane intatta dal punto di vista giuridico e molto più fragile nella vita reale. Forse, allora, prima di accusare una generazione di avere paura dell’autonomia dovremmo considerare un’ipotesi meno rassicurante. Non è necessariamente diminuito il desiderio di diventare indipendenti: è aumentato il prezzo per riuscirci.

Aggiornato il 12 ottobre 2026 alle ore 10:26