Un buon selvaggio alla corte di Torino
Foto: Jean-Jacques Rousseau ritratto da Maurice Quentin de La Tour

Le telecamere della sicurezza di un minimarket immortalano un cittadino extracomunitario che commette abusi sessuali: violenza nei riguardi di una ragazza di tredici anni e palpeggiamento nei confronti di una donna quarantenne. Il presunto “violentatore” (ricordiamoci che non è stato ancora processato) è stato posto in regime di semilibertà, con semplice “obbligo di firma” in caserma o commissariato. L’episodio ha spaccato l’opinione pubblica tra chi ne chiede la detenzione, adducendo che “un italiano starebbe in galera”, e chi ci ricorda come nella cultura di molti paesi questi atteggiamenti fanno parte del rito atavico di dimostrare alla comunità di essere uomini. Quindi la magistratura viene chiamata a districarsi tra il reato e la cultura di chi lo ha commesso? Nel dubbio il guardasigilli manda gli ispettori al tribunale di Torino.

Sono accadimenti che mi fanno tornare ragazzo: passavo ore a discorrere con mio nonno materno, entrato in carriera giudiziaria quando l’Italia non era una repubblica democratica. I miei nonni materni mi hanno cresciuto in piena libertà: da bambino a fine anni ‘60 non avevo avuto limiti nei film in tivù come nelle prime letture. Un giorno chiedevo lumi all’uomo di legge circa un film inglese che avevo visto in tivù di mattina (era settembre, allora la scuola iniziava ad ottobre): la pellicola molto teatrale narrava la storia di un selvaggio che, in assenza di quello che si potrebbe definire il padrone, uccideva e si cibava di una amica o parente del colonizzatore; nel film appariva un presule protestante, con i capelli lunghi tipo hippie, che chiedeva al padrone di perdonare il servo perché non sapeva di commettere qualcosa di male. Negli ultimi anni ho più volte cercato invano quel film che aveva tratti ingenui nel giustificare il cannibalismo. All’epoca non rimanevo particolarmente turbato, chiedevo poi spiegazioni al nonno: che non mi avrebbe mai detto “non vedere più quei film”. Discutevo con lui del complesso di colpa che in due secoli ha pervaso l’uomo bianco europeo.

Parlammo di Robinson Crusoe: coglieva l’occasione per donarmi il romanzo di Daniel Defoe; una copia vecchia di almeno cinquant’anni, probabilmente appartenuta ad un suo parente. Il confronto scivolava nel mito del buon selvaggio: col tempo ho capito questa concezione filosofica ed antropologica, secondo cui l’uomo allo stato naturale è intrinsecamente buono e pacifico, poi solo successivamente verrebbe corrotto dai vizi, dalle disuguaglianze e dalle strutture della civiltà europea od occidentale. Per mio nonno queste debolezze e storture non lambivamo la società italiana, o forse non l’avevano ancora pervasa.

Il mito del buon selvaggio affonda le sue radici nel Settecento illuminista, sulla scia dei racconti di esploratori e missionari nel Nuovo Mondo o nelle cosiddette Indie orientali: descrivevano le popolazioni indigene come libere dalle nostre complesse sovrastrutture morali e sociali.

Ergo mi domando cosa sarebbe accaduto più di cinquant'anni fa in Italia per un caso di violenza sessuale? Forse in un recondito posto del Mezzogiorno avrebbero messo tutto a tacere, forse a Torino avrebbero segregato l’autore. Forse. Come forse una certa cultura cerca oggi d’interpretare in modo semplicistico Jean-Jacques Rousseau, il filosofo che nel suo discorso sull’origine giustifica certi atteggiamenti (o forse reati) perché scaturiti da una fondamentale e atavica disuguaglianza tra gli uomini: la storia delle cronache giudiziarie europee sarà pure colma di esempi di servi che avranno violentato le padrone o di poveri che hanno derubato i ricchi? E i giudici cosa dovrebbero fare, forse giustificare il buon selvaggio?

Jean-Jacques Rousseau forse non rimpiangeva la condizione bestiale originaria: forse evidenziava come il progresso tecnico e la nascita della proprietà privata avessero generato egoismo e disuguaglianza? Questo almeno dicono gli interpreti di scuola marxista. Eppure nel pensiero di Karl Marx non si fa minimamente cenno a certe giustificazioni, e c’è solo un approfondito studio sulla condizione del lavoro. Allora dove nasce questa interpretazione deviante?

Certamente il dibattito di oggi ha lontane radici nell’Illuminismo britannico e francese: quelle visioni opposte proprio dei salotti londinesi. Quel confronto totalmente britannico sul pensiero di Thomas Hobbes, che considerava l’uomo naturalmente egoista e aggressivo, e poi il confronto e le critiche a quanto predicava Voltaire. Senza volerlo (forse anche saperlo) la società italiana del momento si sta confrontando sul mito antropologico del buon selvaggio, come già accaduto tra Parigi e Londra tra Settecento e Ottocento. Differenze di pensiero (quelle tra Rousseau e Hobbes) che hanno influenzato la letteratura romantica, ma che non dovrebbero e non potrebbero influenzare le scelte di un giudice.

Aggiornato il 02 settembre 2026 alle ore 15:58