La nuova guida Sip-Acp apre il confronto sul confine tra medicina, cultura e libertà individuale
Il pediatra era uno degli ultimi luoghi rimasti fuori dalle guerre culturali. Un bambino con la febbre o con il mal di pancia. Un genitore preoccupato. Un medico chiamato a visitare, ascoltare, curare. Poi sono arrivate nuove parole: identità, linguaggio, inclusione, percorsi. Termini entrati ormai stabilmente nel dibattito pubblico e che oggi bussano anche alla porta degli ambulatori.
Al centro della discussione c’è Oltre lo sguardo. Guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente, documento realizzato dalla Società Italiana di Pediatria e dall’Associazione Culturale Pediatri. Venti pagine destinate ai professionisti della salute dei minori. Un atto ufficiale, non un’opinione comparsa sui social. Ed è proprio per questo che il confronto è diventato così acceso.
Sip e Acp sostengono che l’obiettivo sia offrire ai pediatri strumenti per accogliere bambini e adolescenti “senza discriminazioni”. Chi critica il documento contesta invece l’ingresso, dentro uno strumento sanitario, di indicazioni legate a una precisa lettura culturale dell’identità, del linguaggio e dei modelli familiari. L’imperare della cultura “gender”. La discussione, quindi, non riguarda soltanto il contenuto della guida, ma il confine tra attenzione verso una persona e costruzione di un modello al quale adeguarsi.
In breve.
Si tratta infatti di un vademecum di 20 pagine completamente imbevuto di ideologia Gender e Lgbt, dove si invitano i pediatri a esporre nei propri studi medici bandiere o poster con i colori arcobaleno del movimento Lgbt, a mettere a disposizione in sala d’attesa volantini, brochure e materiale informativo delle associazioni Lgbt e persino a fornire ai bambini libri di favole con personaggi gay, trans o famiglie omogenitoriali.
Non solo: il documento raccomanda di identificare i bambini non solo come maschi o femmine, ma anche come “non binari” o “agender”, e di eliminare le parole “padre” e “madre” dai moduli, sostituendole con il generico “genitore”.
Viene inoltre promossa la cosiddetta Carriera Alias – una procedura amministrativa che consente al minore di utilizzare un nome diverso da quello anagrafico – nonostante essa sia priva di base legale e scientifica e contribuisca a rafforzare nei bambini e negli adolescenti l’idea malsana di essere “nati nel corpo sbagliato”.
Tutto ciò, come se non bastasse, è riportato in una cornice scientifica che ignora e omette completamente studi scientifici più aggiornati, come la Cass Review inglese, che smonta l’approccio “affermativo” e omette di dire che nel 90 per cento dei casi il disagio identitario dei minori rispetto al loro genere si riassorbe autonomamente con lo sviluppo adolescenziale.
Nei giorni scorsi già ben quattro interrogazioni parlamentari da parte di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci hanno chiesto chiarimenti e hanno chiesto che il testo venga immediatamente ritirato.
La medicina deve ascoltare. Deve proteggere chi è fragile. Ma proprio perché entra nella parte più delicata della vita di una persona, deve anche mantenere una distanza dalla pressione culturale del momento. Un medico cura individui. Corpi. La carne della gente. E basta con questi “protocolli”!
È qui che nasce la parte più complessa della vicenda. La nostra epoca sembra avere una particolare difficoltà a lasciare qualcosa aperto. Tutto deve essere ben chiaro, alla moda, nominato in modo pollitically correct... fa così “cool”...
Uno pensa: “Porto mio figlio che ha dodici anni e un forte mal di testa dal medico”. Poi si ritrova davanti un insieme di formule perfettamente codificate e già stabilite per dirti chi sei. E allora giù con le “@” o le “Schwa” (le e al contrario), i “tutt*” e asterischi vari etc. E il paradosso è evidente: nel tentativo di liberare la persona, rischiamo di renderla semplicemente incasinata.
La crescita di un ragazzo non può derivare da un documento amministrativo. È fatta di dubbi, cambiamenti, contraddizioni. Esattamente quelle zone grigie che ogni società aperta dovrebbe saper tollerare. Perché una persona non è il risultato finale di un percorso lineare. Per essere franchi. Tutti questi complicatissimi e inaccettabili bizantinismi lessicali che diavolo c’entrano con un bambino con il mal di pancia?!
E se la “Guida” di Sip e Acp è rivolta anche al trattamento degli adolescenti a maggior ragione meglio chiudere il becco!
La vicenda ha avuto anche un passaggio istituzionale con l’intervento dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha precisato che la guida non era prevista tra i contenuti della presentazione del congresso Acp ospitato presso la sede dell’Istituto. Un chiarimento tecnico arrivato mentre il dibattito sta già diventando politico e culturale.
Ma il tema va oltre questa singola guida. Riguarda il modo in cui guardiamo l’individuo. Abbiamo costruito una società capace di raccogliere informazioni su tutto, descrivere tutto, controllare tutto. Il rischio è che, nel tentativo di comprendere ogni sfumatura dell’esistenza, si finisca per dimenticare una cosa semplice: una persona non coincide con la descrizione che viene fatta di lei. O con ciò che gli altri pensino che sia.
Abbiamo una strana paura del caos. Vogliamo mettere ordine e disordine a tutto: ai comportamenti, alle parole, perfino al modo in cui una persona deve raccontare sé stessa. Solo che l’essere umano non è qualcosa da sistemare, da definire. Semmai è qualcosa da aiutare a de-iniziare! È una storia aperta. E le storie aperte danno fastidio allo storytelling.
Alla fine, uno si chiede: ma siamo davvero sicuri che per aiutare una persona servano sempre nuovi termini, nuovi manuali, asterischi e wokismi vari, magari pure un vocabolario aggiornato ogni sei mesi?
A forza di aggiungere formule e cautele linguistiche rischiamo il paradosso: per vedere meglio l’individuo finiamo per seppellirlo. "Quanto siamo avanti, dottore mio. Quanta sensibilità. Quanta inclusività"!
Peccato che, sotto tutta questa impalcatura di parole, resti una cosa molto più semplice: una persona.
E magari quella persona vorrebbe soltanto essere lasciata in pace.
Aggiornato il 23 luglio 2026 alle ore 17:01
