La postura del futuro: tra intelligenza artificiale ed Economia Sferica. Parla Oscar di Montigny
Viviamo in un’epoca di accelerazione costante, in cui la velocità schiaccia inevitabilmente la profondità. Una transizione che non è solo tecnologica o ecologica, ma antropologica e spirituale. Di fronte alle sfide epocali poste dall'avvento dell’Intelligenza Artificiale e dalla crisi della fiducia pubblica, il mondo economico e sociale si interroga su quali debbano essere le nuove coordinate per non perdere la bussola dell’umanesimo. Per capire come orientarsi in questa complessità, abbiamo incontrato Oscar di Montigny, presidente di Grateful Foundation, reduce dal Canada, dove ha rappresentato l’Italia alla 45ª Conferenza Annuale di IAIA (International Association for Impact Assessment).
Oscar di Montigny, lei è appena rientrato da Québec City, dove si è concluso il vertice mondiale sulla valutazione d’impatto IAIA26, incentrato proprio su disinformazione, comunicazione e crisi della fiducia. Qual è il termometro globale che ha percepito?
Il termometro che ho percepito è duplice e apparentemente contraddittorio. Da una parte cresce la consapevolezza che stiamo vivendo una trasformazione senza precedenti, in cui tecnologia, informazione e intelligenza artificiale stanno ridefinendo non solo l’economia, ma il modo stesso in cui costruiamo la realtà e prendiamo decisioni. Dall’altra emerge una diffusa fragilità: la fiducia, che rappresenta il vero collante delle società, delle istituzioni e dei mercati, appare oggi più vulnerabile che mai.
A Québec City ho percepito chiaramente che la disinformazione non è più considerata soltanto un problema mediatico, ma una questione sistemica. Quando viene meno la fiducia nelle fonti, nelle istituzioni, nella scienza o persino nella possibilità di distinguere il vero dal falso, si indebolisce la capacità collettiva di affrontare qualsiasi sfida, dal cambiamento climatico all'innovazione tecnologica, fino alla convivenza democratica.
Allo stesso tempo, però, ho colto un segnale incoraggiante. Sempre più esperti, leader e organizzazioni stanno comprendendo che la risposta non può essere esclusivamente tecnologica o normativa. Non basteranno algoritmi più sofisticati o nuove regolamentazioni. Sarà necessario ricostruire un'infrastruttura culturale ed etica fondata sulla responsabilità, sulla trasparenza e sulla maturazione della coscienza individuale e collettiva.
La vera sfida non è governare l'informazione, ma rigenerare la fiducia. Perché la fiducia non nasce dai dati, nasce dalle relazioni; non nasce dal controllo, ma dalla credibilità; non nasce dalla quantità di informazioni disponibili, ma dalla qualità delle intenzioni che guidano chi le produce e chi le diffonde.
Per questo ritengo che il tema centrale del nostro tempo non sia soltanto l’Intelligenza Artificiale, ma l’intelligenza relazionale e valoriale con cui sapremo accompagnarla. Se non evolviamo la coscienza alla stessa velocità con cui evolvono le tecnologie, rischiamo di costruire strumenti sempre più potenti nelle mani di una società sempre più disorientata. Se invece sapremo integrare innovazione e umanità, potremo trasformare questa crisi di fiducia in una straordinaria opportunità di evoluzione collettiva.
A proposito di sfide epocali, il dibattito pubblico è letteralmente catalizzato dall'Intelligenza Artificiale, un tema su cui anche Papa Francesco è intervenuto di recente con una storica Enciclica, invocando un'“algoretica” per rimettere l’uomo al centro. Come si inserisce la sua visione in questo contesto?
L’Intelligenza Artificiale rappresenta una delle più straordinarie opportunità che l'umanità abbia mai avuto, ma anche una delle più grandi responsabilità. Condivido profondamente il richiamo di Papa Francesco alla necessità di un’algoretica: non possiamo delegare alle macchine decisioni che riguardano la dignità, la libertà e il destino dell'essere umano senza prima interrogarci sui valori che le guidano.
La vera domanda non è cosa l’IA sarà in grado di fare, ma chi saremo noi mentre la utilizzeremo. Ogni tecnologia amplifica l’intelligenza che la genera: se nasce da una coscienza evoluta, diventa strumento di progresso; se nasce da una visione riduzionista dell’uomo, rischia di amplificare disuguaglianze, controllo e frammentazione.
Per questo sostengo che accanto all’Intelligenza Artificiale debba svilupparsi un’intelligenza della coscienza. L’essere umano non è soltanto un produttore di dati o un consumatore di servizi: è portatore di significato, di creatività, di intuizione, di anima. L’algoritmo può elaborare informazioni; il senso della vita resta una prerogativa umana. Il futuro non dipenderà dall’IA, ma dalla qualità della nostra umanità.
Lei ha introdotto a livello internazionale il concetto di “Humanovability” e il modello dell’Economia Sferica. Ci spiega concretamente in cosa consiste questo paradigma e come supera i limiti della transizione lineare o circolare?
La Humanovability nasce dall’intersezione di Human Centricity, Innovation, Sustainability, e propone una visione in cui il progresso tecnologico e quello umano avanzano insieme. Oggi abbiamo imparato a innovare le tecnologie molto più velocemente di quanto siamo capaci di evolvere noi stessi. Questo squilibrio è all'origine di molte delle crisi contemporanee.
L’Economia Sferica rappresenta il naturale sviluppo di questa intuizione. L’economia lineare produce, consuma e scarta. L’economia circolare recupera e rigenera le risorse materiali. Entrambe, tuttavia, restano prevalentemente focalizzate sulla dimensione fisica ed economica.
La Sfera introduce una terza dimensione: quella della coscienza. Non considera soltanto il valore economico e ambientale, ma anche quello umano, sociale, culturale, e soprattutto quello animico e spirituale. La Sfera è il simbolo della completezza, dell'interconnessione e dell'equilibrio dinamico tra tutte le componenti della vita.
Non si tratta semplicemente di produrre in modo più sostenibile, ma di generare prosperità integrale. Un sistema è realmente evoluto quando crea valore per l’economia, per la società, per la natura e per la crescita interiore dell'essere umano. Questo è il passaggio da una logica di efficienza a una logica di armonia.
Attraverso la Grateful Foundation, lei sostiene che la “Gratitudine” possa e debba diventare un vero e proprio asset strategico ed economico. Come si traduce questo principio nei bilanci di un'azienda?
Per lungo tempo abbiamo considerato la gratitudine come una virtù privata o un sentimento personale. Oggi le neuroscienze, la psicologia positiva e numerose evidenze manageriali dimostrano che la gratitudine è anche una forza organizzativa.
Quando una cultura aziendale è fondata sulla gratitudine, aumentano la fiducia, la collaborazione, il senso di appartenenza, la capacità di innovare e la resilienza nei momenti di crisi. Diminuiscono invece conflittualità, turnover e assenteismo.
Il punto cruciale è che ciò che genera fiducia genera anche valore economico. La gratitudine migliora la qualità delle relazioni e le relazioni sono il vero capitale invisibile delle organizzazioni.
Per questo parlo di Grateful Organization e di Grateful Balance: accanto ai tradizionali indicatori economico-finanziari dovremmo iniziare a misurare anche il capitale relazionale, il benessere diffuso, il livello di fiducia, la qualità delle connessioni interne ed esterne. Nel futuro, i bilanci più solidi saranno quelli capaci di integrare performance economica e prosperità umana.
Per molti anni lei ha ricoperto ruoli apicali nel settore bancario e assicurativo, una carriera ai vertici del management. Cosa l’ha spinta a un certo punto a ridefinire completamente i suoi spazi di vita e a dare vita a questo laboratorio di pensiero che è la Grateful Foundation?
Non si è trattato di un abbandono del mondo economico, ma del desiderio di comprenderlo in modo più profondo. Dopo molti anni, trascorsi nei vertici aziendali ho maturato la convinzione che il vero cambiamento non possa essere generato esclusivamente da nuove strategie, nuove tecnologie o nuovi modelli organizzativi.
Le grandi trasformazioni nascono sempre da una trasformazione della coscienza. Ho percepito la necessità di creare uno spazio di ricerca e di dialogo capace di mettere in relazione economia, scienza, filosofia, spiritualità e innovazione.
La Grateful Foundation nasce da questa esigenza: contribuire alla costruzione di un nuovo umanesimo capace di riconciliare ciò che negli ultimi secoli abbiamo separato. Non è un think tank tradizionale, ma un laboratorio di evoluzione culturale orientato a generare nuove visioni per il futuro dell'umanità.
Nel suo modello, lei parla apertamente di “stati di coscienza”, “spiritualità”, concetti che un tempo la finanza e l’economia avrebbero liquidato come astratti o estranei al business. Oggi, invece, avverte un reale risveglio delle coscienze nella società e nel mondo produttivo, o c’è ancora una forte resistenza culturale?
Entrambe le cose. Da un lato assistiamo a una crescente consapevolezza che le grandi crisi del nostro tempo non siano soltanto economiche, ambientali o tecnologiche, ma profondamente antropologiche. Sempre più leader, imprenditori e istituzioni comprendono che il benessere materiale, pur essendo necessario, non è sufficiente a garantire una vita piena e una società equilibrata.
Dall’altro lato esistono ancora forti resistenze culturali. Per molti decenni abbiamo identificato il progresso quasi esclusivamente con la crescita quantitativa. Oggi siamo chiamati a integrare la dimensione quantitativa con quella qualitativa.
Quando parlo di spiritualità non mi riferisco a una dimensione confessionale, ma alla ricerca del significato profondo dell’esistenza e delle nostre azioni. Una persona che lavora sapendo perché lo fa genera un impatto completamente diverso rispetto a chi opera soltanto per obbligo o convenienza.
Il vero cambiamento è già iniziato, ma siamo ancora in una fase di transizione. Stiamo passando da una civiltà centrata sull'avere a una civiltà che dovrà imparare a valorizzare anche l'essere.
In questo scenario, quale deve essere il ruolo dell’Europa? Siamo pronti a compiere questo salto di qualità culturale?
L’Europa possiede una responsabilità storica straordinaria. È il luogo in cui sono nate alcune delle più grandi tradizioni filosofiche, scientifiche e umanistiche della storia. Oggi può diventare il laboratorio mondiale di una nuova sintesi tra innovazione e umanità.
La competizione globale non si vincerà soltanto sulla velocità tecnologica o sulla capacità produttiva. Si vincerà sulla capacità di offrire una visione del futuro credibile, inclusiva e sostenibile.
L’Europa può guidare questa trasformazione se avrà il coraggio di recuperare la propria anima culturale. Dobbiamo smettere di considerare l’economia, la tecnologia, l’educazione e la spiritualità come mondi separati e iniziare a vederli come parti di un unico ecosistema umano.
In questo percorso, l’Italia può assumere un ruolo particolarmente significativo. Più che una potenza economica o tecnologica, l’Italia è storicamente una potenza culturale e umanistica. È la terra che ha saputo generare il Rinascimento, trasformando una crisi d’epoca in una stagione di straordinaria fioritura artistica, scientifica e spirituale. Oggi potrebbe essere chiamata a favorire un nuovo Rinascimento, capace di integrare innovazione, bellezza, etica, sostenibilità e sviluppo umano.
L’Italia possiede un patrimonio unico fatto di comunità, creatività, saper fare, relazioni e capacità di coniugare impresa e umanesimo. In un tempo dominato dalla velocità e dalla standardizzazione, può offrire al mondo una visione che rimetta al centro la persona, la qualità delle relazioni e il significato del progresso.
Siamo pronti? Credo che esistano tutte le condizioni per esserlo. La vera domanda è se sapremo trasformare questa consapevolezza in azione. Le grandi svolte della storia avvengono quando una società ritrova il proprio centro. Oggi l’Europa ha l’opportunità di ritrovare il suo e l’Italia, per la sua storia e la sua vocazione, può contribuire a indicare quella direzione, diventando uno dei luoghi in cui il futuro non viene semplicemente immaginato, ma concretamente generato.
Aggiornato il 14 luglio 2026 alle ore 14:10
