La tragedia dei servitori dello Stato dinanzi al paradosso della giustizia

Trentaquattro anni dopo che il tritolo di Capaci e Via D’Amelio ha sventrato l’autostrada e spezzato le vite di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle loro scorte, l’Italia si ritrova ancora a fare i conti con i detriti morali di quella stagione. Oltre al dolore e al ricordo istituzionale, resta una scia di paradossi che tocca il cuore pulsante delle nostre istituzioni. Cosa unisce le tormentate vicende giudiziarie di Bruno Contrada, Mario Mori, Sergio De Caprio (il Capitano Ultimo) e Renato Cortese? Uomini profondamente diversi per ruoli, epoche operative e destini, ma accumunati da un filo rosso drammatico: aver servito lo Stato nella trincea più esposta contro Cosa Nostra, per poi ritrovarsi sul banco degli imputati, esposti alla gogna mediatica e a lunghissimi calvari processuali.

​Confrontare queste storie non significa sovrapporle acriticamente, ma analizzare un meccanismo sistemico: quel cortocircuito istituzionale in cui l’efficacia investigativa e la gestione del confine tra legalità e intelligence si trasformano, a posteriori, in sospetti di collusione, tradimento o deviazione.

​I PROTAGONISTI E LA TRINCEA: CHI ERANO GLI UOMINI DEL FRONTE

​Per comprendere la gravità delle ferite giudiziarie, occorre prima ricostruire chi fossero questi funzionari nel momento di massimo vigore della lotta alla mafia.

Bruno Contrada è stato il pilastro della Polizia di Stato a Palermo negli anni Settanta e Ottanta, capo della Squadra Mobile e successivamente numero due del Sisde (il servizio segreto civile) in Sicilia. Era l’uomo che conosceva i segreti della città, colui che coordinava le indagini sui primi grandi delitti politici e di mafia.

​Il Generale Mario Mori, insieme al Capitano Ultimo, ha rappresentato l’avanguardia investigativa dell’Arma dei Carabinieri. Fondatori del Ros (Raggruppamento Operativo Speciale), hanno rivoluzionato il modo di fare indagini sulla criminalità organizzata, puntando sull’analisi documentale, sui pedinamenti elettronici e sulla penetrazione logistica. Il 15 gennaio 1993, la loro unità compie l'impresa che sembrava impossibile: la cattura di Salvatore Riina, il capo dei capi, latitante da quasi un quarto di secolo.

Renato Cortese, anni dopo, incarna la continuità di questo sforzo nella Polizia di Stato. Capo della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, Cortese è l’uomo che l’11 aprile 2006, dopo decenni di ricerche e infiltrazioni silenziose nel cuore dei Corleonesi, entra nel casolare di Montagna dei Cavalli e stringe le manette ai polsi di Bernardo Provenzano, ponendo fine alla storica stagione della dittatura corleonese.

​LE VICENDE GIUDIZIARIE: IL CALVARIO E LA GOGNA MEDIATICA

​Le storie giudiziarie di questi servitori dello Stato si sviluppano lungo direttrici complesse, spesso segnate da ribaltamenti clamorosi tra i vari gradi di giudizio.

Il caso di Bruno Contrada inizia la Vigilia di Natale del 1992, quando viene arrestato sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo, che lo accusano di concorso esterno in associazione mafiosa. Inizia così un'epopea giudiziaria durata decenni. Condannato in primo grado a dieci anni nel 1996, assolto in appello nel 2001, la Cassazione annulla l’assoluzione e nel 2007 la condanna diventa definitiva. Contrada sconta la pena tra il carcere militare e gli arresti domiciliari per motivi di salute.

La svolta arriva però da Strasburgo: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) condanna l’Italia, stabilendo che all’epoca dei fatti contestati (prima del 1994) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro e definito nell'ordinamento italiano. Di conseguenza, nel 2017 la Cassazione dichiara ineseguibile e improduttiva di effetti penali quella condanna. Contrada viene riabilitato giuridicamente, ma dopo aver visto la propria esistenza e la propria carriera interamente distrutte.

Mario Mori e il Capitano Ultimo finiscono sotto accusa subito dopo il trionfo dell’arresto di Riina. L’accusa è di non aver perquisito immediatamente il covo di via Bernini, favorendo così la scomparsa di documenti scottanti appartenenti al boss. Per questa vicenda verranno entrambi assolti con formula piena nel 2006, poiché il tribunale riconosce la legittimità della scelta investigativa finalizzata a non bruciare la sorveglianza sulla rete dei favoreggiatori.

​Tuttavia, per il Generale Mori i problemi non finiscono qui. Viene trascinato nel mastodontico processo sulla cosiddetta “Trattativa Stato-Mafia”, accusato di minaccia a corpo politico dello Stato per aver avviato, tramite l’ex sindaco Vito Ciancimino, contatti con i vertici mafiosi nel tentativo di fermare le stragi del 1992.

Dopo anni di gogna e sentenze contrastanti, la parola fine arriva solo in anni recenti, con l’assoluzione definitiva in Cassazione perché “il fatto non costituisce reato”, escludendo qualsiasi intento di dolo o collusione.

La vicenda di Renato Cortese, pur differenziandosi per la natura dei fatti, condivide lo stesso sapore amaro. Nel 2020, Cortese – nel frattempo divenuto Questore di Palermo – viene condannato in primo grado a cinque anni di reclusione per il caso dell’espulsione e del rimpatrio della cittadina kazaka Alma Shalabayeva, moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov, avvenuto nel 2013 quando Cortese guidava la Squadra Mobile di Roma. La sentenza di primo grado provoca la sua rimozione immediata dai vertici della Polizia. Due anni dopo, la Corte d’Appello di Perugia ribalta completamente il verdetto, assolvendo Cortese e gli altri funzionari con la formula più ampia, perché il fatto non sussiste, riconoscendo la totale buona fede dell'operato della Polizia in un contesto internazionale opaco.

​PERCHÉ SERVE APPROFONDIRE E CONFRONTARE

​Il confronto tra queste storie rivela una costante sociologica e politica del nostro Paese. In Italia, la lotta alla mafia è stata spesso vissuta non solo come un dovere investigativo, ma come un terreno di scontro ideologico e politico. Quando l’azione di questi investigatori si è mossa sul confine sottile della gestione dei confidenti, delle trattative tattiche necessarie alla cattura dei latitanti o della gestione della sicurezza dello Stato, la magistratura ha talvolta applicato schemi interpretativi ex post, decontestualizzati dalla realtà operativa delle strade e del territorio.

​Questi casi dimostrano il rischio della “cultura del sospetto”, dove il successo investigativo diventa paradossalmente la prova di un patto oscuro. Se arresti Riina ma non perquisisci il covo, sei un traditore; se utilizzi fonti confidenziali per prevenire reati, sei colluso. Il dramma umano e professionale di questi uomini mette a nudo la fragilità di uno Stato che, in alcuni suoi segmenti, ha teso a processare se stesso, finendo per esporre alla gogna i suoi soldati più efficaci.

COSA RESTA OGGI A TRENTAQUATTRO ANNI DALLE STRAGI

​A distanza di oltre tre decenni dai sacrifici di Falcone e Borsellino, il bilancio è chiaroscuro. Cosa Nostra stragista e militare è stata destrutturata, i grandi capi sono morti in cella o sono stati assicurati alla giustizia. Ma la memoria di quella stagione rischia di essere inquinata se non si comprende il costo umano pagato non solo dalle vittime del tritolo, ma anche da chi è sopravvissuto per continuare quella guerra e ha finito per essere abbattuto dal “fuoco amico” del sistema giudiziario.

La condanna dell’Italia da parte della Cedu nel caso Contrada, così come le tardive assoluzioni di Mori e Cortese, non sono vittorie della giustizia, ma certificazioni di un fallimento temporaneo del sistema. Resta la consapevolezza che la gogna mediatica e i processi infiniti lasciano ferite che nessuna sentenza d'assoluzione può rimarginare del tutto. Raccontare oggi queste storie, senza preconcetti, serve a ricordare che la difesa della legalità e dello Stato di diritto si misura anche dalla capacità di tutelare e rispettare la dignità di coloro ai quali chiediamo di rischiare la vita per la nostra sicurezza.

Aggiornato il 07 luglio 2026 alle ore 12:35