A vent’anni dalla nascita della Fondazione Castelli, il ricordo di Giorgio Castelli continua a trasformarsi in un impegno concreto per la tutela della vita. Nata dopo la tragica scomparsa per arresto cardiaco del giovane calciatore durante un allenamento, la Fondazione è oggi un punto di riferimento nella diffusione della cultura del primo soccorso, della formazione BLSD e dell’utilizzo dei defibrillatori. Proprio ieri la Fondazione ha ricevuto dalla Lega Nazionale Dilettanti-FIGC-Lazio il Premio Speciale per le Attività Sociali.
Ne parliamo con Vincenzo Castelli, presidente della Fondazione e padre di Giorgio, che ripercorre il cammino compiuto in questi anni, i risultati raggiunti e le sfide ancora aperte nella prevenzione della morte cardiaca improvvisa.
Presidente, la Fondazione nasce da una tragedia familiare. Come siete riusciti a trasformare quel dolore in un progetto di utilità pubblica?
Abbiamo pensato che la morte di Giorgio, come quella di tante altre persone ogni giorno, potesse in qualche modo essere evitata grazie alla conoscenza delle manovre di rianimazione cardiopolmonare e all’utilizzo del defibrillatore.
All’epoca, su quel campo sportivo non esisteva questa cultura, così come nella maggior parte degli impianti italiani. Semplicemente non se ne parlava. Tra i primi a farlo siamo stati proprio noi e, fortunatamente, siamo stati ascoltati da molte persone. Da lì è iniziato un percorso che continua ancora oggi.
Abbiamo scelto questa strada perché ci sembrava il modo migliore per ricordare Giorgio. Nel tempo abbiamo incontrato molti altri genitori che hanno vissuto esperienze simili. L’elaborazione di un lutto così profondo è sempre complessa e non esistono regole valide per tutti. Ognuno cerca la propria strada.
Come famiglia abbiamo avuto il sostegno di tanti amici e insieme siamo riusciti a costruire qualcosa di importante. Una realtà che ricorda Giorgio e ciò che è accaduto, ma che testimonia anche come da quella tragedia siano nate opportunità di salvezza per molte altre persone.
I nostri defibrillatori sono presenti in diverse regioni italiane, non solo a Roma e nel Lazio, ma anche in Sardegna, Abruzzo e Umbria. Molte persone hanno frequentato i nostri corsi e si sono poi trovate a gestire situazioni di emergenza, intervenendo con successo grazie alle competenze acquisite.
In questi vent’anni di attività, quali risultati vi rendono più orgogliosi e cosa è cambiato?
La Fondazione ha contribuito alla diffusione di oltre 400 defibrillatori e alla formazione di più di 23.000 operatori BLSD. In questi vent’anni l’atteggiamento delle persone è cambiato molto. All’inizio, quando organizzavamo i corsi insieme ad ARES 118, spesso vedevamo molte sedie vuote. Chi partecipava non sempre comprendeva fino in fondo il valore di ciò che stavamo proponendo. Tuttavia, al termine delle lezioni, tutti tornavano a casa soddisfatti, con la consapevolezza di aver imparato qualcosa di realmente utile.
Questa è sempre stata la nostra più grande soddisfazione. E la sensazione è rimasta immutata negli anni. Oltre all’aspetto tecnico, contano molto le motivazioni e il modo in cui ci si avvicina alle persone. Chi partecipa comprende che tutto nasce da una vicenda realmente vissuta e da una grande sofferenza. Sapere che esistono strumenti concreti per contrastare la morte cardiaca improvvisa è un messaggio importante e potente.

Quali sono ancora oggi i principali ostacoli alla diffusione della cultura del primo soccorso?
Il problema principale è culturale. E quando si parla di cultura bisogna essere consapevoli che il cambiamento richiede tempo, impegno e continuità. In questi vent’anni abbiamo osservato progressi significativi, ma c’è ancora molta strada da fare. È fondamentale che le istituzioni sostengano concretamente questo percorso. Altrimenti si rischia di realizzare soltanto iniziative isolate, senza una reale incidenza sul fenomeno.
Per rendere più efficace la diffusione della cultura dell’emergenza e del primo soccorso bisogna partire dalle scuole. Se riusciremo a farlo in modo sistematico, nel giro di qualche decennio avremo generazioni intere consapevoli del problema e capaci di affrontarlo.
C’è poi un aspetto che, da medico, considero particolarmente critico: nelle facoltà di Medicina italiane il corso di rianimazione cardiopolmonare non è ancora un insegnamento curriculare obbligatorio. Alcune università lo offrono con crediti formativi, altre come corso facoltativo o a pagamento, mentre in alcune non è previsto affatto.
È una contraddizione evidente. Formiamo i cittadini comuni, ma non garantiamo a tutti i futuri medici e infermieri una preparazione uniforme su competenze che possono fare la differenza tra la vita e la morte.
Io mi sono laureato nel 1980 e allora questo insegnamento non esisteva. Ho imparato sul campo, lavorando accanto a rianimatori e anestesisti. Oggi credo che queste competenze debbano diventare obbligatorie all’interno dei percorsi universitari.
Giorgio Castelli era un giovane calciatore. Oggi lo sport è sufficientemente preparato a gestire le emergenze cardiache?
In Italia esiste una normativa molto avanzata per quanto riguarda la prevenzione primaria attraverso la visita medico-sportiva per l’attività agonistica. È un modello che sta trovando applicazione in molti Paesi del mondo. Più lenta è stata invece l’evoluzione sul fronte della gestione dell’emergenza, cioè su cosa fare quando, nonostante tutti i controlli, si verifica un arresto cardiaco.
La Legge Balduzzi ha introdotto l’obbligo per i centri sportivi di dotarsi di defibrillatori e di personale formato al loro utilizzo. Tuttavia, questa norma è ancora oggi spesso disattesa. Non tutti gli impianti dispongono realmente di un defibrillatore e mancano controlli efficaci.
Il problema è che, se accade un evento e il defibrillatore non è presente, si passa da una possibile sanzione amministrativa a conseguenze giudiziarie molto più gravi. Servirebbe un sistema di verifiche serio e costante, perché la presenza di un defibrillatore può davvero fare la differenza tra la vita e la morte.
Stiamo inoltre sostenendo alcuni progetti legislativi, tra cui l’obbligo di eseguire riscontri autoptici con indagini genetico-molecolari nei casi di morte cardiaca improvvisa in età precoce. Questo consentirebbe di identificare eventuali patologie ereditarie e proteggere altri membri della stessa famiglia.
Spesso svolgete questi corsi in aree periferiche e montane, come Villetta Barrea. Perché è importante?
In questi territori esistono difficoltà oggettive legate alla conformazione geografica e alla distanza dai presidi sanitari. Parliamo di paesi di montagna dove, soprattutto in inverno, le condizioni climatiche possono rendere complicati gli spostamenti. Gli ospedali più vicini si trovano a decine di chilometri di distanza e spesso non esistono strutture sanitarie direttamente sul territorio.
In questi contesti avere un defibrillatore accessibile e persone formate può davvero salvare delle vite. Se una persona si rompe una gamba può attendere l’arrivo dei soccorsi; in caso di arresto cardiaco, invece, si hanno solo pochi minuti per intervenire efficacemente. Nelle piccole comunità, dove tutti si conoscono, questo tipo di preparazione può fare una differenza enorme.
C’è una storia di vita salvata grazie alla formazione o a un defibrillatore donato dalla Fondazione che ricorda in modo particolare?
Una delle esperienze che ricordiamo con maggiore emozione riguarda il Parco Archeologico del Colosseo. Nel 2016 abbiamo installato il primo defibrillatore. Oggi il sistema comprende quindici dispositivi distribuiti tra Colosseo, Foro Palatino e Domus Aurea. In dieci anni il sito ha accolto oltre 70 milioni di visitatori.
In questo periodo si sono verificati due arresti cardiaci. Nel 2019 un cittadino americano è stato salvato da un custode che ha utilizzato uno dei defibrillatori installati dalla Fondazione. È stato un momento di grande soddisfazione e ha avuto anche una significativa risonanza mediatica.
Potrei citare molti altri episodi: istruttori che hanno salvato persone attraverso manovre di disostruzione delle vie aeree, operatori che hanno eseguito correttamente la rianimazione cardiopolmonare, o il caso di un ragazzo di 17 anni salvato nel dicembre 2024 grazie alla presenza di un defibrillatore vicino a Scanno.
Sono notizie che ci riempiono di gioia. Giorgio non tornerà, ma sapere che da quella tragedia è nato un percorso capace di salvare altre vite rappresenta una forma di sollievo e dà un significato profondo al nostro impegno.
Che cosa pensa avrebbe detto Giorgio vedendo ciò che la Fondazione è riuscita a costruire?
Avrebbe detto che andava bene. Era un ragazzo molto generoso. Avrebbe voluto tutto questo.
Aggiornato il 24 giugno 2026 alle ore 11:51
