Medicina km 0

In una società che corre, rimuove il dolore e teme profondamente la morte, parlare di fine vita significa entrare in uno dei territori più delicati dell’esperienza umana. Eppure, proprio lì, dove la medicina incontra il limite, emerge forse il senso più autentico della cura. Abbiamo parlato con il professor Pierpaolo Correaleoncologo e ricercatore napoletano, da anni impegnato non solo nella battaglia clinica contro il cancro, ma anche nella riflessione sul rapporto tra malattia, dignità e accompagnamento della persona, e del significato profondo del fine vita, oltre la terminalità, verso una nuova idea di umanità. Il punto da cui partire è tanto semplice quanto rivoluzionario: il fine vita non coincide necessariamente con la terminalità. Non è soltanto l’ultimo tratto biologico dell’esistenza, né un conto alla rovescia scandito da parametri clinici. È un processo multidimensionale che coinvolge identità, relazioni, emozioni, paure, famiglia, linguaggio e società.

Ed è proprio qui che nasce una delle più grandi distorsioni culturali del nostro tempo. Molti associano il “percorso di fine vita” esclusivamente agli ultimi giorni o alle ultime ore di un malato. Una visione riduttiva che rischia di impoverire la medicina e isolare il paziente, “specialmente se non ha una famiglia molto grande” ‒ come sostiene Correale ‒ “che gli sta vicino, come succede più spesso al sud”.

La terminalità indica infatti una fase clinica avanzata e irreversibile; il fine vita, invece, può essere un tempo molto più ampio, nel quale la persona continua a vivere, scegliere, amare, soffrire, progettare e avere bisogno di cura. Confondere questi due concetti produce conseguenze profonde: ritarda l’accesso alle cure palliative, impedisce dialoghi sinceri tra medici e famiglie, alimenta paura e solitudine, e trasforma la morte in un tabù anziché in una realtà da accompagnare con consapevolezza. La medicina contemporanea, spesso concentrata sulla guarigione come unico obiettivo, fatica ancora ad accettare che esista una forma di cura che continua anche quando non esiste più una possibilità terapeutica risolutiva. Eppure, è proprio in quel momento che il ruolo umano del medico diventa centrale.

“La cura non finisce quando finisce la speranza di guarire” non è uno slogan emotivo: è una visione clinica ed etica. Significa controllo del dolore, sostegno psicologico, ascolto, dignità, qualità della vita, vicinanza alle famiglie. Significa riconoscere che il paziente non smette mai di essere una persona. Nel corso dell’intervista, il professor Correale ha aiutato ad analizzare le differenze tra terminalità e percorso di fine vita, affrontando anche il ruolo delle cure palliative, il rapporto tra verità e speranza, la trasformazione dell’identità del malato e la responsabilità sociale che abbiamo nei confronti della fragilità. Perché il modo in cui una società accompagna i suoi malati racconta molto più della sua efficienza sanitaria: racconta la sua idea di umanità. E forse oggi, più che imparare a sconfiggere la morte, abbiamo bisogno di imparare a non lasciare sole le persone mentre attraversano l’ultima parte della loro vita.

Aggiornato il 13 maggio 2026 alle ore 17:03