Suicidio e divise

Lo status speciale di lavoratore diversamente considerato tra peso dovere e isolamento

Primo Maggio, Festa dei Lavoratori. Un lavoratore in divisa, di quarantadue anni, appartenente alla Polizia penitenziaria, con incarichi nella formazione, ha scelto il suicidio per porre fine alla sua esistenza. È solo l’ultimo caso, mentre non si è ancora spenta l’eco della tragedia del giovane carabiniere che si è tolto la vita in caserma, davanti ai commilitoni. E quanti altri ancora ce ne saranno, oggi e domani, se il contesto resta immobile, irrigidito in un pragmatismo fatto di regole, decreti e procedure? Alle famiglie restano lo stupore e una raffica di domande impossibili da accettare: “Non è possibile. Era in caserma. Indossava la divisa. Era con i colleghi”. Poi, lentamente, emerge una verità inimmaginabile, devastante, mai supposta: il suicidio! Lì! In quegli ambienti, non è possibile e purtroppo non è un fatto nuovo né impossibile. Forse. Resta un dolore immenso, soprattutto per i genitori. Un dolore che il tempo non cancella, ma che, nell’opinione pubblica, tende a sbiadire. L’attenzione collettiva si consuma nello sgomento del momento, per poi allontanarsi, lasciando questi drammi in una zona d’ombra, sempre più distanti da un sentire autentico. Diventa cronaca.

E così, tragedie che sembrano uscite dalle pagine più cupe dell’Ottocento scorrono via nell’indifferenza generale, come se appartenessero a un’altra epoca. Ma non è così: accadono qui, oggi, nel cuore di istituzioni che dovrebbero garantire stabilità e protezione. E invece, sempre più spesso, quelle stesse strutture si trasformano in scenari opachi, silenziosi, dove il dolore viene archiviato in fretta dentro il contenitore ormai saturo delle cosiddette “fragilità”. Un termine passepartout, buono per tutto, che finisce per spiegare niente e assolvere tutti. Fragilità è diventato l’alibi lessicale di un sistema che arretra, che rinuncia a comprendere e a intervenire, preferendo rifugiarsi in un fatalismo sterile piuttosto che assumersi la responsabilità del cambiamento. Non è debolezza individuale: è una resa collettiva travestita da condiscendenza. Sono uomini giovani, spesso con una famiglia. Eppure, dentro vite solo apparentemente ordinate, si insinua un inquilino invisibile: il suicidio. Non è un caso isolato, ma una presenza che si ripete, che abita e consuma. E chi sta attorno non vede ‒ o sceglie di non vedere ‒ minimizza, riduce, archivia.

Il suicidio non è mai un atto neutro, né un gesto che si lascia addomesticare dal linguaggio. È violento, sempre. È il colpo secco di una pistola, è il rumore improvviso di una sedia che cade. Non è silenzio, non è accettabile. Anche quando avviene senza testimoni, rompe tutto: la persona, il lavoro, l’istituzione. È uno strappo netto, definitivo, che arriva dopo un accumulo di segnali ignorati o volutamente trascurati. Per questo la domanda non può essere “come è successo”, ma “perché si è arrivati fin qui”. Ed è una domanda che chiama in causa responsabilità precise, non attenuanti generiche. Perché nessuno arriva lì all’improvviso: c’è sempre un prima, il fatto di pressione, l’isolamento, la fatica trattenuta, i segnali ignorati. E quando accade, quel “prima-dopo” torna indietro e presenta il conto. È un’esplosione interna devastante, non improvvisa ma liberatoria si, che arriva dopo una pressione un grido secco, che non si è voluta ascoltare. Quando un essere umano arriva a togliersi la vita, è il risultato finale di qualcosa che si accumula nel tempo: dolore, mancanza di ascolto, assenza di alternative percepite.

Georges Dourcaun lo descriveva in modo spietato: nel gesto estremo c’è una contraddizione radicale, come se l’esistenza cercasse di affermarsi proprio mentre si cancella. Dopo, arrivano sempre le stesse parole: “tragedia”, “shock”, “cordoglio”. Ma il punto è un altro: quel dolore era già lì. E non è stato intercettato. Non è la “società” in astratto a dover rispondere. Sono le gerarchie. Le catene di comando. Le responsabilità concrete. Nel mondo delle Forze Armate e delle Forze di Polizia, la tutela del personale non è facoltativa: è un obbligo. E quando questo obbligo fallisce, non siamo davanti a una fatalità, siamo davanti a un fallimento. Un fallimento che nasce molto prima del gesto estremo: nasce già nella selezione. Perché non basta un concorso, non basta un giuramento. Il servizio cambia, i ruoli cambiano, le pressioni cambiano. E allora anche la valutazione deve cambiare: deve essere continua, reale, legata ai passaggi più delicati della carriera. Servono verifiche vere, non formali. Serve capire se una persona, in quel momento della sua vita, può sostenere quel tipo di incarico. Non tutti possono fare tutto, sempre. E dirlo non indebolisce l’istituzione: la rende più giusta.

I vuoti di organico non si riempiono “comunque” per coprire posti vacanti; si coprono con criteri adeguati, con selezioni mirate per competenze specifiche e verificando che tali competenze ci siano davvero nel soggetto. Altrimenti il peso viene scaricato sulle persone, fino a spezzarle. Dietro la tragica scia di suicidi che colpisce il personale in divisa si intravede un sistema che ha smarrito il proprio equilibrio umano. Un sistema in cui il dovere è stato irrigidito fino a diventare metodo, chiuso all’ascolto; in cui il silenzio è stato elevato a forma di fedeltà; e in cui il fallimento collettivo viene nascosto dietro rituali formali, sterili e autoassolutori. La divisa rischia oggi di trasformarsi in un contenitore che non sempre riconosce chi la indossa, entrando in conflitto con l’identità profonda del lavoratore in divisa. In molte realtà, è forte l’illusione della possenza e il genio indomito della forza fisica; l’umiliazione diventa metodo. Non si corregge l’errore, si colpisce la persona. Chi non si allinea ai ritmi del branco viene spesso isolato o ridicolizzato. Ma non si tratta di un soggetto “meno forte”; al contrario, chi sopporta per anni soprusi e maldicenze senza spezzarsi dimostra una tenacia che la forza fisica non può nemmeno immaginare.

Quel “non allineato” è spesso il genio che domina sistemi e mezzi invisibili; colui che, con la sola potenza dell’intelletto e della resistenza morale, è capace di salvare la vita proprio a quel “più forte” che lo derideva. Come ricordava Leonardo da Vinci: “La forza è vana se non è retta dall’ordine della ragione”. L’eccellenza non marcia quasi mai al passo con la massa: osserva, resiste e risolve ciò che gli altri non sanno vedere. Quando questo accade, il silenzio non è neutrale: è complicità strutturale. Chi osserva e non interviene contribuisce a consolidare un sistema che ha bisogno della vittima per affermare sé stesso. In questo contesto, anche il supporto psicologico fallisce. Chiedere aiuto equivale spesso a esporsi a una sanzione implicita: il ritiro dell’arma, del ruolo, dell’identità professionale. Il sostegno si trasforma in controllo. La cura scivola in una forma di esclusione.

Il risultato è un isolamento interno ed esterno, imposto da regole, protocolli e paure legali. Le porte degli psicologi non sono molto diverse da quelle della direzione: stesse attese, stessa distanza. Lì dove dovrebbe esserci ascolto, c’è filtro. Quanto deve pagare, in termini umani, una persona per ottenere anche solo un consiglio? Il vero sollievo nascerebbe solo da una rottura netta: meno burocrazia cieca, più responsabilità umana. Sollievo è essere visti senza essere etichettati. Eppure, il quadro normativo esiste. L’articolo 725 del Testo Unico dell’Ordinamento Militare impone la tutela del benessere e l’impiego del militare in mansioni confacenti alla sua identità. Non è una facoltà, è un dovere. Quando questo non accade, il suicidio di un lavoratore in divisa non è mai un atto isolato. È un fallimento collettivo di chi non ha voluto vedere. E così, dopo lo sparo resta il silenzio, il silenzio di colpa o di paura? Chi muore suicida deve essere considerato vittima più che autore cosciente. Vittima di un sistema che non ha saputo offrirgli il rispetto e l’ascolto. Dare la vita in battaglia non è minore che subire continue umiliazioni: cambia il campo, cambiano le armi, ma il risultato è lo stesso: la morte non per baionetta, ma per cattiveria. C’è una proposta di riscatto e di riconoscimento imperituro: lo stesso che si concede a chi ha dato la vita in battaglia. Una caserma può essere un campo di conflitto aperto; non è una baionetta a colpire, ma il male che rende docili fuori e confusi dentro.

Esistono forme sottili di violenza: le disapprovazioni silenziose, le mezze parole, i sorrisi che alludono al difetto. Fendenti che non lasciano sangue, ma segni profondi nel e per il vivere. Riconoscere questo è un atto di civiltà giuridica, umana e sociale: la riabilitazione. Così come l’Unci (Unione nazionale cavalieri d’Italia) attribuisce la fascia azzurra ai caduti per dovere, è necessario riconoscere anche il “morire per mancato riconoscimento”, includendo esplicitamente coloro che, nel contesto lavorativo e sotto il peso delle responsabilità e delle condizioni di servizio, giungono al suicidio. Anche queste sono vite spezzate che interrogano il sistema e chiedono dignità, ascolto e giustizia. Onorare il dovere non significa piangere dopo, ma costruire un sistema in cui ogni lavoratore in divisa possa vivere sentendosi stimato, sostenuto e rispettato, anche attraverso simboli visibili di appartenenza, come una fascia azzurra a tracolla che ne rappresenti il valore fino all’estremo sacrificio. Significa prevenire, accompagnare e intervenire, affinché nessuno sia lasciato solo nel peso del proprio servizio e del proprio silenzio. Perché una società giusta non si limita a ricordare i suoi servitori quando cadono, ma li riconosce, li tutela e li onora ogni giorno in cui scelgono di servire.  Come avrebbe potuto esprimere Seneca: “Suicidium in labore natum non ignominia, sed clamor iustitiae est; rehabilitatio autem est restitutio dignitatis humanae”. (Il suicidio nato nella sofferenza/lavoro non è ignominia, ma un grido di giustizia).

(*) Dirigente sup Giustizia in quiescenza

Aggiornato il 09 maggio 2026 alle ore 10:11