Oggi Wendy Duffy, 56 anni ed ex operatrice sociosanitaria delle West Midlands, vedrà esaudito il suo desiderio di porre fine alla sua vita, tramite il suicidio assistito nella clinica elvetica Pegasos Swiss Association.
Però Wendy Duffy non è malata. La donna, di origini britanniche, ha deciso di pagare 10.000 sterline perché non riesce a sopportare il dolore derivante dalla morte del suo unico figlio, deceduto nel 2021.
In un’intervista al Daily Mail ha dichiarato: “Non riesco più a trovare un motivo per andare avanti”. Poi, ha spiegato che aveva già provato a togliersi la vita da sola, senza però riuscirci. Spaventata dall’idea di poter restare in stato vegetativo, ma anche per evitare conseguenze traumatiche per chi avrebbe potuto trovarla, ha deciso di rivolgersi alla clinica svizzera. Che, a seguito di un lauto compenso, ha accettato la sua richiesta. “È la mia vita, è una mia scelta”, ha affermato, spiegando che nessun percorso terapeutico è riuscito a convincerla che la vita valga ancora la pena di essere vissuta.
Nel Regno Unito il caso di Wendy Duffy ha aperto un forte dibattito, proprio in un momento in cui una proposta di legge sul fine vita è in discussione al Parlamento.
Ma questo caso di cronaca, come quello di Noelia Castillo Ramos, non può non suscitare alcune riflessioni. Perché anche in Italia manca una legge nazionale che regoli il suicidio assistito. Come già detto, serve una legge che garantisca dignità alle persone malate.
Ma il caso di Wendy Duffy è diverso. Perché lei non ha una malattia fisica invalidante o terminale. Ha un dolore immenso con il quale non riesce a convivere. E nessun professionista è riuscito a farle cambiare idea. Ma a quali professionisti si è rivolta? A psicologi? A psichiatri? O a psicoterapeuti? Perché le tre figure, per quanto comunemente associate, svolgono in realtà professioni diverse con approcci spesso diametralmente opposti. E questi professionisti avevano un approccio biomedico o biopsicosociale?
Il dolore, fisico come psicologico, non deve mai essere sottovalutato. Ma è giusto che, per un profitto economico, una persona venga abbandonata alla propria sofferenza mentale al punto da potersi uccidere con l’avallo di una struttura sanitaria?
E soprattutto, il caso di Wendy Duffy non renderà ancora più complesso l’iter di approvazione di una qualsivoglia legge sul fine vita, nel Regno Unito così come in tutti i Paesi che ancora devono colmare questo vuoto normativo?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Aggiornato il 24 aprile 2026 alle ore 15:24
