Il caso Leonardo Caffo
Leonardo Caffo fino a qualche giorno fa insegnava Estetica dei Media presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.
È stato licenziato, secondo quanto riferito da Caffo stesso, in quanto la sua condotta è stata giudicata incompatibile con il codice etico della Naba.
Caffo era stato giudicato colpevole nel 2024 di maltrattamenti e lesioni gravi ai danni della, all’epoca dei fatti contestati, compagna. Nel dicembre dello scorso anno la Corte d’appello lo aveva assolto per le lesioni e, in virtù di un accordo tra le parti, aveva condannato il filosofo a due anni di reclusione per il reato di maltrattamenti, accordo condizionato alla partecipazione a un percorso psico-rieducativo in un centro specializzato per autori di violenze, con pena sospesa e non menzione nel casellario giudiziale. L’ex fidanzata, già risarcita, aveva revocato la costituzione di parte civile.
Negli ultimi mesi Caffo aveva raccontato di come, fino a un momento prima della condanna privilegiato in quanto “maschio, bianco, benestante, lavoratore, etero”, avesse poi conosciuto gli sputi in metropolitana, le minacce di morte e gli insulti. Sperimentare tutto questo, aveva aggiunto, “è stato importante. Cambiare di posto, per uno che deve insegnare filosofia, è sempre utile. È sempre bravo chi parla di diritti quando li ha tutti. Io li ho persi tutti e non so neanche se mi merito di recuperarli tutti”.
Aveva inoltre dichiarato di avere “di nuovo voglia di insegnare, di raccontare, di dire […] che ci si può rialzare, ma solo se si accetta di lavorare davvero su di sé”, nella consapevolezza che la “tua idea non conterà più come prima, che qualsiasi cosa dici sei solo un pezzo di merda”, e che avrebbe continuato a partecipare alla terapia psico-rieducativa anche oltre il periodo previsto dalla sentenza, poiché “bisogna prendersi cura di se stessi, specie quando si hanno avuto rapporti conflittuali”.
Ritengo che il collega (che tale ai miei occhi rimane nonostante le improvvide carte bollate della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano) abbia ragione quando dice che “quello che mi è successo sarebbe potuto diventare per me materia di insegnamento: avrei potuto parlare ai ragazzi della fallibilità umana e del valore del perdono” e che invece si è deciso “di espellere chi incarna proprio quel percorso di redenzione”.
Penso che la Naba abbia torto, sotto tutti i profili. Sotto quello scientifico, perché se aveva assunto Caffo lo aveva fatto evidentemente perché lo riteneva capace. Ha privato quindi, e non avrebbe dovuto farlo, studenti e studentesse di un docente che avrebbe contribuito alla loro maturazione culturale. Anche, e forse soprattutto, sotto il profilo più latamente educativo, poi, la decisione di quell’Accademia è stata infelice. Proprio la disponibilità di una persona a palesare e condividere senza reticenze il proprio carico di contraddizioni, chiaroscuri, sofferenze inflitte e sofferte avrebbe costituito un’opportunità unica, irripetibile e quindi irrinunciabile di dialogo, confronto, anche serrato e aspro, tra docente e discenti. Non aver avuto l’intelligenza e il coraggio di cogliere una simile occasione ha mostrato come quell’istituzione non sia stata affatto all’altezza del proprio compito.
Aggiornato il 03 marzo 2026 alle ore 11:16
