L’agente di reparto nelle carceri italiane

Tra denunce di violenze, aggressioni, tensioni quotidiane e i non pochi suicidi che coinvolgono detenuti e appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria, la domanda se esiste ancora l’agente di reparto nelle carceri italiane non è retorica. È una domanda strutturale. Perché tocca il punto più esposto e insieme più identitario dell’istituzione penitenziaria: l’agente di reparto. Eppure, il Corpo possiede un simbolo che ne definisce con chiarezza la missione.                                        

Con decreto del 31 maggio 1999 è stato adottato lo stemma araldico moderno: scudo con tre fiamme azzurre, fascia rossa, corona turrita, fronde d’alloro e di quercia e il motto latino Despondere spem munus nostrum, (“garantire la speranza è il nostro compito”). Non è un dettaglio ornamentale. È una dichiarazione di identità: sicurezza e rieducazione come funzioni inseparabili, onore e responsabilità come fondamento del servizio.

Se questo motto è ancora valido, e non vi è ragione per ritenere il contrario, allora non può non riflettersi su come viene considerato l’agente di reparto. Perché è lì, nella sezione, che la speranza smette di essere formula araldica e diventa pratica quotidiana. È nel lavoro di prossimità che si tiene insieme l’ordine con la dignità, la disciplina con l’ascolto.

Ridurre tutto a una narrazione di fallimento sarebbe fuorviante. Le competenze esistono, la dedizione pure, legate al concetto che non tutto è negatività. Ma queste energie risultano spesso sommerse da un’organizzazione che fatica a riconoscere e valorizzare il livello operativo più delicato. Si amplia il perimetro delle responsabilità, senza una corrispondente ridefinizione di strumenti, organici, tutele. E così si apre uno scarto tra mandato simbolico e realtà operativa.

Il mandato che viene dalla legge 354/75 è chiaro: la pena come percorso di rieducazione nel rispetto della dignità della persona, imposizione che è nella Costituzione. Nelle sezioni convivono marginalità sociale, dipendenze, disturbi psichici anche gravi e difficoltà linguistiche. Senza adeguati presìdi sanitari e percorsi differenziati, questa complessità ricade sul reparto e sull’agente che vi opera.

Servono strutture dedicate a tipologie differenti di detenuti e progetti specifici in base alle diverse problematiche: il carcere non può farsi carico in via vicaria di ogni fragilità sociale e tanto meno l’agente di sezione che è sì il custode della sicurezza, ma è anche il primo interlocutore nei conflitti e osservatore delle fragilità.                            

È il volto visibile dello Stato. Quando qualcosa si rompe, un abuso, un’aggressione, un suicidio, l’attenzione si concentra su di lui. Gli abusi accertati vanno perseguiti con fermezza, ma occorre rafforzare i supporti al sistema, perché la gestione delle criticità non resti sulle spalle del solo reparto, già reso fragile dal carico umano e operativo che grava su una figura lasciata troppo spesso sola.

Qui emerge la contraddizione. Se il Corpo esiste per garantire sicurezza e speranza, allora esiste perché esiste l’agente di reparto. È quella presenza continua a rendere concreta la funzione istituzionale. Senza reparto non vi è Corpo; senza Corpo non vi è equilibrio tra custodia e rieducazione. Indebolire l’agente significa svuotare di contenuto il simbolo che campeggia sullo stemma.

C’è poi la questione dell’esperienza che si perde. Molti cercano incarichi meno esposti; altri lasciano il Corpo anche senza avere un altro lavoro per disperazione e questa disperazione va attenzionata premiando giorno per giorno chi opera in un reparto detentivo. I giovani arrivano motivati, ma privi di quella conoscenza che si forma negli anni: saper leggere un silenzio, intuire un cedimento, prevenire un gesto estremo questo e da grandi non è lavoro per tutti, e per chi lo fa vanno attuate tutte quelle ricompense che inducono, non solo a restare, ma operare con la convinzione di essere essenziali e stimati, rendendo pubbliche le loro attività. Bene le competenze silenziose che costituiscono la vera infrastruttura della sicurezza dinamica ma serve anche il riconoscimento reale.

La mancata considerazione dell’agente non ricade soltanto sul personale, ricade anche sulla popolazione detenuta, perché la qualità dell’offerta istituzionale, sicurezza, ascolto, osservazione, accompagnamento è direttamente connessa alla qualità e alla stabilità del lavoro di reparto. Un operatore sovraccarico, isolato, privo di riconoscimento adeguato non può garantire pienamente quel servizio di prossimità che rende possibile un percorso rieducativo credibile.

Il dibattito sul carcere non può limitarsi al sovraffollamento o alla costruzione di nuove strutture. Senza un riconoscimento chiaro delle funzioni che passi anche dalla visibilità, senza un investimento reale sul reparto, senza una effettiva coerenza tra il motto araldico e l’organizzazione concreta, il rischio è una progressiva perdita di funzione non dichiarata.                                                      

Se il “garantire la speranza è il nostro compito” non può restare uno sbiadito inciso su uno scudo, ma deve tradursi in scelte amministrative chiare, coerenti e politicamente accompagnate. Non bastano dichiarazioni di principio né richiami simbolici alla missione istituzionale, occorre un corollario concreto, oggi largamente mancante, di riconoscimenti verso la persona dell’agente: dal riconoscimento professionale, a quello economico, formativo, ma anche e soprattutto tutela operativa effettiva che non si risolve con presenze non istituzionali che lo fanno sentire operatore di seconda classe e maggiormente emarginato.

Bene dotare l’agente di reparto di strumenti idonei, coperture giuridiche chiare, sostegno psicologico strutturato ma, maggiormente è bene programmare protezioni da esposizioni mediatiche sommarie quando i fatti non sono ancora accertati. Questo è dare attenzione e presenza e non lasciare l’agente solo nel momento critico e rappresenta quanto l’autorevolezza dell’amministrazione sa realizzare. Se ciò non avviene, non si indebolisce soltanto una categoria professionale ma si incrina l’equilibrio stesso dell’istituzione penitenziaria, producendo uno scollamento tra responsabilità e strumenti, tra doveri e garanzie, tra mandato istituzionale e capacità concreta di attuarlo nella realtà quotidiana.                                             

Quando questo scarto diventa strutturale, il sistema finisce per reggersi unicamente sulla resistenza individuale di chi continua a operare per senso del dovere. Ma nessuna istituzione può fondarsi esclusivamente sulla resilienza personale dei propri operatori. Quando l’equilibrio del carcere si spezza, il costo non resta confinato entro le mura. Lavorare nella custodia, di fronte alle sbarre di ferro, è un compito essenziale e delicato, spesso invisibile, ma decisivo per la sicurezza e la tenuta sociale. È un presidio silenzioso che incide direttamente sulla collettività perché è all’interno delle mura che si misura concretamente la capacità dello Stato di garantire ordine, legalità e dignità, trasformando il mandato istituzionale in responsabilità reale verso la società. E il prezzo lo paga la società, soprattutto al momento della scarcerazione. Una detenzione gestita senza strumenti, regole certe e reale sostegno produce conseguenze che ricadono inesorabilmente (alla scarcerazione) sulla collettività.

Aggiornato il 03 marzo 2026 alle ore 12:19