Riapertura ed è subito strage, perché?

Un forte sibilo, poi lo schianto. La Procura indaga per disastro colposo (la nuova ipotesi di reato si aggiunge all’omicidio plurimo colposo e alle lesioni colpose per il bimbo ferito) e ipotizza che il freno di emergenza non abbia funzionato. Un incidente assurdo, un cavo d’acciaio trinciato di netto. Un giallo. Quattordici le vittime della funivia Stresa-Mottarone: il piccolo Tom di 2 anni, il signor Cohen di 81, lo studente di origini iraniane che festeggiava la guarigione dal Covid della fidanzata calabrese, la famiglia Biran di origini israeliane, la famiglia Zorloni col piccolo Mattia, la coppia di italiani, due promessi sposi. Nulla da fare, tutti morti. Lotta solo Eitan, di 5 anni, rimasto sotto ad altri corpi, protetto dall’abbraccio del padre. Resta solo lui: deceduto il fratellino, il papà Amin, la mamma Tal Peleg e i nonni appena arrivati da Israele.

Le metafore di questa sciagura fanno accapponare la pelle, ma il brivido peggiore è arrivato quando i giornali hanno cominciato a titolare “strage sulle riaperture”. Sintesi agghiacciante. Gli addetti non ci hanno fatto neppure caso, ma gli utenti sì: “Si può fare un titolo del genere, vorrei chiedere al direttore che senso ha”. Informazione tossica e giù critiche. Il fatto è che dall’inizio della pandemia la comunicazione insegue la politica a rotta di collo e la politica punta spasmodica alla comunicazione, per cui invece di “unità” è tutto un dividi et impera. Da una parte gli allarmisti e dall’altra gli aperturisti, da una parte i catastrofisti e dall’altra i disubbidienti, ogni occasione è ghiotta. Cassandre contro negazionisti spesso a parti invertite. Per esempio, all’inizio del Covid era la destra che accusava gli slogan sconsiderati “abbraccia un cinese”, ma dopo qualche mese, zac, gli uni hanno preso il posto degli altri contro le chiusure.

Risultato: questo lungo anno di privazioni, di coprifuoco, di Dad, di isolamento è passato quasi inutilmente. Eppure, il Covid-19, dopo la peste del Manzoni e la Spagnola del 1920, resterà un evento della storia. Nulla sarà più come prima, ricordate i manifesti? Filosofi, pensatori, studiosi si sono dannati per far comprendere quanto anche una pandemia, che ha fermato nazioni, economie, guerre, chiese e religioni, che ha investito la scienza e la ricerca, che ha obbligato la finanza, possa rappresentare uno straordinario salto della specie, un cambio di passo, un’era nuova. Niente da fare, il gozzovigliante club mediatico ha continuato a dividersi l’antica torta e a stare sui vecchi temi. Soldi, bonus, ristori, sostegni, giù a batter cassa, indebitati fino al collo per finanziamenti che andranno a banche, Comuni, associazioni, partiti, ma quasi mai o con enorme difficoltà arriveranno nelle tasche dei cittadini.

Avremmo dovuto gettarci in ginocchio a ringraziare il cielo per aver rallentato la folle corsa e aver messo uno stop alla globalizzazione. L’Italia cade a pezzi. Non è solo la funivia Stresa-Mottarone venuta giù come il ponte Morandi, o le macchine delle tante fabbriche a causa delle quali muoiono quasi quotidianamente lavoratori, è la cloaca massima del degrado nazionale che si è aperta sotto Amministrazioni incapaci, ritardi, rinvii, una immigrazione selvaggia, gestioni dei beni pubblici dissennate. La magistratura indagherà, già dicono che la revisione sarebbe dovuta durare altri quattro anni, ma sta di fatto che lassù un cavo si è trinciato di netto e i sistemi di frenata non hanno funzionato. Cavolo, ma un cavo d’acciaio non si spezza di colpo! Come un ponte non cade in un attimo, come buche e voragini non si aprono all’istante e così costoni di montagne, boschi e mari inquinati, discariche ovunque e città d’arte ridotte a campi profughi, Roma in testa. Ma non la vedete l’incuria?

Eppure, in questo anno abbiamo sentito il bue dire cornuto all’asino, cioè gli uni a fissare i coprifuoco e gli altri a contestarli. Come se il resto non ci fosse: risse nelle piazze, discoteche degli orrori, ragazze a pezzi, incidenti mostruosi. Altro che il pianto dei ristoratori. Ci sono programmi televisivi diventati famosi intitolati “cucine da incubo” coi sorci, lo sporco, l’approssimazione. Si muore per le strade, nei posti di lavoro, in vacanza. Invece di battere solo cassa integrazione, redditi e quant’altro, per cui dall’Est acchiappano una macchina, arrivano, fanno domanda e se ne tornano, mentre non si trova più nessuno disposto a eseguire anche un lavoretto e mentre anche la badante romena pubblica il suo best seller scritto quando la vecchia ronfava, bisognava approfittare delle chiusure per restaurare questo Paese. Per salvarlo. E per capire chi entra e chi esce.

Questi amministratori arrivano in politica e diventano di bronzo. Vedi i Cinque Stelle. Ma come fa Virginia Raggi a ricandidarsi impassibile di fronte ai cinghiali accanto ai cassonetti? Chi parla di green, di transizione verde, di sostenibilità di fronte alla monnezza ovunque? Un manager italiano di recente ha pubblicato sulla sua pagina il resoconto di una spettrale passeggiata notturna ai Fori Imperiali, raccontando del progetto del sindaco di Parigi per i Campi Elisi. Sembravano le ultime memorie dell’uomo in frack, che quando si rende conto si vorrebbe buttare al fiume.

Stage sulla ripresa. È un titolo da paura, ma è così. Perché non è solo la funivia che viene giù di colpo ed è falso fingere di domandarsi come è possibile. Enrico Letta che propone le patrimoniali sulle successioni per dare 10mila euro ai giovani che annaspano nella droga e nei vizi, perfino i figli eccellenti, è uno scellerato che parla per un titolo. Come Fedez che deve inventarsi ogni giorno come fare like. Un anno buttato via di un Paese meraviglioso. Mettiamoci a pulire e riparare, casa su casa, partendo dal muretto che sta lì da anni in bilico, lo sporco che avanza, le strade colme di rifiuti, perché quello che si vede fuori sta dentro menti e cuori. Non Ius soli e Ddl Zan, follie, ma salviamo l’Italia e le vite di altri innocenti.