Tre ipotesi da discutere

Non sono un virologo e, a differenza di troppi esperti dell’ultima ora, non intendo assolutamente sostituirmi agli specialisti. Tuttavia, avendo insegnato per anni metodologia della ricerca, mi sia concesso avanzare tre ipotesi in merito a ciò che ci aspetta, cioè sul futuro a breve e medio termine.

La “logica” dei contagi

Per loro natura, le epidemie seguono un andamento rappresentabile da una curva “a campana” sulla quale, dopo un accrescimento rapido iniziale, si nota un abbassamento progressivo degli incrementi fino ad una inversione di tendenza che porta allo spegnimento del fenomeno. Si tratta, in fondo, di una sorta di suicidio degli agenti patogeni i quali, data la loro, diciamo così, ingordigia, finiscono per esaurire la possibilità materiale di replicarsi. Ciò avverrebbe comunque, ossia anche senza l’intervento difensivo delle popolazioni aggredite ma, ovviamente, le popolazioni umane, lungo la storia, non accettano l’idea di vedersi decimate e, dunque, reagiscono in vario modo. Attualmente, nonostante la fisionomia ancora poco chiara del virus, le misure che i vari Stati stanno predisponendo o già attuando, sono tali da accorciare i tempi della curva per cui, speriamo, essa inizierà ad invertirsi abbastanza presto, così come sembra già preannunciato dall’andamento cinese.

I focolai e la difesa dei confini

Va da sé che i virus non conoscono né rispettano confini. D’altra parte, se si osservano focolai di qualche rilievo in qualche Paese (o regione, provincia, comune) limitrofo è decisamente razionale chiudere o almeno filtrare i contatti con quella popolazione. Anche qui, però, la scansione temporale dell’attuale diffusione può presentare sorprese. In effetti, vari Paesi, fra cui l’Italia, hanno provveduto, magari con misure maldestre, a rallentare i rapporti con la Cina. Ciò nonostante, l’Italia, anche tenendo conto della “illusione ottica” dovuta alle generose misure di accertamento da noi messe in campo, ha preso ben presto il posto della Cina come focolaio mondiale. Ciò implica che se, e sottolineiamo il se, l’andamento italiano seguirà il modello cinese, allora l’Italia uscirà prima di altri Paesi, pensiamo a quelli europei, dalla crisi epidemica e qualche altro ne erediterà il primo posto. La cosa dipenderà, nondimeno, dalla chiusura o dal filtraggio che il nostro Governo attuerà nei confronti dei Paesi europei i quali, per ora, si illudono di salvarsi chiudendo le porte a noi.

L’immagine dell’Italia

Il termine “immagine” è caro alla teoria della comunicazione ma, per recuperare il tempo perduto, ci vuole ben altro che una pur massiccia campagna di promozione. Il ricorso, da più parti indicato come strategico, alla mobilitazione di cantanti, artisti, calciatori e chi più ne ha più ne metta, non è di per sé di poco conto ma sarebbe utile di fronte alle conseguenze di un terremoto o di altre grosse calamità solo nostre. Di fronte a queste, è sicuro che il mondo intero si commuoverebbe e tutti ci aiuterebbero a superare il momento difficile. Purtroppo, nel caso che stiamo vivendo, tutti gli abitanti della Terra si sentono, o si sentiranno, coinvolti dalla gravità di un fenomeno che è già globale e non ci percepiranno, dunque, come un caso isolato che val la pena di sostenere. La soluzione migliore, in particolare per non rallentare o lasciare estinguere gli investimenti e il credito internazionale, sarebbe un Governo del tutto nuovo, solidalmente sorretto da tutti i partiti e presieduto da una personalità autorevole e di indiscussa competenza. La figura di Mario Draghi è, attualmente, la risorsa più efficace di cui potenzialmente disponiamo. Se, prima del coronavirus, egli poteva essere ampiamente giustificato nel tenersi lontano dal marasma instabile della nostra politica, ora credo non avrebbe giustificazioni nel rifiutarsi e, per alto senso del dovere, non potrebbe che accettare. Purché glielo si proponga.

Aggiornato il 09 marzo 2020 alle ore 13:28