Perché la riapertura del caso Pasolini non è un’illusione, ma l’ultima diga contro l’oblio
Mentre le porte della Procura di Roma si riaprono per l’ennesima volta ‒ tra il fascicolo affidato al sostituto procuratore Silvia Santucci, il nuovo esposto dell’avvocato Stefano Maccioni e la caccia all’ultimo frammento di verità scordato nella nebbia tra l’1 e il 2 novembre 1975 ‒ c’è chi liquida tutto come un esercizio di retorica o un rito consolatorio.
Non è così. Non possiamo permetterci di pensare che cercare giustizia oggi sia inutile o ridondante.
La notizia che a cinquantun anni di distanza dall’Idroscalo di Ostia si torna a piazzale Clodio non è una distrazione di massa: è un atto di resistenza civile fondamentale. Dopo i no del 2016 e del 2023, la nuova istanza ‒ basata su elementi inediti raccolti negli ultimi mesi ‒ ci ricorda che su quell’omicidio pesano ancora troppe ombre, troppi silenzi complici e troppi misteri irrisolti. Volere la verità giudiziaria non significa “cercare il santino da cold case”: significa pretendere che lo Stato faccia i conti con una delle pagine più oscure della sua storia repubblicana.
LE OMBRE DI IERI SONO LE URGENZE DI OGGI
Ridurre l’indagine a una mera formalità sarebbe un errore imperdonabile. Le ombre di quell’uccisione non appartengono solo al passato: sono tremendamente attuali perché raccontano di un Paese in cui i nodi del potere, della violenza politica e dell’impunità non sono mai stati davvero sciolti.
Pensare che l’attualità di Pier Paolo Pasolini ci esima dal cercare i suoi assassini o i suoi mandanti è un alibi pericoloso. La grandezza del suo pensiero rivoluzionario non sminuisce affatto la necessità di fare giustizia sul suo corpo martoriato; al contrario, la amplifica. Chi ha scelto di tacere per decenni, chi ha protetto le coperture istituzionali e criminali di quella notte, sa che ogni nuovo fascicolo aperto rappresenta una crepa nel muro dell’omertà.
Come ha giustamente sottolineato chi non si arrende, l’obiettivo oggi è chiaro: “Confidiamo che la Procura della Repubblica di Roma riesca finalmente a fornire quelle risposte che da troppi anni stiamo cercando”.
Un appello rivolto direttamente a chi, fino a oggi, ha preferito il silenzio.
NON SOLO MEMORIA: GIUSTIZIA E LUCIDITÀ
Cercare la verità sulla morte di Pasolini e valorizzare questa riapertura d’indagine non significa fermarsi alla cronaca giudiziaria. Significa tenere accesa la luce su un delitto che fu, prima di tutto, un’esecuzione politica e culturale.
Valorizzare l’inchiesta vuol dire rifiutare l’idea che il tempo cancelli le responsabilità. Pretendere risposte significa impedire che il depistaggio diventi la versione ufficiale della storia d’Italia. Unire la ricerca della verità alla forza del suo pensiero significa onorare Pasolini nella sua interezza: come intellettuale scomodo e come vittima di un sistema che non ha mai smesso di temere la sua voce.
A cinquantun anni da quella notte all’Idroscalo, l’Italia ha un debito immenso verso Pier Paolo Pasolini. Un debito che passa, inevitabilmente, anche attraverso le aule di giustizia. Perché finché ci saranno ombre su quel delitto, ci saranno ombre sulla nostra democrazia.
E rischiararle, oggi più che mai, è un dovere da cui non possiamo fuggire.
Aggiornato il 03 novembre 2026 alle ore 10:56
