Se il giornalismo s’improvvisa Procura e dimentica la matematica
C’è una strana e inquietante ebrezza che sembra aver travolto una parte del giornalismo italiano: la convinzione di potersi sostituire ai magistrati, di poter decidere a tavolino quali piste investigative siano “nobili” e quali no, e persino di poter stilare verdetti sulla bontà del lavoro delle Procure.
La conferenza stampa ospitata dalla Fnsi a Roma, dal titolo programmatico “Stragi. Diritto alla verità”, si presentava come un alto momento di mobilitazione civile. A sentire i vertici del sindacato, da Alessandra Costante a Stefano Ferrante, la professione starebbe vivendo un momento di riscatto morale per difendere la democrazia.
Eppure, grattando via la patina dei solenni proclami, la sensazione che resta è del tutto diversa: quella di una narrazione fuori dalla realtà, che solleva interrogativi pesantissimi proprio sulle reali intenzioni di chi la promuove.
L’INGANNO DELLE CIFRE: UN SINDACATO “RAPPRESENTATIVO” DI CHI?
Il primo dato su cui riflettere è puramente aritmetico, ma devastante. L’appello trasformato in lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nasce dalla firma di 33 giornalisti siciliani, poi scortati da qualche altra decina di sottoscrizioni. In Italia i giornalisti iscritti all’ordine sono decine di migliaia. Ci domandiamo, con una punta di maliziosa logica: trentatré cronisti rappresentano davvero il sentimento, la visione e la professionalità dell'intero giornalismo italiano?
Trasformare l’iniziativa di una ristrettissima minoranza nella “battaglia di tutti i giornalisti” è un’operazione di prestidigitazione comunicativa. Ma c’è di più: a giudicare dalle sedie vuote e dai numeri risicati dei presenti alla conferenza stampa romano-centrica, sorge un dubbio spontaneo. Forse la categoria, quella vera, quella che ogni giorno consuma le suole delle scarpe sui fatti e sulle carte processuali, sente puzza di bruciato?
Forse persino i cronisti si sono stancati delle battaglie ideologiche e chiedono solo di poter fare informazione rigorosa.
DELEGITTIMARE LE PROCURE IN NOME DELLA VERITÀ?
Il punto più critico e scivoloso dell’intera vicenda riguarda però il merito giudiziario. L’appello punta il dito contro la Commissione Antimafia e, indirettamente, contro la Procura di Caltanissetta, “colpevoli” di concentrarsi con troppa insistenza sulla pista “mafia e appalti”.
Secondo i promotori, concentrarsi sugli appalti ammonterebbe a una “lettura riduttiva” che rischierebbe di mettere in secondo piano i depistaggi e le complicità esterne. Ma da quando in qua un gruppo di giornalisti decide quali filoni d’inchiesta siano meritevoli e quali debbano essere accantonati?
Il rischio concreto di questa crociata è gravissimo: delegittimare e instillare il dubbio sull’operato della magistratura mentre le indagini sono in corso. La pista “Mafia-Appalti” non è un’invenzione di comodo o una scorciatoia burocratica: era l’ipotesi di lavoro su cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stavano lavorando con ossessiva dedizione prima di essere uccisi.
Liquidarla come un diversivo o una pista “di serie B” significa compiere una colossale forzatura metodologica.
IL SENSO DI CHIAMARE IN CAUSA IL COLLE
Infine, sfugge del tutto la logica istituzionale di indirizzare una lettera aperta al Presidente della Repubblica. A cosa serve scavalcare i canali ordinari per rivolgersi al Capo dello Stato?
L’implicazione sottintesa è stridente, quasi allusiva: si vuol far credere che nell’Italia del 2026 vi sia una sorta di regia occultata, un potere invisibile che “non vuole far arrivare alla verità” sulle stragi del ‘92?
Evocare ombre e complotti senza uno straccio di prova documentale non è giornalismo d’inchiesta: è politicizzazione della memoria.
Nessuno nega che la ricerca della verità sia un dovere democratico. Ma la verità non si costruisce a colpi di slogan da tribuna sindacale, né tantomeno selezionando quali indagini siano “gradite” e quali no.
Se il giornalismo vuole davvero servire la democrazia, deve tornare a fare il suo mestiere: raccontare i fatti, rispettare l’autonomia della magistratura e, soprattutto, evitare di scambiare le opinioni di un piccolo gruppo di militanti per la voce di un'intera categoria.
Aggiornato il 01 ottobre 2026 alle ore 14:05
