Tra me e Youssef Siher, politicamente, c’è un abisso. Ed è proprio per questo che ritengo importante intervenire sul suo caso. Io sto dalla parte di Israele. Senza ambiguità. Difendo il suo diritto a esistere, a garantire la sicurezza dei propri cittadini e a proteggersi dal terrorismo. Considero il 7 ottobre 2023 una delle più terribili manifestazioni dell’antisemitismo contemporaneo.
Youssef Siher è invece un militante filopalestinese radicale, un pro-Pal duro e puro, le cui posizioni sulla questione mediorientale sono agli antipodi delle mie. Non condivido la sua impostazione politica, i toni della sua mobilitazione e quella retorica della contrapposizione radicale che troppo spesso finisce per rappresentare le istituzioni democratiche non come luoghi del confronto, ma come nemici da combattere. Insomma, se dovessi scegliere qualcuno con cui condividere una battaglia politica, certamente non sceglierei Youssef Siher.
Condanno inoltre fermamente e senza alcuna esitazione le violenze che hanno segnato le manifestazioni milanesi del 17 e 18 ottobre. Aggredire le forze dell’ordine, distruggere beni pubblici e privati, trasformare le strade in un teatro di guerriglia urbana non significa esercitare la libertà di manifestazione. Significa commettere reati, dei quali i responsabili devono rispondere personalmente.
Ma proprio perché sono liberale, ritengo indispensabile distinguere tre cose: ciò che è politicamente discutibile, ciò che è moralmente condannabile e ciò che costituisce un reato. Non tutto ciò che disapproviamo deve essere vietato. Non tutto ciò che giudichiamo irresponsabile può essere perseguito penalmente. E non tutto ciò che viene espresso con parole esasperate costituisce automaticamente un’istigazione alla violenza.
La giudice per le indagini preliminari di Milano, Tiziana Landoni, ha deciso di non convalidare il fermo di Siher e di non applicare misure cautelari, ritenendo che gli elementi raccolti non configurino, allo stato, gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati. Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, i messaggi dell’attivista, pur caratterizzati da toni aspri e da espressioni anche volgari, non prospettavano concretamente azioni violente, ma forme di mobilitazione collettiva e di disobbedienza civile. E qui occorre evitare un equivoco: la decisione della gip non sminuisce il lavoro della polizia, così come l’intervento della polizia non rende superfluo il controllo della magistratura.
Le forze dell’ordine svolgono un compito indispensabile: tutelano la sicurezza dei cittadini, prevengono e contrastano i reati, raccolgono elementi investigativi ed eseguono i provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Un lavoro difficile, spesso rischioso, che merita rispetto e riconoscenza. Il pubblico ministero dirige le indagini e formula le proprie richieste. Il giudice, in posizione di terzietà, valuta autonomamente se sussistano i presupposti stabiliti dalla legge per convalidare un fermo o applicare una misura cautelare. Sono ruoli diversi, non contrapposti. Ed entrambi sono indispensabili. Il controllo del giudice non è una sconfitta per gli investigatori: è una garanzia prevista dal nostro ordinamento.
Naturalmente, la mancata convalida del fermo non equivale a un’assoluzione. Le indagini potranno proseguire, nuovi elementi potranno essere valutati e le eventuali responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi competenti. Ma una decisione giudiziaria motivata merita di essere considerata per ciò che afferma, indipendentemente dalle nostre simpatie o antipatie politiche. Il garantismo non è un premio riservato a chi condivide le nostre idee. È un principio che acquista particolare significato proprio quando riguarda persone dalle quali ci separano convinzioni profonde.
Questo non significa sottovalutare la violenza di piazza. Chi ha devastato Milano deve risponderne. Chi ha aggredito un poliziotto deve risponderne. Chi ha organizzato o concretamente istigato azioni criminali, qualora ciò venga dimostrato, deve risponderne. Ma nessuno può essere considerato responsabile delle violenze altrui per una semplice affinità ideologica, per la radicalità delle proprie opinioni o per aver promosso una manifestazione. La responsabilità penale è personale. E la libertà individuale non può dipendere dal giudizio politico sulle idee di chi la esercita.
Non voglio uno Stato debole con i violenti. Voglio uno Stato capace di contrastare con fermezza la violenza, rispettando rigorosamente la legalità e le garanzie individuali. Perché la forza dello Stato di diritto consiste anche nei limiti che esso impone al proprio potere. E questi limiti devono valere per tutti. Anche per chi, come Youssef Siher, si trova esattamente dalla parte opposta alla mia.
(*) Presidente di Lodi Liberale
Aggiornato il 30 ottobre 2026 alle ore 13:26
